Prime dieci pagine
Micaela Prevosto

I curiosi veri (purtroppo meno di quanto si pensi) sono abituati a notare le cose fuori del comune e a meravigliarsene e a farsi delle domande.

Per esempio, chissà perché tutti i libri editi dal torinese Giulio Einaudi hanno come marca editoriale la figura di uno struzzo, in cui, almeno nella forma più antica, non tutti notano che ha un chiodo nel becco?

E che significa il motto scritto in latino nel cartiglio “Spiritus durissima coquit”?

Il motto significa. “Lo spirito cuoce [cioè digerisce] cose durissime” e si riferisce a una delle tante leggende diffuse nell’antichità sugli animali esotici, cioè all’idea che lo struzzo (Struthio camelus – Linnaeus, 1758) fosse capace di digerire anche il ferro. In effetti questi uccelli teropodi (e non solo loro, ma anche altri bipedi umani, vegetariani) preferiscono semi, frutti ed erbe; ma, se mal nutriti, tendono a beccare ed inghiottire sabbia, pietrisco e pezzi di metallo, rischiando di morire per “impaccamento” o “stasi del ventriglio”, perché i loro muscoli ventricolari, pur fortissimi, restano intasati.

I “bestiari” medievali e del Cinquecento, libri sugli animali che traevano lezioni morali dagli animali domestici o esotici, fecero dello struzzo di volta in volta un animale stupido che mette la testa sotto la sabbia credendo di nascondersi (lui invece lo fa per mimetizzarsi e sembrare un cespuglio, ma a mala parata è bravo a dileguarsi ai 70 km. orari); oppure, come nel nostro caso, lo elevarono a simbolo delle facoltà spirituali, capaci di demolire anche gli errori più tenaci o di annientare l’effetto delle ingiurie, anche delle più gravi.

Questo “emblema” dello struzzo col chiodo nel becco e il motto sul cartiglio apparve disegnato in un libro di Paolo Giovio vescovo di Nocera edito a Lione nel 1574 “Dialogo delle imprese militare et amorose” che raccoglieva, come allora era di gran moda in tutta Europa, tanti altri disegni di simboli o allegorie, detti appunti “imprese” o “emblemi” che si usava poi ricamare su stendardi, gagliardetti eccetera. Questo struzzo era stato ideato dal Giovio a uso e consumo di Girolamo Mattei, romano, “huomo risoluto e d’alto pensiero e d’animo deliberato, capitan de’ cavalli della guardia di papa Clemente” che meditava di vendicare l’uccisione del fratello e intendeva proclamare “ch’un valoroso cuore ha forza di smaltire ogni grave ingiuria”.

Il primo dei quattro struzzi qui sopra rappresentati, quello risalente al ‘500, era stato adottato (si dice per suggerimento di Mario Praz) da Cesare De Lollis come marchio editoriale per la sua rivista “La Cultura”, nata nel 1882 a Milano, poi trasferita a Firenze, diretta poi da Ferdinando Neri: rivista che fu un faro di libertà e indipendenza, che ospitava contributi culturali di alto livello, sia filologici che filosofici; la rivista fu poi rilevata da Einaudi, allora ancora stampatore, che subito dopo divenne editore e scelse come direttore il grande antifascista Leone Ginzburg (il marito di Natalia Ginzburg, morto in seguito ai maltrattamenti fascisti), e dopo il suo arresto, Cesare Pavese; poco dopo però, il famoso Pitigrilli, alias Dino Segre, ebreo e parente di molti antifascisti e fuorusciti torinesi, spia del regime, aveva denunciato “La Cultura” come una calamita legata a Giustizia e Libertàche raccoglie tutta la limatura di ferro dell’antifascismo torinese”; nel maggio 1935 fu arrestato anche Pavese, perché teneva in casa lettere indirizzate al suo recapito, ma destinate alla coraggiosa matematica comunista controllata dal regime Tina Pizzardo, di cui Pavese s’era innamorato ottenendone però solo una buona amicizia.

Il Fascismo soppresse il periodico einaudiano “La Cultura” nel 1936.

La casa editrice Einaudi era stata iscritta alla Camera di Commercio il 15 novembre 1933 non sotto la denominazione “La Cultura” (come s’era pensato in un primo tempo) ma col nome di Giulio Einaudi.

Il marchio della rivista, lo struzzo cinquecentesco, però rimase anche dopo la soppressione della rivista, anzi passò a tutte le edizioni Einaudi come affermazione di libertà contro la barbarie in un tempo che il Fascismo rendeva appunto “durissimo” e difficile da digerire per gli spiriti liberi.

E rimase anche dopo, seguendo tutte le evoluzioni della casa editrice: come disse Norberto Bobbio “è uno struzzo, quello di Einaudi, che non ha mai messo la testa sotto la sabbia e che sa ingoiare tutto, anche i chiodi”.

Questo uccello ha dato anche il nome alla celeberrima collana Einaudi “Gli Struzzi”, nata nel 1970.

Il secondo struzzo einaudiano qui sopra rappresentato fu disegnato nel 1961 da Giacomo Manzù per una raccolta di 41 suoi disegni pubblicata da Einaudi.

Il terzo struzzo, quello che corre (infatti lo struzzo è un gran corridore), era una delle illustrazioni disegnate da Picasso per una riedizione francese del naturalista Buffon, fu regalata da Picasso a Einaudi durante una visita dell’editore a Antibes nel 1951, e figura nei Tascabili Einaudi.

Il quarto struzzo, spigliatissima stilizzazione a spirali, fu disegnato da Giulio Paolini in occasione della Fiera di Francoforte del 2000, e incorpora, in rosso, il primo marchio.

Lo struzzo non vola, ma s’è appollaiato su miriadi di scaffali.

Cfr. articoli nel web di Rosa Dimichino, 1-2-2002, e di Sara Cappellini 28-11-2014.

Inno allo struzzo

Lo struzzo è un uccello,

dal grande Linneo

chiamato cammello

perché come quello

percorre le lande,

non teme il deserto

ed è alquanto grande.

Fu visto beccare

pietrame e ferrame,

divenne leggenda,

e senza patema

promosso ad emblema,

apparve nei libri

antichi di Giovio

e poi più recenti

di Giulio Einaudi

col chiodo nel becco:

allegoria della forza

dello spirito libero,

che cose durissime

non solo non teme

ma tutte le scioglie

nel suo ventriglio

come dichiara il motto

inciso sul cartiglio.

Così lui che in natura

volare non può

con ali di carta

su alti scaffali

di eccelsa cultura

in tutta l’Italia

le zampe posò.

 

Testi e compilazione a cura di Silvano Prevosto

 

 

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