Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

“Arrivarono finalmente al mare. Lui lo guardò e ancora una volta scoprì che sorrideva. Sì, le onde formavano un sorriso infinito. Le creste gonfie di schiuma si rincorrevano come le piccole rughe che circondano la bocca dei vecchi, si distendevano a riva come le labbra nel sorriso. Ed era come se il mare si compiacesse del proprio canto e, appunto, ne sorridesse.
Essere arrivati lì era davvero una festa, per gli occhi, per il cuore, per la pelle, per la mente che poteva lasciarsi andare (per un poco) all’idea della vacanza e del riposo dopo tanti giorni faticosi.
C’erano arrivati, lui e tutta la sua famiglia (una famiglia piccola, per la verità) dopo un tragitto di ore in sella a due sgangherate motociclette recuperate chissà dove dai contadini amici di suo padre.
Secondo lui erano ancora di epoca fascista, rubate a qualche italiano che cercava gloria in quella terra lontana (lontana?). Le avevano nascoste in un cascinale fuori mano e da poco rimesse in funzione, da quando i controlli non erano più così pressanti. Da quando la statua di Hoxha era stata abbattuta nel centro di Tirana.
Però, a viaggiarci per tanto, su quelle motociclette, si rischiava l’intossicazione, tanta era la puzza che facevano.
E poi quella strada polverosa, che seguiva esattamente il profilo delle montagne, senza saltare neanche una curva. D’altra parte non poteva che essere così, viste le condizioni del paese. Mica ci si poteva occupare delle strade quando tutto il tempo del giorno e della notte (spesso) bisognava usarlo per tentare di procurarsi da mangiare.
Ma il peggio era l’inverno, con la terra secca e dura. Ora d’estate si sentiva il profumo dei mandarini anche da lontano. E si poteva andare al mare.

Abbacinare. Era così felice quel giorno, se lo ricordava bene. Aveva imparato parole nuove e riusciva a dare forma ai propri sentimenti. Aveva imparato la parola abbacinare. Il mare lo abbacinava. Lo abbagliava, lo baciava, lo abbagliava. Tutte queste cose insieme. Era un ragazzino ma aveva già capito che le parole erano importanti. Gli dicevano che gli uomini dovevano essere duri, che non dovevano parlare tanto. Dovevano lavorare, ma soprattutto bere, picchiare, spaccare. Lui non si sentiva così. Non voleva né picchiare né spaccare. Cosa poi? Avevano già poco. Preferiva ascoltare, soprattutto le donne. Loro sì parlavano, raccontavano, si raccontavano. A volte usavano parole feroci, contro gli uomini di solito, o contro il destino.”

Me lo immagino così, un ragazzino come tanti, in quel luogo vicino eppure così lontano che è l’Albania, adesso che mi capita di girarla un po’.
L’immagine nasce dai racconti della nostra guida, Benko, persona speciale, che ha vissuto le traversie dell’Albania tra il vecchio regime comunista e questa nuova “libertà” (dalla caduta del muro di Berlino in poi) che significa, per la gran parte degli albanesi, poter partire verso l’Europa e sperare di trovare un qualche lavoro. Perché in Albania è difficile vivere, trovare un lavoro.
Come in tanti posti del mondo, ormai.

Ma l’Albania non è l’Africa. Il mare è lì, a due passi dalle montagne. Ed è proprio il “nostro” mare, come lo trovi in Grecia, in Croazia, in Puglia. Lo senti, l’odore del mare. La incontri, la luce del Mediterraneo.
E poi incontri i resti romani, splendide vestigia che ritrovi in tutto il mondo conosciuto a quel tempo: Apollonia, Butrinto. La romanità che ha lasciato il segno, anche qui. La via Egnatia, che metteva in comunicazione l’impero d’oriente e d’occidente.
E poi le chiese bizantine, le città un tempo straordinarie, come Gjirokastra e Berat; i castelli medioevali, l’architettura ottomana. Una vera civiltà, insomma, costruitasi nei secoli attraverso mille traversie, come i Balcani ci insegnano (no: come i Balcani ci dovrebbero insegnare. Non sappiamo niente di questa parte del mondo che, giustamente, preme oggi alle nostre dorate porte e vuole un posto in Europa).

Il turismo ha vandalizzato anche qui, in alcuni punti, la costa. A Saranda, per esempio, ormai completamente corrispondente al cliché occidentale. Però, basta allontanarsi un po’ dalla costa e salire e ti ritrovi in quel mondo lì, quello che ci descrive Benko e che io immagino.
Più duro, più aspro, ma certo più vero.

Sono venuta qui anche per cercare di capire (per quanto si possa capire in un breve viaggio). Naturalmente soprattutto per capire qualcosa di più di me, perché ogni viaggio è (per me) un viaggio interiore, oltre che nello spazio.
Capire qualcosa di più di questo paese di cui mi rimanevano immagini lontane e abbastanza spaventose, quelle del 1991, quando assistemmo basiti al primo vero sbarco di clandestini in Italia. E capire qualcosa degli stereotipi che ancora mi porto addosso.

Ne arrivarono ventimila (20.000!) – altro che 47 – al porto di Bari, tutti ammassati in una sola nave, la Vlora. “La nave dolce”: sarà il titolo del film di Daniele Vicari, che ci racconta con cura e umanità quei giorni incredibili.
Benko, la nostra guida, spiega come andarono le cose, e le sue parole concordano con le testimonianze che ascolto e i titoli dei giornali che ritrovo.
L’Albania usciva da 40 anni di regime comunista feroce, repressivo, chiuso. Di esso, da un giorno all’altro, rimasero enormi fabbriche vuote, costruite dai cinesi con la promessa di benessere; bunker assolutamente inutili, sparsi in tutto il territorio, costruiti nella consapevolezza dell’inutilità ma nella volontà di indicare un nemico ad ogni costo; arretratezza economica ma soprattutto culturale; il ruolo della donna… una società maschilista e sessista… imbevuta di stereotipi “comunisti”, dove la delazione era incentivata e bastava poco per “cadere” anche da posti di potere importanti. Proprio come la storia ci dovrebbe aver insegnato…

“Avevi anche paura di pensare contro…

“Studiando, sembrerebbe che il primo segno di vita sulla Terra sia stato l’ameba, il più primitivo, il più semplice: solo una cellula. Poi la cosa diventa più complicata: l’ameba comincia a moltiplicarsi e a variare secondo il tempo, il clima, lo spazio, finché un giorno appaiono tante specie sulla Terra. Si arriva così allo scimpanzè, dal quale poi si aprono le porte all’essere umano. Tutto comincia con una semplice ameba e finisce che l’essere umano sogna le condizioni ideali per sé, lo stato supremo di essere-al-mondo, di esserci-nel-mondo: il comunismo.
In breve, l’essere umano è una specie eroica, non pensate? Basta cercare di seguire il lungo percorso tra l’ameba e il sogno comunista che bussa alle nostre porte per comprendere la sua grandezza.
Io subisco la grandezza dell’essere umano; rimango semplicemente senza fiato. (…)
Io ho zappato bene la terra attorno all’arancio in fiore, che in questo momento è abitato da un sacco di api rumorose, e cerco di lasciare il resto del lavoro per domani.
Per trovare un tesoro ci vogliono sempre sette giorni e sette notti, si devono scavalcare sette montagne o sette mari, passare attraverso sette sofferenze, ma questa volta starò zitta, non chiederò perché devono essere sempre sette, perché il sette pare che sia un numero imbevuto di misticismo (in sette giorni e sette notti pare che qualcuno abbia creato l’intero mondo), e quindi risulta che il numero sette non è poi così dialettico-materialista, e le domande che porrò potranno far sorgere delle insinuazioni che non aiuteranno la nostra causa rossa” (da Ornela Vorpsi, Il paese dove non si muore mai, Minimum fax)

Ma tutti guardavano la TV italiana, imparavano a parlare l’italiano, nelle giornate belle vedevano l’Italia dall’altra parte del mare.

“La TV italiana era come una finestra che noi guardavamo per guadagnare la nostra libertà”

“Partire, partire, partire. Bisognava partire. Questo lo sentivano tutti. Lì non si respirava più.

“Il muro di Berlino è stato un po’ come un ghiaccio che si spacca

E allora partono tutti, tutti quelli che quel giorno si trovano nella spiaggia di Durazzo. Qualcuno fa sapere che c’è una nave pronta, c’è un carico di canna da zucchero, arriva da Cuba, va verso l’Italia. Si precipitano tutti, così, con quello che hanno, alcuni solo con il costume indosso, senza pensare.

“Qualcuno si toglie una ciabatta, così, per scherzare e la tira verso l’elicottero. Quello si alza veloce e si sposta lontano. E noi abbiamo cominciato a ridere, ventimila risate tutte insieme. Quello ha paura di una ciabatta, non come noi, che siamo eroi, che viaggiamo senza problemi

Poi la cronaca si fa dura, dura e scandalosa, come la durezza di oggi.

“Questi ragazzi si imbrattavano di nero e dava l’impressione di una grande scena dantesca

Stavano offendendo la dignità di queste persone

Lo stadio era diventato un campo di battaglia, un’arena.

Chiedo scusa che ti ho preso. Adesso come faccio per farti scappare?

Risalgono sugli aerei come erano arrivati, senza neanche una maglietta, a petto nudo.

Cossiga (allora Presidente della Repubblica) non solo non ringrazia il sindaco di Bari, ma lo minaccia. Per aver aiutato gli albanesi per quanto ha potuto.
Il sindaco dice: “Un sindaco non è un sepolcro imbiancato”

(frasi tratte dal film La nave dolce)

Insomma, li abbiamo messi tutti nello stadio, a scannarsi fra loro per la disperazione, turbati com’eravamo da quei visi scuri, sporchi, da quel bisogno di tutto che avevano. Le autorità della Repubblica completamente assenti (Cossiga, Andreotti), minacciose verso chi cercava di aiutare. Poi li hanno rimandati indietro. Dei ventimila, pare che solo un migliaio sia riuscito a rimanere.
Eppure, nelle testimonianze del film, non c’è acrimonia nelle loro voci. L’Italia è sempre l’Italia. Ancora oggi è un paese che amano, dove molti ormai si sono integrati, dove vogliono vivere, studiare, lavorare. Noi, italiani, ci hanno accolto benissimo; ci hanno ovunque cucinato i loro piatti migliori, hanno danzato per noi, ci hanno fatto da guida in perfetto italiano in ogni chiesa o museo, non ci hanno nascosto le loro difficoltà. Certo, perché il turismo conviene, ma anche per una simpatia innata nei nostri confronti, che non è stata scalfita nemmeno dall’invasione fascista degli anni 40 o dal ricordo di quel 1991.
Non so più se hanno ragione.

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