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Essere una reporter in guerra di Janine di Giovanni

Redazione

Ogni volta che una ragazza viene da me e mi dice “voglio fare la corrispondente di guerra!” dopo aver visto un film di Hollywood che esalta il fascino della professione, le rispondo sempre di pensare bene al tipo di vita che comporta. Forse, alla fine, la frase che ci ripetevano le prime femministe non era vera: non si può avere tutto. O almeno non senza conseguenze tragiche. Nel 2012, una mattina, mentre lavoravo a un articolo sui criminali di guerra a Belgrado, ricevetti una telefonata terribile: la mia collega e amica Marie Colvin era morta, uccisa dalle bombe del presidente siriano Bashar al Assad a Homs. Un film uscito lo scorso novembre, A private war, racconta le peripezie della sua carriera.
Il regista di A private war, Matt Heineman, ha avuto diversi riconoscimenti per i suoi bellissimi documentari sulla guerra alla droga (Cartel land, del 2015) e sul gruppo Stato islamico (City of ghosts, del 2017). Come i suoi attori, però, ha faticato a rendere questo ilm completamente autentico. E siccome non è un ilm biografico (Heineman preferisce non definirlo così), la trama può generare confusione nelle persone che, come me, conoscono la storia vera. Al Sunday Times, dove lavorava Colvin, non c’erano personaggi “buoni” che si preoccupavano del suo bene. C’erano solo direttori e caporedattori che chiedevano scoop a costo di mettere a rischio la vita dei loro giornalisti. Colvin aveva molte amiche a Londra, ma nessuna che somigliasse al personaggio stile Bridget Jones interpretato nel film da Nikki Amuka-Bird. Il suo ultimo compagno non era un partner attento e innamorato come lo Stanley Tucci del ilm, ma un uomo che le aveva provocato immense soferenze. In Bosnia non c’erano “teste sui pali”, come dice in una delle prime scene il personaggio che dovrebbe essere il suo primo marito (quelle erano in Cecenia). Il secondo marito di Colvin, Juan Carlos Gumucio, non ha un ruolo nella trama, anche se ne ha avuto uno importante nella sua vita.
Un film molto più attendibile e commovente sulle corrispondenti di guerra, Bearing witness, è stato co-diretto dalla documentarista Barbara Kopple, che mi contattò per la prima volta nell’autunno del 2002.
Dato che avevo cominciato a fare la corrispondente in zone di guerra all’inizio degli anni novanta, mi ero già sentita chiedere decine di volte se le donne raccontavano la guerra in modo diverso dagli uomini. “No”, rispondevo, infastidita dalla domanda. Io non me ne stavo chiusa a scrivere negli ospedali e negli orfanotrofi. Andavo in prima linea con i soldati e con gli eserciti ribelli. Vivevo per mesi nei campi o nei boschi, non mi lavavo, trascinavo via i morti e i feriti dalle trincee. Facevo tutto quello che facevano i miei colleghi maschi e cercavo di riflettere le loro emozioni. O almeno così pensavo.
Lo scopo del documentario di Kopple era quello di dare una rappresentazione delle donne in un mondo fortemente maschilista. Era centrato su di me e su altre tre donne, tra cui Marie Colvin. Se A private war racconta la vita tormentata di Colvin, il ilm di Kopple coglie la vera Marie, senza il glamoure i costumi. Anche se l’interpretazione di Rosamund Pikenelilm è straordinaria, preferisco la cruda realtà del documentario, doloroso ma autentico, sulla vita delle donne che scelgono di fare le corrispondenti di guerra. Nonostante la fama di Kopple (aveva vinto l’Oscar per Harlan county, Usa nel 1976) avevo molti dubbi sull’opportunità di diventare l’oggetto di un documentario, perché all’epoca mi stavo interrogando sulle scelte che avevo fatto nella mia professione. Ero convinta che bisognasse dare testimonianza delle atrocità (bearing witness, come diceva il titolo del ilm) ed ero motivata da un forte senso di giustizia. Ma più di ogni altra cosa volevo avere una famiglia. Sognavo la stabilità e l’equilibrio che in quanto corrispondente di guerra non avevo. Dopo vent’anni in zone di conflitto, dopo aver assistito all’assedio di Sarajevo, alla caduta di Grozny per mano delle forze russe, ai genocidi a Srebrenica e in Ruanda, ai bambini soldato che avevano cercato di uccidermi in Liberia e in Sierra Leone, ero completamente esaurita. Volevo una cucina in cui preparare la cena per il giorno del ringraziamento. Volevo dire ai miei amici di venirci a trovare e volevo restare con loro, invece di lasciare un biglietto sulla porta con scritto che all’ultimo momento mi avevano chiamato per andare in Congo o a Timor Leste. Quando cominciai a fare la giornalista, il disturbo da stress post-traumatico non era molto comune tra i corrispondenti di guerra. Dopo una missione particolarmente estenuante in Bosnia fui contattata dal dottor Anthony Feinstein, uno psichiatra canadese che si basò sulla mia esperienza e su quella di alcuni miei colleghi per uno studio triennale sugli effetti dei traumi sui giornalisti che lavorano in prima linea. I risultati del suo lavoro furono pubblicati sull’American Journal of Psychiatry e poi in un libro, Dangerous lives (Vite pericolose), che è diventato una sorta di manuale per le testate giornalistiche su come tutelare i loro reporter.
Quando Feinstein mi chiamò nel suo ufficio a Londra per il mio ultimo consulto, mi disse che non soffrivo di disturbo da stress post-traumatico, nonostante le terrificanti allucinazioni che mi perseguitavano dopo essere stata in Sierra Leone (vedevo persone amputate dappertutto). Diceva che avevo una forte capacità di ripresa. Interpretandola erroneamente come una benedizione, decisi di spingermi ancora più in là, su strade ancora più desolate, in missioni ancora più pericolose, sempre più vicina alla morte. Come se non bastasse, il giornale per cui lavoravo all’epoca mi spingeva a rischiare sempre di più pur di avere un grande servizio da pubblicare.
Sono stata rapita. Ho subìto una inta esecuzione in Kosovo. Non si contano le volte che stavo per essere stuprata. In Costa d’Avorio, un soldato ubriaco mi ha puntato un Ak-47 senza sicura al cuore mentre cercavo di trascinare un uomo ferito in ospedale. Sono stata minacciata di morte dal governo di Foday Sankoh in Sierra Leone per aver trafugato documenti collegati ai diamanti insanguinati. A Grozny sono stata in mezzo a bombardamenti così feroci che pensavo che mi esplodessero i timpani. Certamente i miei nervi ne hanno risentito.
Ero tornata al mio appartamento a Londra e avevo cercato di riprendermi, di rimettere insieme i pezzi della mia vita. Molti miei colleghi erano rimasti completamente devastati da quello che avevano visto. Chi torna dal fronte deve fare i conti con l’alcolismo, l’abuso di stupefacenti, il divorzio, la separazione, l’infelicità, la sofferenza. C’è stato un periodo della mia vita in cui non riuscivo a tollerare di andare a una festa e sentire quelle che alle mie orecchie erano le banalità della vita quotidiana. Io e i miei colleghi avevamo rifiutato il mondo tradizionale, e ne stavamo pagando il prezzo.
Una sera io e Juan Carlos restammo a fare baldoria fino a tardi. Jc, come lo chiamavamo tutti, se ne andò per ultimo. Lo accompagnai alla porta e lui mi prese la mano. “Addio”, mi disse. “Non ti vedrò per un bel po’”. “Ma ci vediamo tra poche settimane”, gli risposi, ricordandogli una festa in programma per una data non troppo lontana. Lui scosse la testa, sorrise e mi disse. “No, non mi vedrai. È arrivato il momento”. Capii immediatamente a cosa stava pensando: al suicidio. Gli corsi dietro. “Non farlo!”, lo scongiurai. “È una strada ancora più buia!”. Qualche mese dopo ero in Somalia. Stavo lavorando a un articolo sul gruppo islamista somalo Al Shabaab per il New York Times Magazine quando ricevetti una chiamata sul mio telefono satellitare. Jc si era sparato a casa sua in Bolivia. Mi sedetti sul tetto, con gli spari di Mogadiscio sullo sfondo, e piansi per il mio meraviglioso amico. “Ne ha viste troppe”, mi avrebbe detto in seguito Colvin. In realtà, piangevo anche per me stessa e per quello che mi stavo perdendo. E così, qualche anno dopo, mentre guardavo cadere la statua di Saddam Hussein a Baghdad, presi una decisione drastica: giurai che avrei avuto una vita normale. Ero fidanzata e stavo per sposarmi con un altro corrispondente di guerra, che avevo conosciuto durante l’assedio di Sarajevo. Volevamo avere un figlio, rischiarare il buio delle nostre vite, trovare un riscatto. Quando la troupe di Kopple venne a riprendere il nostro matrimonio nelle Alpi francesi, dov’era cresciuto mio marito, ero incinta. Mentre mi stavo vestendo, guardai le notizie e la mia felicità svanì: il quartier generale dell’Onu a Baghdad era stato colpito da un attentato. Io e mio marito ci mettemmo a guardare la tv, sconvolti, ma anche combattuti perché non eravamo lì, nel cuore degli eventi.
Il Times, il giornale per il quale lavoravo allora, non era entusiasta del mio nuovo ruolo. “Ho una corrispondente di guerra che non può andare in guerra”, protestò il capo degli esteri, padre di cinque figli. “Come faccio a raccontare quello che sta succedendo?”. Quando gli suggerii di mandare qualcun altro andò su tutte le furie: “Non posso mandare gente inesperta! Quello che sai fare tu è andare in posti dove gli altri non riescono ad andare!”. All’improvviso mi resi conto che per lui ero carne da cannone.
Mi costrinse a tornare in Iraq mentre stavo ancora allattando, perché sosteneva che il mio contratto diceva così. Piansi sull’aereo con la foto del mio bambino infilata in tasca. E piansi nel mio uicio di Baghdad, quando dovetti tirarmi il latte e buttarlo nello sciacquone del bagno. Sentii un mio collega maschio dire trionfante al telefono: “Ha avuto un figlio e adesso se la fa sotto!”. Mi mandarono comunque a Sadr City in un momento particolarmente pericoloso, mentre il mio corpo si stava ancora riprendendo da una gravidanza a rischio e da sei mesi a letto.
Ma il mio collega maschio aveva ragione: ero cambiata. È stato sempre difficile per me assistere alle sofferenze estreme dei bambini e degli innocenti. All’inizio della mia carriera, in Bosnia, quando vidi un bambino a cui avevano sparato nell’addome che urlava agonizzante senza antidolorifici, vomitai. Ho provato a essere più forte, ma non sono mai riuscita a costruirmi una corazza abbastanza solida. Con la maternità mi è diventato quasi impossibile veder soffrire i bambini, come ho constatato nelle ultime guerre che ho documentato in Siria e in Yemen. Per riprendermi tornavo a casa e giocavo con mio figlio, interpretando il ruolo della casalinga anni cinquanta con tanto di grembiule e torta nel forno.
Ci ho provato, ma non so se sono riuscita a calarmi in questa esistenza schizofrenica. Qualche giorno fa sono andata a una riunione dei genitori alla scuola di mio figlio. Io e mio marito Bruno, che con grande coraggio ha affrontato i demoni del disturbo da stress post-traumatico e li ha sconfitti, ci siamo separati da molto tempo ma continuiamo a collaborare come genitori con il desiderio profondo di dare stabilità e amore a nostro figlio. Quando Bruno fu colpito da un cecchino in Libia durante la caduta di Gheddafi, diedi la notizia a mio figlio con calma, rendendomi conto di quanto fosse innaturale. Poi Bruno fu evacuato da Tripoli, è guarito e sta bene. Il nostro bambino è cresciuto ed è felice.
Questa settimana, però, una delle sue insegnanti mi ha parlato di un compito che ha fatto. Il tema era “qual è la cosa che ti fa più paura?”, e la maggior parte dei maschi della sua classe (fa il primo anno delle superiori) ha raccontato di quanto è difficile parlare con le ragazze. Luca invece ha scritto: “Ho paura che in Iraq taglino la testa a mia madre con una spada”. E all’improvviso ho capito, vergognandomi, che quando mi vantavo di essere come i giornalisti maschi sbagliavo. Le donne, quando decidono di diventare madri, devono fare una scelta, e io non sono stata completamente onesta nella mia: il mio stile di vita stava facendo del male alle persone che mi amavano.
Marie Colvin non ha avuto figli, e neanche Martha Gellhorn, terza moglie di Hemingway, il mio modello di vita. Pochissime mie colleghe sono diventate madri. Non ho avuto molti esempi, perciò ho cercato di cavarmela come meglio ho potuto. Ho fatto degli errori – il primo viaggio in Iraq quando avrei dovuto dire di no, le missioni lontano da casa quando sarei dovuta rimanere – ma sono orgogliosa del mio lavoro e di quello dei miei colleghi, soprattutto per le prove che forniamo ai tribunali per i crimini di guerra. Ma so anche che la mia professione getta un’ombra sulle persone che mi sono più care. Una volta mio figlio mi ha detto: “Quando te ne vai non so mai se tornerai”. Mi ha spezzato il cuore, anche se so che è orgoglioso del lavoro dei suoi genitori. Il film di Kopple racconta la tragedia di Marie Colvin e la sua lotta con il disturbo da stress post traumatico, l’alcolismo e la difficoltà di conciliare le responsabilità personali con una carriera straordinaria. Sua sorella Cat Colvin, avvocata, ha raccontato che durante le vacanze Marie tornava sempre dal fronte per stare a Long Island insieme alla sua famiglia, una famiglia cattolica irlandese. La sua vita lavorativa, con i campi minati, i mortai e i cecchini, sembrava lontana milioni di chilometri dalle villette residenziali, con i nipotini che le correvano intorno e un pranzo abbondante in tavola. Anche questa è stata una parte della sua battaglia: la fatica di dare un equilibrio alla sua vita. Nonostante tutto, rispetto A private war perché apprezzo la descrizione del coraggio di Colvin e il tributo alla sua memoria. Ma non voglio che le ragazze lo guardino pensando che fare la corrispondente di guerra sia un lavoro favoloso. Non lo è. Se vogliono conoscere la realtà cruda e sgradevole – il dolore, gli aborti spontanei, i postumi emotivi – dovrebbero dare un’occhiata anche al documentario del 2004 di Barbara Kopple.
Questo articolo è stato tratto da Internazionale 1292 | 1 febbraio 2019
JANINE DI GIOVANNI
è una giornalista statunitense. È stata a lungo corrispondente di guerra. Il suo ultimo libro pubblicato in italiano è Il giorno che vennero a prenderci. Dispacci dalla Siria (La nave di Teseo 2017). Questo articolo è uscito su Harper’s con il titolo A private war.

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