Prime dieci pagine
Redazione

Da dove cominciare? Uno dei libri che ho letto questo mese mette in dubbio tutte le mie certezze, e forse anche le vostre, riguardo al tempo e allo spazio; un altro è la biografia degli uomini che scrissero Oklahoma!, Carousel e South Paciic. Quale di questi due è più importante per noi? Be’, non ci sono dubbi, vero? Per chi fa questa rivista, o almeno questa rubrica, i problemi del secondo atto nelle produzioni dei musical teatrali forse non sono tutto, ma di certo sono più importanti delle sorprendenti idee sul nostro modo di concepire lo stupido universo.
Something wonderful è soprattutto un libro meraviglioso sulle arti e il processo artistico. Todd S. Purdum ci regala una biografia più che convincente di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II, dei
loro successi e fallimenti, dei loro matrimoni, del loro denaro. Ma è altrettanto bravo ed è molto acuto quando scrive del loro mestiere. Sottolinea, per esempio,che Oh, what a beautiful mornin’, il numero d’apertura di Oklahoma!, il primo spettacolo che scrissero insieme, prende
ballata folk e che i versi ripetuti (There’s ahaze on the meadow./ There’s a bright golden haze on the meadow) sono presi in prestito dalla tradizione, stilisticamente appropriata, dei canti degli schiavi. L’intero Oklahoma! era un rischio stilistico. Storia, canzoni e coreograia erano tutte intrecciate in un modo ino a quel momento sconosciuto a Broadway e di fatto creò un modello che resiste da allora. E per Oklahoma! come per Hamilton, il musical di Lin-Manuel Miranda del 2015, c’erano più possibilità di ottenere una parte nel coro che un biglietto per assistere allo spettacolo.
I confronti con Hamilton non sono pretestuosi. Ogni volta che arriva la nuova messa in scena di un musical di Rodgers e Hammerstein, si pensa: mah! che soggetto assurdo per un musical, che si tratti della creazione di un nuovo stato, della relazione tra una governante e un re, della triste povertà della vita di un imbonitore da fiera o delle interazioni tra militari statunitensi e isolani dei mari del sud. E poi ci tornano in mente Evita, Les misérables e Assassins, e ci rendiamo conto che la prima, o la seconda, legge dei musical è che il soggetto dev’essere improbabile. Rodgers e Hammerstein hanno scritto musical che funzionavano e li riempivano di canzoni che probabilmente sopravvivranno
a lungo quanto la musica popolare. Oh, what a beautiful mornin’, You’ll never walk alone, Happy talk, I’m gonna wash that man right outa my hair, I cain’t say no, Hello young lovers, My favorite things, You took advantage of me… Se non vi piacciono le versioni originali, magari apprezzerete quelle di John Coltrane, Miles Davis, Hank Mobley o Lee Morgan. Tutti questi tizi avevano il pregio di riconoscere una buona canzone quando ne sentivano una.
Ma più di tutto, Something wonderful ha un’anima. Di fatto, il rapporto tra Rodgers e Hammerstein è per entrambi un secondo matrimonio di successo. Rodgers si stava riprendendo da un periodo tempestoso con Lorenz Hart, vittima dell’alcolismo; Hammerstein lavorava insieme a Jerome Kern e altri, e prima di Oklahoma! aveva resistito a un decennio di penosi fallimenti. A 46 anni, prima dei vent’anni di successi spettacolari che lo attendevano, era completamente alla frutta. Se avete bisogno di persone per cui fare il tifo in un libro, allora questi due fanno senza dubbio al caso vostro. Sono contento di avere letto Something wonderful ed ero molto contento anche mentre lo leggevo. È un libro davvero felice, e non possiamo dire altrettanto di tutto ciò che leggiamo.
Vorrei potervi dire che ascolto il programma radiofonico settimanale della Bbc The life scientific con grande attenzione, perché sono un individuo curioso e a mio agio nel mondo dell’immunologia e della genetica così come in quello dei musical teatrali. Ma in realtà ascolto, o piuttosto sento, il programma perché va in onda poco dopo le nove del mattino, quando non ho ancora spento la radio dopo il notiziario e sto ancora girovagando per la cucina in cerca di chiavi, occhiali e liquidi per la sigaretta elettronica all’aroma di crema pasticciera prima di uscire per andare in ufficio. Ma alcune settimane fa il fisico quantistico Carlo Rovelli ha detto quanto segue:
È un fatto risaputo che la concezione newtoniana del tempo è sbagliata. L’idea che il tempo formi una lunga linea dove esistono un oggi, uno ieri, un anno passato, un anno prossimo… Sappiamo per certo che si tratta di un’immagine errata. Non esiste nessuna linea.
Be’, per me questa era quasi una novità (“quasi”! Chi voglio prendere in giro? Ho scritto “quasi” per suggerire che avevo rosicchiato il bordo di questa torta della conoscenza, prelevandone la glassa, per così dire. Ma in realtà non l’ho nemmeno sfiorata. Per quanto concerne le torte della scienza, potrei tranquillamente definirmi diabetico). Per me era una novità assoluta. Rovelli lavora sulla scala di Planck, dove le cose sono un miliardo di trilioni più piccole del nucleo atomico più piccolo, la cui grandezza è nell’ordine di un millesimo di un miliardesimo di un millimetro. “Più piccolo di un granello di sabbia? Di un granello di sale?”, chiese incredulo una volta Ali G a uno scienziato nucleare. Più piccolo di un granello di sale? Secondo i miei calcoli, un miliardo di trilioni di un millesimo di un miliardesimo di un millimetro è più piccolo di un granello di sale.
Ero abbastanza sbalordito da tutto quello che Rovelli stava dicendo alla radio da uscire e ilare dritto a comprare il suo L’ordine del tempo. Cosa ancora più impressionante, dopo averlo comprato l’ho letto, eccezion fatta per i due capitoli che lo stesso autore autorizza a saltare nel caso il lettore li trovi troppo pesanti (ammetto di non aver fatto troppi sforzi per trovarli leggeri. A quel punto, per me Rovelli era diventato quel tipo di professore che dice ai suoi studenti: “Be’, se pensate davvero di non riuscire a fare i compiti a casa questa sera, lasciate stare”).
Rovelli è uno scrittore magnifico, così anche quando voi (o forse dovrei insistere con la prima persona singolare) non sapete di cosa sta parlando di preciso, lui se ne esce con delle simpatiche e a volte belle metafore per venirvi(mi) in soccorso. “Gli eventi del mondo”, spiega, “non si mettono in ila come gli inglesi”, piuttosto “si accalcano caotici come gli italiani”. E “la differenza tra cose ed eventi è che le cose permangono
nel tempo; gli eventi hanno durata limitata. Un prototipo di una ‘cosa’ è un sasso: possiamo chiederci dove sarà domani. Mentre un bacio è un ‘evento’. Non ha senso chiedersi dove sia andato il bacio domani”. È tutto affascinante, ma poi bisogna fare i conti con l’affermazione di Rovelli, secondo cui, in realtà, “il mondo è fatto di reti di baci, non di sassi”. Perino un sasso, alla ine dei conti, è un evento, dal momento che non esisterà per sempre.
Nei primi capitoli Rovelli fa un buon lavoro di demolizione del tempo: il presente non esiste. Non esiste unità perché il tempo è letteralmente diverso ad altitudini e velocità diverse, e non scorre in modo indipendente da noi. Questi, mi spiace dirvelo, sono tutti dati di fatto. Le storie che ci raccontiamo sul passare del tempo, su oggi e allora e domani, non sono attendibili; sono semplicemente utili, perché stiamo ancora lavorando sulla storia che darà un senso alla scienza. Per noi il tempo newtoniano funziona ancora perché non conosciamo altro, così come la terra piatta aveva un senso per i nostri antenati primitivi.
Le idee contenute nell’Ordine del tempo sono straordinarie, temo che dovreste leggerlo. Comunque ha fatto di me un newtoniano ancora più convinto. Guardiamo in faccia la realtà: il tempo newtoniano mi accompagnerà per il resto della mia vita naturale e io continuerò a pensare alle file inglesi anziché alle calche italiane, perché questo semplifica la vita. Quando sarai invecchiato, tu giovane lettore di questo giornale, probabilmente ti troverai a tuo agio con eventi e baci, ma per me è difficile cambiare: non riesco a misurarmi con il tempo di Planck, perché ho appena imparato a usare bene Spotify. Buona fortuna a te, ma non posso dire d’invidiarti. Il problema con la fisica quantistica è che è un’emozionante masturbazione mentale ed è chiaramente di un’importanza straordinaria, ma se scegliete d’ignorarla non vi succederà niente. Continuerete a parlare della cena take away della sera prima, della finale di Champions league del 2006 e della giornata di lavoro che vi aspetta.
Anche The incurable romantic and other unsettling revelations, dello psicoterapeuta Frank Tallis, parla di un mondo che conosciamo ma che ci è ancora completamente estraneo, se siamo fortunati. Abbiamo familiarità con delusioni d’amore, separazioni, struggimenti e malumori romantici, desiderio sessuale. Ma il libro di Tallis parla di quel che succede quando questi sentimenti del tutto comuni diventano contorti, eccessivi e ingestibili per alcuni dei suoi pazienti, e come potete immaginare è piuttosto avvincente. Megan, per esempio, era assistente di un avvocato e un giorno dovette farsi estrarre un dente. Quando si riprese dall’anestesia generale, si scoprì innamorata di Damon, il medico che aveva eseguito l’intervento. Era anche convinta che quell’amore fosse ricambiato e che tutte le obiezioni di Damon al riguardo fossero una mera evidenza della sua passione. Gli scriveva lettere e lo aspettava all’uscita dello studio. Il marito di Megan era sconvolto; la moglie di Damon si arrabbiò e minacciò di rivolgersi alla polizia; lei fu sottoposta a trattamenti che parevano solo intensificare i suoi sentimenti. Alla fine lui si trasferì a Dubai. Megan dovette accontentarsi di un piccolo tempio: ritagli presi da un giornale locale, una graffetta e altre cose che Damon poteva avere toccato. Per tutto questo tempo rimase sposata. Megan soffriva e forse soffre ancora di quella che un tempo era conosciuta come sindrome di de Clérambault e che oggi chiamiamo più semplicemente erotomania. La paziente più famosa di Gaëtan Gatian de Clérambault era una donna convinta che re Giorgio V fosse innamorato di lei e che comunicasse con lei muovendo le tende. È straordinario quello che le persone riescono a raccontarsi (in ogni caso, la cantante Shakira comunica con me strizzando l’occhio mentre pronuncia certe parole chiave durante i suoi concerti, ma questa più che una fantasia è una necessità pratica. Siamo tutti e due molto impegnati).
Nel frattempo Ali, un uomo d’affari di successo con una moglie e quattro figli, si rivolge a Tallis perché la moglie ha scoperto che lui sta frequentando una prostituta. Ali e Tallis si studiano a vicenda per settimane, ino a quando Ali confessa che non si tratta della prima volta, o della prima prostituta. “In realtà si avvicina alla tremillesima”, dice. “Forse di più”. Racconta che non si limitava ad andare a letto con loro, ma le convinceva che potessero avere un futuro con lui. “Parlavamo di come avrebbero potuto essere le nostre vite insieme. Andavamo a vedere grandi case con un agente immobiliare. Era davvero emozionante”. Be’, nessuno può accusarlo di essere uno che ha paura d’impegnarsi.
La cosa bella di The incurable romantic è che ti fa sentire meglio con te stesso. Che tu sia felicemente o infelicemente sposato, felicemente o infelicemente single, coinvolto in una relazione adulterina con una o più persone, ti stai comportando sempre meglio di questa gente.
La vita amorosa degli altri è ininitamente afascinante, ma uno dei punti su cui si sofferma Tallis è che quando c’innamoriamo finiamo comunque per flirtare con la follia. Siamo pazzi di qualcuno o follemente gelosi. Diventiamo temporaneamente inetti, e ci ritroviamo a fare cose che hanno un senso solo nel contesto del nostro disturbo passionale. E così come ci sono alcune persone sfortunate che non tornano più indietro da un viaggio psichedelico e finiscono per vivere una decina d’anni su un albero, ogni volta che siamo ossessionati da un altro corriamo il rischio di non riuscire a raggiungere la sponda lontana di una vita familiare appagata e di restare bloccati in acque turbolente.
Questo mese ho letto solo un romanzo, La regina degli scacchi di Walter Tevis. Un libro incredibilmente suggestivo la cui esistenza mi è tornata in mente per l’elogio che ne ha fatto di recente Michael Chabon su un quotidiano inglese. L’avevo letto la prima volta quand’era uscito, nel 1983. Tevis è autore di romanzi come Lo spaccone e L’uomo che cadde sulla terra, entrambi trasposti in ilm di grande successo, grazie ai quali lo scoprii quando avevo vent’anni. La regina degli scacchi probabilmente non è adatto al grande schermo perché parla appunto di scacchi: ci sono passaggi che descrivono minuziosamente ogni mossa e contromossa e sono abbastanza lunghi da essere definiti da un recensore, in occasione della sua uscita, come un gioco di seduzione a intermittenza. Be’, non è così. Seduce in ogni sua pagina. Io non gioco e non sono in grado di giocare a scacchi, ma l’amore e la comprensione di Tevis per il gioco che traspaiono dal libro gli permettono di rendere ogni partita della sua eroina Beth Harmon diversa dalle precedenti. Alcune sono chiare come le acque più chiare del mar Mediterraneo, altre torbide come il canale della Manica. Alcune richiedono più concentrazione di quanta abbiamo a nostra disposizione, altre sembrano solo dimostrazioni di bruta forza mentale.
Beth Harmon è un fenomeno degli scacchi che scopre il suo talento nelle circostanze meno promettenti: gioca nel seminterrato con il custode dell’orfanotrofio dove vive. Tevis compie alcune magie straordinarie, non ultima quella di far sembrare un romanzo ambientato tra gli anni cinquanta e sessanta e scritto negli anni ottanta un prodotto del movimento #MeToo. L’autore non dimentica mai che sta scrivendo di una giovane donna in un mondo di uomini in abito scuro, e la sua empatia è attuale in modo quasi stupefacente .
Ho avuto davvero poche settimane per stare con i miei libri. In realtà, non penso mi sia consentito scrivere “poche settimane”. Carlo Rovelli mi direbbe che ho avuto pochi baci, e che quei baci adesso si stanno agitando intorno a me come moscerini.
Be’, comunque sia, li ho ancora tutti in mente, i libri e le settimane. Non so se ai lettori si applichi il tempo di Planck o il tempo newtoniano. Siamo comunque fortunati.

NICK HORNBY
è uno scrittore britannico. Il suo ultimo libro è Funny girl (Guanda 2017). Questa rubrica esce su The Believer con il titolo Stuf I’ve been reading. Noi lo abbiamo tratto dal numero di INTERNAZIONALE 1284 del 30 nov/6 dic 2018.

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