Prime dieci pagine
Margherita Candellero

La sera dell’8 marzo il gruppo di lettura che da anni condivide l’esperienza di commentare e discutere i testi più svariati, nella biblioteca di Cavour ha riflettuto sul libro di Fernando Aramburu PATRIA edito da GUANDA e vincitore del Premio Strega Europeo 2018.
Ci pareva un bel modo per ricordare la giornata dedicata alle donne.
Perché scegliere proprio questo libro?
PATRIA è un romanzo “polifonico” focalizzato su trent’anni di tragedia basca: vittime, assassini e tutta la multiforme umanità immersa in questa complessa e terribile storia.
Si è scelto questo testo e si è deciso di parlarne in quell’occasione perché dalla lettura è emersa con molta forza la centralità della presenza delle donne.
Due famiglie legate da una lunga amicizia diventano nemiche e protagoniste di un tragico destino.
La loro vita si svolge in un piccolo paese del territorio basco che non viene mai nominato; condividono tutto, pur nelle loro differenze sociali e mai avrebbero pensato che le loro vite sarebbero state divise dalla violenza che li ha travolti ponendo gli uni tra i militanti dell’ETA, violenti per un “presunto bene comune”, gli altri tra le vittime.
Due famiglie in cui troneggiano le madri: donne energiche, grandiose, vere matriarche e vere protagoniste del romanzo, amiche da sempre, gioiosamente unite nel loro quotidiano e poi …… nemiche assolute.
“Bittori era più da fette di pane tostato con la marmellata e decaffeinato da bar; Miren, da cioccolata con churros. Ma quanto fanno ingrassare! Non le importava. Andavano d’accordo? Moltissimo, erano intime. Un sabato andavano tutte e due in un caffè sull’Avenida, quello dopo in una churreria della Città Vecchia. Sempre a San Sebastián. Dicevano San Sebastián, in castigliano, oppure Donostia in basco.Non erano rigide. San Sebastián? Allora San Sebastián. Donostia?Allora Donostia. Iniziavano a chiacchierare in euskera, passavano al castigliano, di nuovo all’euskera e così per tutto il pomeriggio.”
Bittori perde il marito Txato, padroncino di un’officina che finisce ucciso sotto casa per aver rifiutato di pagare la tassa “rivoluzionaria” agli etarras.
Miren ha invece un figlio terrorista, che sosterrà in modo incondizionato fino all’estremo fanatismo.
Protagoniste assolute, le due donne hanno nelle loro mani le fila della storia. Sono entrambe donne forti, determinate e racchiuse nella loro condizione familiare e sociale. Bittori, ripiegata nel suo lutto, non arretra neanche un attimo dalla ricerca spasmodica della verità sulla morte del marito.
Miren, tenace sostenitrice del figlio Joxe Mari affiliato all’ETA , diventa lei stessa una convinta abertzale, una esaltata patriota di una patria basca indipendente.
Accanto a Bittori e a Miren si muovono i componenti delle due famiglie in cui spiccano le due figlie: Nerea, figlia del Txato e Bittori e Arantxa, figlia di Miren e Joxian. Ognuna di loro si porta dietro/dentro una sofferenza che la segna per la vita. Nerea ha un padre morto ammazzato e lei rifiuta, non riuscendoci, il ruolo di vittima, ruolo che non potrà mai scrollarsi di dosso (non tornerà al paese per partecipare al funerale del padre, creando un ulteriore profondo dolore nella madre, e non dirà di cosa è morto il padre al futuro marito).
Arantxa, la più consapevole e positiva – quella che riuscirà con la sua determinazione a sgretolare il muro di odio e di risentimento delle due famiglie – è racchiusa nella sofferenza del suo corpo reso invalido da un ictus. Sarà lei, priva di parola, a tessere la rete che porterà le due famiglie a riallacciare in qualche modo i rapporti.

La società di cui si racconta è un mondo in cui emergono forti valori arcaici come il bene della famiglia e l’unità di questa che deve prevalere su tutto. La difesa del figlio è cosa naturale, scontata.
Di qualunque cosa sia responsabile, qualunque cosa faccia va protetto, perfino se commette un omicidio.
Nella discussione tra le donne lettrici molto ci si è soffermate su questo tratto distintivo del libro: la forza del sangue, soprattutto in una madre, prevale su ogni convincimento lecito e razionale. Una di noi, parlando di Miren, di questa sua adesione viscerale alla strada intrapresa dal figlio, ha richiamato la figura di Antigone, determinata ad affrontare la condanna e la morte dettate dalla legge del tiranno Creonte, pur di dare sepoltura al fratello Polinice morto in battaglia e, considerato traditore, indegno quindi di sepoltura, destinato a vagare senza pace secondo la credenza degli antichi. Antigone agisce in nome del sangue, in nome di una forza più profonda di ogni logica e di ogni suggerimento esterno. Miren sposa la causa del figlio condannato per gli attentati dell’ETA e ne fa la sua causa per la forza del suo legame materno schiacciando amicizie e affetti di una vita.

In questo crogiolo di valori arcaici che connotano la comunità è predominante la presenza della chiesa con i suoi miti e i suoi riti. Con la morte del marito Bittori perde la fede: “Prima della storia del Txato era credente, ma adesso non più. Anche se da giovane era stata devotissima. E dire che per un pelo non aveva preso i voti. Lei e quell’amica del paese che è meglio dimenticare. Avevano fatto marcia indietro all’ultimo momento, con un piede già nel noviziato. Ora tutte quelle storie sulla resurrezione dei morti e sulla vita eterna e il Pareterno e lo Spirito Santo le sembrano panzane. (…..) E, tuttavia, di tanto in tanto va a messa, forse spinta dalla forza dell’abitudine.”
Miren ha un indiscusso sostenitore in Don Serapio, il parroco che dovendo scegliere da che parte stare ha scelto la lotta armata e, pertanto, incoraggia Miren nella sua determinazione patriottica. E Miren frequenta assiduamente la chiesa perché ha un interlocutore speciale: Sant’Ignazio di Loyola. “Ed è che se non arriva in tempo in chiesa può darsi che trovi il suo posto occupato, all’estremità del banco vicino alla colonna. Davanti alla colonna, accanto a lei, sistema Arantxa. E così la sedia a rotelle non disturba il passaggio a nessuno, tiene la figlia protetta dalle correnti d’aria e lei può chiacchierare a suo piacimento, senza sforzare il collo, con la statua di Sant’Ignazio di Loyola, che è lì vicino. Dove? A metà parete su una mensola. A dire la verità ,a Miren, di quello che dice il parroco, in generale, importa poco e per di più la messa la sa a memoria. Però parlare con Ignazio, fargli promesse, proporgli accordi, rivolgergli suppliche e rimproveri (ci sono giorni che lo fa nero) è molto importante per lei. Con lui ha il doppio della confidenza che ha con Joxian.”

Le donne che discutono colgono gli aspetti più salienti tra le pagine del libro, magistralmente costruito dall’autore attorno all’episodio della morte del Txato dando voce ad ogni personaggio che si delinea attraverso il suo punto di vista nei confronti di questo fatto cruento e cruciale. Il romanzo diventa così un racconto corale dove, di volta in volta, si leva una voce per arricchire la storia e dare senso al tutto.
Tra gli elementi che più hanno suscitato riflessione nelle lettrici segnalo la canzone che accompagna la solitudine e, in qualche modo, la redenzione di Joxe Mari nei suoi lunghi anni di carcere: Txoria Txori – Il passero, che torna con i suoi versi : “Se gli avessi tagliato le ali/sarebbe stato mio,/non sarebbe scappato./Se gli avessi tagliato le ali/sarebbe stato mio,/non sarebbe scappato./Ma così/avrebbe smesso di essere un passero./Ma così/avrebbe smesso di essere un passero./E io…./io amavo il passero./E io…./io amavo il passero.”
Qualcuno di noi è andato alla ricerca di questa canzone e abbiamo scoperto che fa parte del patrimonio tradizionale basco, che ha davvero accompagnato il sogno di indipendenza del popolo basco alla ricerca della libertà, di quella libertà che sta nell’acronimo ETA: Euskadi ta Askatasuna: Paese Basco e Libertà.
L’autore Mikel Laboa, uno dei più importanti cantautori in euskera della fine del sec.XX, l’ha musicata nel 1957 su un testo del poeta Joxean Artze.
L’interprete più conosciuta a livello internazionale è stata Johan Báez.

PATRIA , che fin dal titolo sollecita il lettore ad interrogarsi e a cercare delle risposte ad una storia senza pace, è un libro incredibilmente coinvolgente e ricco di storia e di umanità. Lo stesso Fernando Aramburu, autore basco che ben conosce la terra e la passione di quel popolo che conserva ostinatamente la sua lingua, l’euskera, lontana da ogni altra lingua indoeuropea, antichissima e quindi particolarmente preziosa, in un’intervista così parla del suo libro: “PATRIA non è un romanzo a tesi sulla società basca né tantomeno sul terrorismo. Mi interessano la gente, gli individui, i legami. Non volevo che i miei personaggi incarnassero delle astrazioni, che fossero dei recipienti di idee o concetti. A tutti volevo conferire spessore umano, complessità, sfumature. Anche a quelli che nella vita mi sarebbero stati più distanti.”

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