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Un viaggio in Cambogia e Vietnam. 1° parte: la CAMBOGIA.

Emanuela Zoia

Viaggiare è anche un po’ scoprire se stessi, guardarsi nel guardare il mondo. Ritrovare rimandi di sé nelle cose che si vedono, sentono, odorano.

Gaber cantava “Non è facile parlare di Maria, non nel senso di un discorso, quello che mi viene. Non vorrei che si trattasse di una cosa mia, e nemmeno di un amore, non conviene. Maria, la libertà, Maria la rivoluzione, Maria il Vietnam la Cambogia, Maria, la realtà”.

Già, la realtà. Quale realtà nei nostri anni giovanili, infarciti dei miti del Vietnam e della Cambogia, come della Cina di Mao? Per quelli della mia generazione il Vietnam è quella cosa lì, quel piccolo popolo che ha sconfitto la grande America. Non so se sono andata in Vietnam a cercare la mia gioventù, tutto sommato non credo. Troppi i miti caduti e troppa la durezza del presente.

Certo, ci ho trovato una indicazione per la mia vecchiaia e un ricordo lancinante dei miei genitori.

A Hoi An c’è una piccola casa sopravvissuta alle devastazioni della guerra, in cui è allestita una mostra di immagini, bellissime, realizzate da grandi fotografi (di cui non ho stupidamente segnato i nomi), di donne delle etnie minoritarie del popolo vietnamita, vestite con gli abiti tradizionali. Alcune ritraggono giovani, anche bambine, ma la maggioranza sono di donne anziane. Gli sguardi di queste donne, quasi tutte, sono fieri, sicuri, calmi e compresi di sé, come a esprimere un’idea di vecchiaia che sa della vita, che si mostra con tutto il peso della propria esperienza e la rimanda agli altri, senza bisogno di nulla che non sia il guardarsi e – spesso – il sorridersi.

Ho pensato a mia madre, naturalmente, alla sua vecchiaia infelice, ma anche alla fierezza di certi suoi sguardi, a certi guizzi di allegria e quasi di monelleria, alla sua capacità di stare al mondo in modo assolutamente concreto, al sapersi orientare in uno spazio sconosciuto senza alcuna difficoltà, alla sua voglia di viaggiare, mai soddisfatta con mio padre. Al suo perdersi invece nel tempo, al suo non saper esprimere le emozioni (o al non volerlo fare, come tanti della sua generazione), al suo avermi detto, alla stupida domanda “Qual è la cosa più bella che hai fatto?”, “Voialtri!”: già, voialtri, noi tre.

Ma ho pensato anche alla mia di vecchiaia, attuale e futura, a come vorrei portare quello stesso sguardo sapiente e fiero (almeno un po’), che sa cosa ha voluto dire stare al mondo, alla ricerca di una realtà per fortuna mai finita (la ricerca e la realtà).

Ma il piccolo popolo vietnamita ha sconfitto davvero la grande America, e ne va fiero. E prima ha sconfitto i Francesi, e prima ancora è riuscito a mantenere una sua integrità di fronte al dragone cinese.

Proviamo ad andare con ordine. Viaggio lungo, 12 ore di aereo per Hong Kong, e poi ancora due per Siem Reap, Cambogia. L’aereo è un tempo sospeso, come se tempo e spazio si congiungessero in un luogo così improbabile come il cielo, a cui non devo pensare se non voglio essere presa da vertigine. Ed io, tutte le volte, mi devo rifare il ragionamento sull’improbabilità della caduta dell’aereo, sulla certezza che la “portanza” reggerà questo enorme peso di acciaio, ferro, umanità. Ancora una volta.

Non sono una vera viaggiatrice, nonostante i tanti viaggi. Mi resta il timore del volo, l’ansia che sempre devo gestire.

Bisogna nascere in altre famiglie per essere veri viaggiatori.

Noi abbiamo imparato a spostarci lungo rotte consuete, est – ovest per me ed i miei, dal Veneto al Piemonte e viceversa. E ogni volta era già tanto. Tanto lontano, tante valigie, tanto tempo. In cinque, più la tenda, nella vecchia 128. Migranti, una volta. Non viaggiatori.

Oggi, i veri viaggiatori sono i migranti, che affrontano quello che noi non sapremmo affrontare, che sanno sopravvivere con quasi nulla, che non si spaventano davanti agli imprevisti, che non pretendono una guida che li aiuti a capire il territorio in cui arrivano, che non sanno le parole ma le imparano in fretta.

E allora nell’aereo non riesco a dormire, neanche a leggere. Mi rimbambisco con qualche film (così faccio finta di esercitare il mio inglese). Mi fanno allegria le voci dei bambini, le loro piccole grida. Loro non hanno paura, non sanno cosa sia.

Siem Reap, arrivo. Code, visto. Ecco la guida, un giovane cambogiano che parla un italiano discreto da autodidatta. Siamo sfiniti, ma lui ha il compito di portarci subito a un tempio (la Cittadella delle donne, si comincia bene) e quindi via… in uno di quei loro pulmini rivestiti di orpelli per noi incomprensibili.

Sembra che il vuoto non sia accettabile in queste culture. E i templi induisti lo sanno. Come quello che vediamo, così simile ai molti che ho già visto, in India, in Birmania. L’atmosfera intorno, caldo e stanchezza, è la stessa. Povertà, molta. Secondo i nostri canoni; non secondo i loro, credo.

Tempio di Banteay Srei, dedicato a Shiva. Arenaria rossa, immagini di draghi e serpenti, guerrieri dal volto di scimmia a difesa di porte, figure femminili estremamente sensuali, a seno scoperto.

Leggo nella rete: “Il nome moderno, Banteay Srei – “cittadella delle donne” o “cittadella della bellezza” – è generalmente inteso come riferimento alla complessità dell’intaglio e alle dimensioni minuscole dell’architettura: si crede che non ci possa essere altro che una mano femminile dietro la realizzazione, vista la delicatezza dei rilievi” (www.liberinelmondo)

Il secondo giorno è dedicato ai templi di Angkor. Si comincia da Bayon. Ingresso spettacolare, due file di guerrieri dai volti enigmatici, a volte drammatici a volte quasi esilaranti nelle loro smorfie, che simboleggiano una specie di gran tiro alla fune, in realtà il serpente: la lotta dei buoni contro i cattivi per l’acqua (sempre scarsa).

 

 

 

All’interno del tempio vero e proprio si trovano dei bassorilievi straordinari, scene di battaglie, di uccisioni, di mostri e pesci voraci che azzannano coloro che cadono in acqua. C’è qualcosa di dantesco in queste raffigurazioni, anche se meno tetre di certe nostre rappresentazioni dell’inferno. Quando la nostra guida ci dice che induisti e buddisti (ho capito bene?) pensano a 37 gironi nel Paradiso e 32 nell’inferno non riesco a non pensare che c’è qualcosa che accomuna tutte le culture, pur con le dovute differenze.

Quando alzi gli occhi però lo sguardo ti si riempie di un numero impressionante di visi enormi, sorridenti, sereni, tutti uguali, posti a ogni lato di grandi torri che dominano il mondo intorno.

Wikipedia: “Dovunque uno si volti, i visi di Lokesvara ti seguono e dominano con la loro presenza multipla, sempre controbilanciati dalla massa travolgente del cuore centrale. Le torri sono posizionate lungo la galleria più interna (agli angoli e agli ingressi), e sulle cappelle sul terrazzo superiore. Altri visi sono intagliati nella torre centrale. Malgrado gli sforzi fatti per dare un significato al numero di torri e di visi, tale numero è cambiato più volte nel tempo via via che venivano individuate nuove torri; ce ne dovevano essere fino a 49, sebbene oggi ne restino solo 37. Ci sono circa 200 visi, ma poiché di alcune di queste torri rimane ben poco, il conteggio non potrà mai essere definitivo”.

Non è facile lasciare questo posto, queste pietre che sanno rendere il sorriso di un dio.

Il tempio di Ta Prohm è il regno degli alberi e dell’incontro stupefacente tra l’opera dell’uomo e la natura che si riprende i suoi spazi, quasi rendendo albero la pietra e pietra l’albero.

Angkor Wat è il più grandioso: ancora bassorilievi straordinari, e una architettura complicata e potente, come la natura intorno che in questi climi diventa subito lussureggiante.

Tornando in albergo mi resta l’immagine (catturata quasi casualmente dalla macchina fotografica) di un bimbo stretto fra i suoi genitori su uno degli innumerevoli motorini che riempiono le strade ovunque. Guarda contento, forse, noi occidentali che gli passiamo accanto, neppure stupito della nostra diversità e del nostro “look” da turisti al quale neanche i cambogiani fanno più caso.

Il terzo giorno l’itinerario prevede la visita al villaggio galleggiante di Kampong Pluck, sul lago di Tonle Sap. L’acqua è vita, e in quest’acqua tutto della vita trova spazio: abitare, lavarsi, lavare, procurarsi il cibo. Anche le gabbie per gli animali sono piccole zattere galleggianti. Le case fatte di nulla (un po’ di legno e un po’ di lamiera) non si capisce come possano reggere alle piogge che presto verranno, ai monsoni. Ma forse resisteranno grazie alla loro leggerezza. E al poco che contengono. Inevitabilmente penso alle nostre case e a tutta la zavorra di oggetti che accumuliamo.

Penso a Fernanda, che ha novant’anni ben portati e che ha avuto il coraggio di liberarsi di moltissime delle cose che ha accumulato, destinandole ai suoi amici e facendo scegliere a ognuno di loro ciò che preferiva avere.

E invece noi ancora accumuliamo. Io almeno. Va be’, non ho ancora novant’anni!

Penso a mia nipote, che dice di non riuscire a buttare via niente, neanche lo scontrino di un posto in cui è stata. Facevo anch’io così, alla sua età. Forse per la paura di dimenticare. O perché c’è un momento della vita in cui tutto quello che hai ti sembra importante, tutto quello che fai ti sembra fondamentale. C’è il momento in cui si aggiunge, e il momento in cui si toglie.

Foto, per esempio. Accumuliamo migliaia di foto. Lo scatto un po’ compulsivo ci accomuna tutti.

Tornata a casa, mi sono imbattuta in questo testo di Calvino:

“…Perché una volta che avete cominciato … non c’è nessuna ragione che vi fermiate. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. … Basta che cominciate a dire di qualcosa “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia” (Italo Calvino, L’avventura di un fotografo, da Gli amori difficili, 1958).

Eppure, la fotografia è una cosa bellissima. Solo, forse, esageriamo un po’.

Arrivo a Phnom Penh alla sera, dopo un lungo viaggio in bus. Dentro il pullman le immagini di fuori passano come le scene di un film. Non senti gli odori, i sapori, il caldo, i rumori. Puoi usare solo gli occhi, e la macchina fotografica (appunto!), come un orpello che tenta di rubare attimi.

Bambini ovunque; in gruppo o da soli, in bici o anche in motorino, arrivano da scuola nelle loro divise tutte uguali. Gran traffico per strada, camion, tuc tuc, macchine, bici, ma soprattutto motorini. Il mondo si sposta, senza tregua. Niente in confronto al traffico entrando in città. Mi viene lo scoramento. Stesse scene in ogni periferia del mondo, che sembra spazientita di aspettare e vuole assomigliare molto molto molto velocemente all’occidente. Ovunque luci, grattacieli, gru, grandi alberghi, grandi magazzini, bar, negozi di tutti i tipi. I cinesi, che anche qui sono dappertutto, sono sempre uguali a se stessi. Tutti gli altri cercano di copiare i modelli occidentali.

Salvo fare il giro dell’isolato, sotto l’albergo, e trovare la solita scena di sporcizia, confusione, odori “indiani”: i profumi si mescolano a effluvi maleodoranti. La modernità che fa i conti con l’arretratezza.

Phnom Penh è un fiore di loto e la pagoda d’Argento, la posa del Budda dalle lunghissime orecchie.

E una lingua complicatissima, con 32 consonanti e 26 vocali, con suoni e sfumature che noi non conosciamo.

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