Prime dieci pagine
Redazione

Un minuscolo puntino bianco luccica sul grigio della giacca di Fabiano Ca­ruana, lì dove dovrebbe essere il suo bicipite sinistro. La manica, in real­tà, avvolge per lo più il vuoto: a giu­dicare dagli elementi a disposizione, Caruana non ha bicipiti. Del resto, non ce n’è bisogno per spostare 16 pezzi sulle 64 caselle di una scacchie­ra appoggiata su un tavolo di un metro per un metro scarso.
Nato a Miami e cresciuto a Brooklyn, Caruana, 26 anni, è diventato grande maestro internazionale de­ gli scacchi quando ne aveva 14 e sembra il frutto di una sveltina tra un geco arrapato e Woody Allen. For­tunatamente per lui, è meno brutto di Allen. In com­ penso, ha ancora più di lui la faccia da nerd.
Dall’altra parte del tavolo c’è Magnus Carlsen, risoluto sotto il suo ciufo a punta. Vi siete mai chiesti che aspetto avrebbe Matt Damon se facesse il can­ tante di una boy band? Smettete di chiedervelo: ec­ colo. Carlsen, norvegese, è il classico tipo che vi viene voglia di prendere a schiaffi perché alle soglie del suo ventottesimo compleanno pensa di potersi ancora comportare come un moccioso viziato.
Le sue esternazioni durante le conferenze stampa sono un campionario sparso di “non lo so” e “non m’interessa”. Quando gli chiedono chi è il suo scac­chista preferito, Caruana cita Bobby Fischer, genio pazzo, l’ultimo statunitense a vincere il campionato del mondo di scacchi nel 1972. Carlsen? “Probabil­mente io, tre o quattro anni fa”. Forse è inevitabile, se vieni nominato grande maestro a 13 anni, diventi il più giovane numero uno di tutti i tempi a 19, vinci il campionato del mondo a 22 e sei giudicato dagli esperti il miglior esponente di una disciplina che ha 1.500 anni.
Caruana e Carlsen si stanno sfidando per il cam­pionato del mondo di scacchi, e in 26 anni che scrivo di sport per vivere non mi è mai capitata un’esperien­za così bizzarra. La strana coppia si affronta nella ste­rilità insonorizzata di quello che sembra un grande acquario. Oltre i doppi vetri, il pubblico è seduto al buio come al cinema, ma senza popcorn o qualsiasi altra cosa possa emettere un suono. Sento il rumore della matita che scorre sul taccuino, su cui scaraboc­chio incredulo 82 pagine in un pomeriggio. Consumo per due volte la mina, quindi sono costretto a usare il temperamatite. Mentre mi accingo all’operazione, sento sul collo lo sguardo gelatinoso dei giganti. Sembrano i Men in Black. Li vedo scendere in coppia verso uno spettatore che ha tirato fuori di nascosto il telefonino per scattare una foto. Uno dei due gli legge i suoi diritti sussurrando minaccioso, l’altro tira fuori la sua manona per bloccare il telefono prima che il proprietario, nervosamente, lo spenga.
Un colosso barbuto gira lo sguardo monocigliato, piroetta sui talloni e resta immobile con le narici al­largate quando un bambino di otto anni con le orec­chie a sventola, seduto in prima fila, fa l’impensabile: saluta con la mano il suo rilesso nel vetro. Subito il braccino ritorna al suo posto e il bruto perde interes­se. Il bambino non lo sa, ma è stato a tanto così dal dover convivere con anni d’incubi notturni.
Qualcuno starnutisce. Il rumore squarcia la stan­za come una scorreggia a un funerale.
Come siamo finiti qui? La facciata di mattoni con i bordi di marmo e sovrastata da una cupola di vetro al numero 12 di Southampton road a Holborn, nel centro di Londra, finge con solennità vittoriana che in questo anonimo pomeriggio autunnale tutto sia normale. All’interno, invece, regna la follia.
Le nostre borse vengono ispezionate come se fos­simo in un laboratorio scientifico. Accettiamo di con­ segnare i telefoni o di spegnerli – vanno proprio spen­ti, non basta metterli in modalità silenziosa – e di te­nerli in sacchetti di plastica sigillati e lontani dalla vista. Un fiume di braccialetti luminosi avanza lungo corridoi oscurati. E noi siamo la stampa, che può en­trare gratis. L’ultimo giorno, i biglietti si vendevano online a 160 euro.
Sono le tre del pomeriggio. Caruana scatta come un insetto sulla sedia davanti ai pezzi bianchi. Arriva Carlsen, che concede svogliatamente una stretta di mano. Ci siamo. I primi undici incontri del match, cominciato il 9 novembre, sono finiti in parità. Se og­gi c’è un vincitore, la partita è finita.
C’è un’immagine ricorrente. Caruana è inclinato in avanti, con i gomiti sul tavolo, il mento e le guance nelle mani, lo sguardo isso in basso, come un bam­ bino che osserva le formiche. Ogni sua mossa è una lunghissima agonia. Carlsen, invece, le formiche le ha nei pantaloni. Le reazioni alle mosse di Caruana sono quasi istantanee. Non sta quasi mai seduto, e spesso neanche c’è. Quando arriva si toglie la giacca con gesto plateale da torero, la appende alla sedia ed esce di scena a passo spedito. Poi rientra, si libera i polsi dalla camicia con un ampio gesto delle braccia, fa la sua mossa, drizza la schiena ed esce. Le poche volte che resta seduto ha un’espressione tra l’acci­gliato e l’imbronciato.
Nell’arco di pochi secondi compie le seguenti operazioni: si sporge in avanti con i gomiti sul tavolo e le mani sulle tempie; si mette una mano in grembo mentre con l’altra si copre la bocca; si appoggia allo schienale, incrocia le gambe da una parte, poi dall’al­ tra e poi le rimette giù; si sporge sulla scacchiera con la testa abbassata, le mani in grembo, il mento quasi a sfiorare i suoi pezzi; poi si rimette dritto sullo schie­nale, muove un pedone, si alza e se ne va.
In tutto questo, Caruana è sempre seduto con i gomiti sul tavolo, il mento e le guance nelle mani, lo sguardo fisso in basso, perfettamente immobile, quasi triste. “Il mondo sta guardando”, recita la scrit­ta sul lato del tavolo. Ma esattamente, cosa c’è da guardare? Dopo due ore, 57 minuti e 40 secondi non abbiamo una risposta. In compenso, abbiamo un’al­ tra parità. Serve quindi uno spareggio, che consiste in una serie di partite da 25 minuti e si disputa due gior­ni dopo. Vince Carlsen, tre a zero. Dopo venti giorni, 773 mosse e 51 ore di gioco, c’è un vincitore.
Carlsen incassa il premio di circa 540mila euro, sorride e agita in aria il trofeo. Ha un po’ meno la fac­cia da schiaffi rispetto alla conferenza stampa del dodicesimo incontro, quando aveva liquidato con sguardo sprezzante l’idea di dover battere qualcuno per dimostrare la sua ovvia superiorità.
A Caruana non va poi tanto male: vince 440mila euro. Osservandolo in conferenza stampa si ha qua­si la sensazione che stia per scusarsi con Carlsen per il solo fatto di esistere. Meno male che non si è ac­corto, forse, che sulla manica della giacca, lì dove dovrebbe esserci il bicipite, luccica ancora un punti­no bianco.

Tratto da Internazionale 1291 | 25 gennaio 2019
TELFORD VICE
è un giornalista sportivo sudafricano. Questo articolo è uscito su New Frame con il titolo Chess championship: black

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