Prime dieci pagine
Micaela Prevosto

Il 27 gennaio era il giorno del ricordo e tornare a Primo Levi (Torino 1919-1987) è un modo particolarmente salutare per “considerare” che “questo è stato” e dunque può ripetersi.

“Le cose viste e sofferte mi bruciavano dentro… raccontavo con vertigine”. Ma poi “il mio scrivere diventò … un’opera di chimico che pesa e divide, misura e giudica su prove certe, e s’industria di rispondere ai perché… cercare e trovare, o creare, la parola giusta, cioè commisurata, breve e forte; ricavare le cose dal ricordo, e descriverle col massimo rigore e il minimo ingombro”. (Primo Levi, Il sistema periodico).

Il suo primo manoscritto, fu rifiutato da sei grandi editori, fra cui “Comunità” di Olivetti e la Einaudi, dove si beccò il parere negativo della Ginzburg, amica di famiglia di Primo, e del direttore editoriale Cesare Pavese, di cui lei era assistente, il quale era fulmineo nei rifiuti.

Il libro non parve “giusto” per il catalogo Einaudi.

La gente, secondo loro, avendo vissuto gli orrori della guerra, non aveva bisogno di ulteriori testimonianze tragiche; ma in realtà ne erano apparse solo sette, e nessuna paragonabile a quella di Levi, uno sconosciuto che non aveva lo stigma dello scrittore, di cui perciò non seppero avvertire né il rigore nuovo del linguaggio, né il respiro universale del messaggio; un’opera epocale, altro che uno sfogo! [Cfr. Ian Thomson, Primo Levi. Una vita, UTET 2017, pp. 338-340].

Il libro uscì infine con il titolo “Se questo un uomo” nell’autunno del 1947, in 2.500 copie dalle edizioni De Silva del grande Franco Antonicelli, ebbe accoglienza entusiastica di Calvino e di pochi altri ed ora è un introvabile pezzo da gran collezione. Se ne vendettero, pare, solo 1500 copie, quasi tutte a Torino. Si sa che 600 esemplari, rilevati come fondo di magazzino dalla Nuova Italia, finirono sommersi dalla piena dell’Arno del 1966.

Solo nel 1958 la Einaudi capì il suo errore e lo ripubblicò con alcune varianti.

Chi non l’ha letto lo legga, chi lo lesse a scuola o da giovanissimo lo rilegga e lo rivivrà come lezione di vita, come se non lo avesse mai letto prima.

Certo non fu concepito per divertire, ma illumina, raccontando fatti veri e persone, senza retorica né sensazionalismo.

In un mondo che non fa che vendere emozioni e sensazioni, e in questi tempi di disumanità sdoganata, questo libro è un toccasana di purezza linguistica.

Nella prefazione alla prima edizione, Primo Levi, appena tornato dal Lager, scrisse: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”.

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