Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Prendere in mano questo libro, leggerne pochi capoversi e non riuscire ad interromperlo nonostante le oltre cinquecento pagine che lo compongono, è tutto dire.
Non conoscevo né l’autrice né il romanzo, comparso nel panorama librario italiano solo quest’estate con questo titolo, il primo di una trilogia curata da Fazi Editore.  Rebecca West è il nome d’arte di Cicely Isabel Fairfield, inglese con origini scozzesi e irlandesi, (1892 – 1983) che prese il suo pseudonimo da un’eroina ribelle, un personaggio della Casa dei Rosmer di Ibsen; fu scrittrice famosa ed apprezzata a livello internazionale nel corso del ‘900, ma verso la fine degli anni ’60 le traduzioni si ridussero e i suoi libri non vennero più pubblicati. Ora l’editore Fazi con la traduzione di Francesca Frigenio sta portando alla luce la trilogia, ispirata alla sua vita, a cui la West lavorò per circa trent’anni. L’opera narra le vicende di una famiglia vissuta in un’epoca che annuncia i grandi cambiamenti storici (movimento femminista, conflitti mondiali).
Chi narra è Rose, sorella gemella di Mary con la quale condivide passione e talento musicale ereditati dalla madre Clare con un passato di grande pianista e una genealogia di musicisti di tutto rispetto.  “Ovviamente tutte noi suonavamo uno strumento. Se i componenti della famiglia irlandese di papà erano invariabilmente soldati o mogli di soldati, allo stesso modo, nella famiglia di mamma, che veniva dalle Highlands occidentali, erano tutti musicisti, e lo erano sempre stati da almeno cinque generazioni.” Altri due figli rendono vivace e interessante la quotidianità di questa famiglia: la bellissima Cordelia, la maggiore, che insiste nel rincorrere un talento violinistico che non possiede e il piccolo Richard Quin  dotato di una notevole sensibilità musicale, che fa dire alla madre: “Vorrei che Mozart avesse potuto sentire Richard Quin suonare il flauto” dal momento che il bambino, a suo dire, possedeva un orecchio perfetto e una tecnica sbalorditiva.  Il padre Piers,  molto amato da moglie e figli, è un bravo giornalista, grande pensatore, scrittore stimato con il brutto vizio del gioco d’azzardo, che rende costantemente a disagio tutta la famiglia sempre senza soldi, alla continua, affannosa ricerca di risorse per tirare avanti. Questo padre così perso nel suo lavoro e nel gioco aveva una dote meravigliosa agli occhi dei figli. Nell’ avvicinarsi del Natale, ogni anno ricreava magicamente l’incanto del momento con la costruzione di giocattoli. “Di tutte le strane doti di mio padre una delle più strane era la sua abilità nel costruire giocattoli.  Un vecchio falegname nella proprietà di suo padre in Irlanda gli aveva insegnato i rudimenti della sua arte quando era ancora un ragazzino, e lui aveva mantenuto l’abitudine di lavorare il legno per tutta la vita. A eccezione del suo spirito arguto, che aveva la capacità di girare le cose a rovescio, né nei suoi discorsi né nei suoi scritti c’era la minima traccia di immaginazione fantastica, che invece grondava letteralmente dalle sue dita. A noi bambini non era più permesso entrare nel suo studio o nella sua stanza dopo la prima settimana di dicembre, perché non vedessimo quello che stava costruendo per noi, e noi stessi non volevamo infrangere questa regola”.
Nel quotidiano di questa famiglia entrano Rosamund, spensierata e luminosa cugina, con la madre Constance,  la devota domestica Kate, un anziano benefattore e altri personaggi che intrecciano le loro esistenze con gli Aubrey.
E’ una famiglia di altri tempi a cui ci si affaccia in punta di piedi col timore di disturbare la quiete della routine quotidiana, sottolineata dai ritmi delle esercitazioni al pianoforte, dal rito del tè religiosamente preparato dalla fedele Kate, dal rituale del lavarsi i capelli e dell’indossare un cappellino alla moda. Gran parte del tempo domestico è dedicato alla musica e a letture e citazioni dai grandi della letteratura, a cominciare da Shakespeare, conosciuto e recitato abitualmente da tutti, e Le  Mille e una Notte che il piccolo Richard Quin richiede con determinazione quotidiana fin dalla prima infanzia. I debiti da cui sono sommersi e i continui creditori che reclamano i soldi dovuti non scalfiscono la dedizione e la passione per la cultura musicale e letteraria che anima la vita di questa famiglia fuori dal comune.
Protagonista assoluta del romanzo è la musica che permea ogni giornata non solo attraverso le continue esercitazioni pianistiche delle due gemelle che crescono nella convinzione di diventare poi due grandi professioniste sulla scia materna, ma anche attraverso le sonorità che si colgono  e si raccolgono in ogni frammento sonoro dall’ambiente circostante.
Lo scalpiccio dei cavalli sul selciato davanti casa piuttosto che il bubolare del gufo nel seminterrato  sono sempre musica di cui si possono cogliere tonalità e segreti.
Ho letto da qualche parte e condivido che questo ripercorrere a distanza di cinquant’anni le tappe della propria infanzia, attraverso un quieto  fiume di parole, pieno di eventi, di minuzie, di richiami alla natura, dà ai ricordi il sapore di una madeleine proustiana. Un oggetto, un odore, un colore bastano a far riaffiorare alla  memoria particolari di una vita.
“Era una di quelle mattine autunnali prive di qualsiasi malinconia, quando sembra che il tempo sia intento a tirare a lucido la sua casa. Un vento sempre più intenso faceva correre spedite le nuvole e mulinare le foglie morte nelle strade, come se gli alberi fossero stati spogliati completamente per meglio accogliere la pioggia.” Tutta la famiglia, escluso il padre che se ne è andato non si sa dove per non tornare,  parte per un’escursione a Kew Gardens alla ricerca della lapageria , rampicante sempreverde che sembra trovarsi solo in quel giardino. Il richiamo a questo fiore raro mi ha ricordato le catleie di una pagina dell’opera di Proust: “Ella trovava a tutti i suoi gingilli cinesi delle forme <divertenti>, e così pure alle orchidee, alle catleie soprattutto, che insieme ai crisantemi erano i suoi fiori preferiti…”
Il dettaglio raffinato apre un mondo di ricordi, di sensazioni, di storie  in chi narra  e in chi sta leggendo.
Nel racconto di questa famiglia profondamente unita da grandi affetti e da una solida cultura non solo musicale, affiora il paesaggio inglese, con i suoi giardini,  i cespugli, i ruscelli, le nuvole, gli animali reali e immaginati (tutti i ragazzi da piccoli hanno avuto un compagno di giochi immaginario a cominciare da Panna e Zucchero, i due puledri di fantasia che avevano tenuto compagnia al padre e a suo fratello Barry nelle loro fantastiche cavalcate dell’infanzia e che il piccolo Richard Quin andava a salutare nelle scuderie anni dopo).
Martedì 29 gennaio scorso è comparso in libreria il secondo volume della saga degli Aubrey, NEL CUORE DELLA NOTTE, che riprende il racconto dove lo abbiamo lasciato chiudendo il primo libro. I bambini non sono più tali: troviamo adolescenti che stanno diventando giovani donne pronte ad intraprendere le loro strade . Anche il piccolo Richard Quin sta diventando un ragazzo brillante, amato da tutti per il fascino che sprigiona.
Da ciò che si legge nel quarto di copertina ci aspettiamo un forte intreccio tra la quotidiana routine della famiglia Aubrey e la Storia che “busserà”  alla porta di questa casa con la guerra che “piomberà come una catastrofe annunciata”.
Come il primo libro anche questo richiama l’attenzione del probabile lettore attraverso la sua veste tipografica, in entrambi pregevole:  il primo si presenta con una copertina che riporta in controluce su sfondo azzurro la mamma al pianoforte e le due bambine sedute in terra ad ascoltarla;  il secondo ci offre la sagoma delle due gemelle ormai donne, strette l’una all’altra, appoggiate ad una balconata alla luce di due lampioni che rischiarano la  notte.
Questa è una storia a cui ci si affeziona, che ci rimanda un senso di vita vera fatta di piccole e grandi cose, antiche, ma attuali, che, in qualche modo ci piace fare nostre per poterle gustare in tranquillità.

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