Prime dieci pagine

L’attesa della prima volta (o, forse, dell’appartenenza).

Emanuela Zoia

Le facevano già male i piedi. Sapeva che sarebbe andata così. Si era comprata un paio di scarpe nuove apposta per l’occasione, adatte al miglior vestito che possedeva.
Non poteva sfigurare. Il primo incontro è fondamentale. Lo sapeva. Glielo avevano spiegato in tutte le salse. E comunque era ovvio. Cosa avrebbe fatto lei, fosse stata dall’altra parte, se non osservarla da capo a piedi, con aria molto, molto critica?
Ripassò per l’ennesima volta gli appunti. Voleva dire alcune cose, poche ma chiare, che dessero subito l’idea dell’impronta che intendeva dare al suo lavoro. E anche di quello che si aspettava. O forse era eccessivo? Non stava già pretendendo troppo, da se stessa e dagli altri?
Temeva di impappinarsi, di non controllare la voce. Il tono, soprattutto il tono, voleva che fosse (che suonasse) calmo e deciso. Peccato che le gambe le stessero già un po’ tremando, prima ancora di averli davanti.
Tanto era chiaro che sapevano quasi tutto di lei. Qualcuno (più d’uno) si era certo preso la briga di cercare le informazioni principali. Da che scuola veniva, cosa aveva insegnato, quanti anni aveva, marito, figli, eventuale tessera sindacale. Sì, nella scuola quell’appartenenza voleva ancora dire qualcosa. Lei ne era convinta.
Ma soprattutto sapeva che l’avrebbero squadrata da cima a fondo. I maschi a vedere se era sufficientemente bella (o almeno piacevole) e a tentare di indovinare le misure delle sue parti essenziali. Le donne avrebbero espresso subito un giudizio tagliente sul vestito, la borsa, la pettinatura, le maledette scarpe. Lo sapeva. Lo aveva sempre fatto anche lei, almeno per gioco.
D’altra parte, che si doveva fare nel primo Collegio Docenti dell’anno se non sparlare del/della Preside? Tanto più se era nuova!
Si decise. Sapeva che aspettavano e solo qualche indefesso ritardatario sarebbe arrivato ancora. Poi, voleva dare subito un’idea di puntualità. Dovette fare un grosso sforzo su se stessa per imboccare il corridoio. Il brusio della sala (l’aula magna) si sentiva dalle scale, sempre più vicino.
Si fermò davanti alla porta d’ingresso, non vista.

  • Ragazzi, che palle! Si ricomincia, eh!
  • Già, e quest’anno sarà dura. Pare che questa nuova sia una che ci tiene! D’altra parte, il primo anno è chiaro che uno voglia fare un po’ bella figura…
  • Sì, a scapito nostro, eh!
  • Già, c’avrà in testa mille progetti da farci fare. Ma quando capiranno, ‘sti diriggenti, che fare scuola a ‘sti ragazzi basta e avanza!
  • Ma dai, questa ha appena finito di insegnare; magari si ricorda cosa vuol dire! Non siate sempre così pessimisti, sù!
  • Sì, si… tu, Paola, non riesci proprio a non essere ottimista. Sembra proprio che ti ci diverti, a insegnare.
  • Ma sì, certo che mi diverto. Voi no?

Da dietro la porta, ancora incapace di entrare nella fossa dei leoni, la nuova Preside ebbe un moto di contentezza. Qualcuno c’era di cui forse fidarsi, qualcuno a cui il mestiere piaceva. Si appuntò mentalmente il nome, “Paola”; ne avrebbe cercato subito il cognome.

  • Tu parli perché stai alle elementari, eh! Forse per voi è ancora un mestiere accettabile. Ma da noi arrivano che sembrano degli animaletti. Io, mica ancora ho capito che cosa gli insegnate! Almeno a stare seduti al banco, eh!
  • Dai, non rifacciamo sempre gli stessi discorsi. Sembra che a sbagliare siano sempre quelli che vengono prima. Quand’è che cominceremo a parlarci sul serio di cos’è che dovremmo insegnare? Forse se ci mettessimo tutti d’accordo…
  • Già, la solita idealista! Mo cominciamo a vedere se ‘sto nuovo capo non fa troppi danni.
  • Ma sù, almeno c’è un capo, no? Questi anni senza un riferimento, solo con il reggente, non sono stati una passeggiata. Non sei d’accordo?
  • Eh, però, ammettiamolo. Almeno ognuno ha potuto fare quello che gli pareva. Mo arriva un’altra rompiballe, come quella che c’era prima, che vuole mettere il naso in quello che facciamo con i ragazzi. Oh, ma glielo diciamo subito che la libertà d’insegnamento c’è! Siamo in Italia, qui!

La nuova Preside continuava ad ascoltare, non vista. Quel tipo che parlava di libertà d’insegnamento le diede una fitta di nervoso. Cominciava a capire che avrebbe dovuto usare molta, molta pazienza. Ma pensò che sarebbe stata dura non far trasparire l’antipatia immediata che provava per persone così, che si nascondevano dietro le parole. Sì, aveva già deciso che una puntatina (forse più d’una) l’avrebbe fatta in classe di quel bell’imbusto.
Così si disse, ma non era sicura che ce l’avrebbe fatta. – Però è per questo che ho deciso di fare la Preside – si disse. Perché si ragionasse su che cosa vuol dire “libertà d’insegnamento”, accidenti. Che non vuol dire fare quello che si vuole. Ecco, cominciava a entrare nel ruolo.
La voce femminile, piuttosto acuta e aspra, riprese il sopravvento:

  • Già, eccoci subito quasi a litigare. Pensa che succede prima della fine dell’anno. Comunque, Paola, io non so da voi, ma qui i genitori stanno prendendo troppo spazio. ‘Sti ragazzi non si possono più rimproverare, a casa li giustificano sempre. Non si può andare avanti così. A scuola dobbiamo avere un po’ più di autorità!
  • Mo voglio vedere questa nuova. Che autorità vuoi che abbia! Primo, non sa ancora il mestiere. Poi è giovane, troppo! Poi è pure iscritta alla CGIL.
  • Eh, questa sì che è una disgrazia. Sono i peggio, questi! Sembra che debbano essere i più democratici, poi diventano peggio degli altri. E magari danno anche sempre ragione ai genitori!

Bene, si disse la nuova Preside, decidendosi a entrare. Si fece silenzio. Lei pensò che avrebbe esordito proprio dichiarando la sua tessera sindacale, forse…

Le venne in mente una vecchia canzone di Gaber, che aveva sentito grazie a sua madre: “L’appartenenza… non è lo sforzo di un civile stare insieme/ non è l’insieme casuale di persone/ non è il consenso a un’apparente aggregazione… è quel vigore che si sente/ se fai parte di qualcosa/ con quell’aria più vitale/ che è davvero contagiosa”.

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