Prime dieci pagine
Mariel Giolito

Una storia incredibile, raccontata sul «New York Times» da Sam Dolnick e diventata poi materiale di ispirazione per questo film “The Mule”, nuova regia di Clint Eastwood: il divo, ex sex symbol, si spoglia dei caratteri della star che l’hanno reso celebre, mostrandosi fragile, un vecchio qualunque, ultimo tra i tanti sfigati.
Il personaggio di Earl Stone, così come la sua storia, sono basati sulla storia vera di Leo Sharp, un anziano che negli anni ’80 si trasforma in un insolito corriere della droga per dei trafficanti messicani.
Earl Stone, floricoltore appassionato dell’Illinois, è specializzato nella cultura di un fiore effimero che vive solo un giorno, a quel fiore ha sacrificato la vita e la famiglia, che di lui adesso non vuole più saperne.
E’ un reduce della guerra di Corea, ormai quasi novantenne, continua a lavorare nell’orticultura, separato dalla moglie e odiato dalla figlia, ha un rapporto discreto solo con la nipote.
Nel Midwest, piegato dalla deindustrializzazione, il commercio crolla e Earl è costretto a vendere la casa. Il solo bene che gli resta è il pick-up con cui ha raggiunto 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione.
La sua attitudine alla guida attira l’attenzione di uno sconosciuto, che gli propone un lavoro redditizio: dovrebbe trasportare dal Texas a Chicago grossi carichi di droga.
Earl accetta senza fare domande, caricando la merce in un garage e consegnandola in un motel, approfittando dell’età avanzata che lo rende insospettabile per l’agenzia federale antidroga.
Veterano di guerra convertito in ‘mulo’, Earl dimentica i principi di fiero difensore del Paese. Ma la strada è lunga.
Eastwood e lo sceneggiatore Nick Schenk, già con lui in Gran Torino, tratteggiano un antieroe che proprio per i suoi anni e l’appartenenza sociale, interpreta impostazioni politiche conservatrici.
Lo stupore davanti alle motocicliste lesbiche che Earl chiama senza sapere “Ragazzi!”, lo scambio di battute con la famigliola afroamericana rimasta in panne in mezzo al deserto (“mi piace dare una mano ai negri”), la battaglia antitecnologica contro smartphone e Internet, che a suo avviso gli hanno fatto chiudere la sua amata attività commerciale, sono posizioni normali per quel tipo di uomo, mai riportati con violenza verbale.
Una cultura conservatrice a cui però consegue un atteggiamento solidaristico e generoso del protagonista nel riprendersi con gli interessi quello che il mondo improvvisamente accelerato gli ha tolto.
Separato dalla moglie e distante dalla figlia, ha un rapporto discreto solo con la nipote, prossimo alla bancarotta coglie al volo l’occasione di un ingaggio da parte di loschi figuri messicani, che gli offrono abbastanza soldi da pagare il matrimonio della nipote e da rimettersi in sesto.
Con i tanti soldi incassati Earl aiuta anche amici e conoscenti in difficoltà. È un personaggio generoso che ha perso il treno di una vita normale, che a suo modo si pente, tenta di non peggiorare le cose anche se tutto per lui è già andato definitivamente a rotoli.
Quando il centro per veterani che frequenta è in difficoltà economiche Earl interviene e continua a lavorare come “mulo” e corriere della droga, anche se ormai ha capito di partecipare ad una enorme attività criminale che cerca in qualche modo di compensare con le proprie buone azioni e provando a farsi perdonare dalla ex moglie e dalla figlia.
Un floricoltore fallito si trasforma in una figura leggendaria del narcotraffico, un uomo onesto da sempre, diventato criminale.
È un film che non chiede a chi lo guarda di scegliere, di prendere una posizione ma di comprendere e Clint Eastwood riesce a colpire nel segno con precisione e profondità.
Una regia solida e tradizionale, con un montaggio interno alle singole sequenze che fa filare via liscio e rapido un film di quasi due ore.

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