Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Appunti e riflessioni.

Mi trovavo davanti alla Porta di Erode (la porta dei Fiori) nella cinta delle mura della Città  Vecchia di Gerusalemme e stavo aspettando di entrare nel quartiere musulmano col gruppo dei miei compagni di viaggio. Ero in un momento di attesa e il pensiero vagava libero dall’attenzione costante alla puntuale  spiegazione della guida che si soffermava su ogni particolare incontrato sulla nostra strada. Davanti a me due ragazzi arabi, a passo veloce, trasportavano sul capo enormi vassoi carichi di biondi pani a bastoncino, mentre, lì vicino, una donna velata parlava in modo concitato al cellulare. Fu in quell’attimo che mi venne l’idea di scrivere una riflessione sul viaggio in Israele a partire dalle porte della Città Vecchia di Gerusalemme e dalle sue mura. Da quel momento “porte e mura” saranno per me il simbolo e l’inquietudine dell’ incredibile, affascinante, sconvolgente viaggio in questa terra senza tempo, piena di storia e di storie.

Gerusalemme ci è apparsa a colpo d’occhio dal Monte degli Ulivi. Il cuore antico è raccolto attorno alla cupola dorata della Roccia, impropriamente detta “moschea di Omar”, costruita alla fine del VII secolo sulla parte più alta del monte Moriah, luogo di sacre tradizioni – qui Abramo avrebbe dovuto sacrificare Isacco, l’angelo sarebbe apparso a Davide, qui terminò il viaggio di Maometto da La Mecca a Gerusalemme, seguito dalla sua ascensione. E’ inevitabile che lo sguardo venga attirato da questo edificio che fa da punto lucente di riferimento nella ricerca di un orientamento sulla città.

Da quassù le mura antiche si percorrono con la vista e con il pensiero. Davanti a noi sta la Porta Aurea, anticamente chiamata “Porta Speciosa”, dalla quale sarebbe passato Gesù entrando in Gerusalemme la Domenica delle Palme. Ora la porta è murata, ma ben visibile per le due eleganti arcate a metà circa  della cortina muraria orientale, circondata dal grande cimitero musulmano di fronte a quello ebraico che si estende lungo il declivio dal monte degli Ulivi. Secondo la leggenda questa porta rimarrà murata fino al Giorno del Giudizio.

Gerusalemme guardata dall’alto, racchiusa come una mandorla dentro le sue mura, ritorna come una visione da sempre impressa nella nostra immaginazione, nei nostri sogni.

In tante occasioni abbiamo sentito narrare, abbiamo letto di Gerusalemme, l’abbiamo vista raffigurata in fantasiose  mappe antiche che la trasformavano in Città celeste, in mosaici, pergamene, affreschi che la rappresentavano con gli occhi, a volte ingenui, di autori che l’hanno resa magica, fuori dal tempo, ma vicina al bisogno di spiritualità e di sacralità degli uomini. Averla ora di fronte, racchiusa tra questa cinta muraria che sembra proteggerla  rendendola più preziosa, ce la fa sentire “al pari di quello che nell’antichità era il santuario di Delfi, un omphalos, un umbilicus mundi(……) Ne consegue che Gerusalemme, centro del mondo, è anche centro del tempo…. E che la Città Santa si potrebbe come tale utilizzare alla stregua, al tempo stesso, di orologio cosmico e di mappa dell’universo.”( GERUSALEMME. Una storia. di Franco Cardini. Il Mulino Editore).

Entrare dalle diverse porte della città (7 in tutto) ci introduce nei vari mondi che la compongono, sollecitando ogni volta il nostro pensiero verso un luogo e una storia, per certi versi conosciuta, ma che ogni volta ci sconcerta e ci attrae.

Abbiamo varcato la porta di Erode e ci siamo trovati dentro al quartiere arabo. L’impressione è di essere dentro ad una kasbah, travolti da mille odori di spezie e di frutta coloratissima esposta in modo approssimato e invitante su bancarelle lungo il bordo della strada che si incunea all’interno dell’abitato disordinato, arruffato, ma vitale, percorso da un gran vociare proveniente da ogni parte. Sul far del mezzogiorno si vedono gli uomini del quartiere affrettarsi al richiamo del muezzin verso il luogo della preghiera dopo aver lasciato in sospeso ogni tipo di attività.

A Gerusalemme  la preghiera sembra essere il punto di convergenza delle fedi e delle religioni presenti. Nel quartiere musulmano, tra il dedalo di strade medioevali impreziosite da decori e fregi che ogni tanto compaiono sui prospetti delle case, si trovano importanti testimonianze legate al cristianesimo con le prime stazioni della Via Dolorosa a partire dalla cappella della Flagellazione nelle vicinanze della Fortezza Antonia che, sembra, ospitasse il Pretorio dove fu condotto Gesù dopo il processo presso Caifa per essere giudicato da Pilato.

In questo primo tratto del percorso incontriamo una processione di pellegrini che si incamminano dietro a una grande croce a ricordo della strada fatta da Gesù verso il Calvario, intonando coralmente inni di penitenza e di benedizione.

La preghiera assume forme devozionali, ai nostri occhi forse arcaiche e inconsuete, nella chiesa del Santo Sepolcro, dove i fedeli si accodano in lunghissime file per raggiungere la Cappella del Calvario con l’altare della Crocifissione posto proprio sulla roccia della croce che un buco sotto la tavola liturgica permette di toccare.

Il bisogno di rendere tangibile il rapporto col sacro si evidenzia anche sulla Pietra delle tre Marie che ricorda il luogo dove le donne assistettero Gesù: molte donne di ogni provenienza accarezzano e baciano questa lastra tombale con grande rispetto e fervore.

Camminando per la città ci accorgiamo che la preghiera cambia forma ma permane nel suo significato profondo. Dopo severi controlli di polizia ci troviamo nella piazza del Kotel, il luogo più sacro e simbolico dell’ebraismo, il Muro Occidentale o della Preghiera (il Muro del Pianto), una sorta di sinagoga a cielo aperto a cui religiosi e non credenti si avvicinano con rispetto e deferenza, attratti dall’atmosfera che li avvolge. E’ una sensazione di stupore e di sconcerto quella che induce ad osservare le molte persone, uomini e donne, in due comparti distintamente separati, profondamente assorti nella lettura dei testi sacri, accompagnata da una cadenza rituale del corpo, e i molti bigliettini infilati nelle fessure delle pietre a significare il bisogno di relazione con il mistero proprio dell’ essere umano.

In più di un’occasione abbiamo varcato la porta di Jaffa, posta sul  lato ovest della città. Da questa porta siamo entrati di sera per assistere ad un suggestivo spettacolo di suoni e luci presso la torre di Davide e l’abbiamo percorsa in uscita al  ritorno dal Santo Sepolcro. Questa è la porta fatta costruire da Solimano nel 1538-39, nel medesimo posto in cui si trovava una precedente porta romana. Era l’ingresso dei pellegrini, ebrei e cristiani, provenienti dal porto di Giaffa e diretti alla Città Santa. Ancora lo storico Franco Cardini ci fa notare che lo spostamento geografico dei pellegrini era direzionato e aveva un significato simbolico: il loro cammino andava da Occidente, luogo dove il sole muore, verso Oriente e dalla porta di Jaffa (ovest) si indirizzava verso il Tempio orientato a est.

Questo cammino reale, percorribile attraverso una porta in muratura, ha in sé un movimento ideale, simbolico, che nel Medioevo si traduceva nelle architetture delle chiese tutte “orientate” con l’abside verso est e la facciata e il portale d’ingresso ad occidente. Anche gli Ebrei guidati da Mosé si misero in cammino dall’Egitto, luogo in cui si trovavano in cattività, luogo del peccato, per raggiungere, liberi, la Palestina situata ad oriente.

 

Nessun passo, nessuna pietra calpestata a Gerusalemme sono privi di memoria e di significato.

 

Arrivando alla porta di Sion, costruzione ottomana divisa in due parti ad angolo retto per rendere inaccessibile il passaggio a fanti e cavalieri nemici, colpisce vedere all’esterno i segni lasciati dai mortai nelle guerre recenti. Bella la porta, ma con muri profondamente segnati dai fori dei proiettili degli scontri della guerra del giugno 1967,  quella Guerra dei Sei Giorni che determinò il destino della città di Gerusalemme  ( e della Palestina con l’occupazione da parte di Israele della Cisgiordania). Da allora tutto il settore est della Città, quartiere arabo e Città Vecchia, venne annesso allo Stato di Israele, che successivamente, negli anni 80, proclamò Gerusalemme capitale, con un atto mai riconosciuto dalla comunità internazionale.

 

Aver potuto sostare davanti a queste mura, averne percorso tratti lungo la cinta esterna, averle varcate attraverso le storiche porte ha costituito un privilegio in quanto abbiamo potuto avvicinare un mondo misterioso, affascinante, complicatissimo, contradditorio che dalla sua intricata, unica storia ci ha sollecitato infiniti interrogativi senza offrire molte risposte alle domande con le quali avevamo affrontato il viaggio.

Le mura della Città Vecchia di Gerusalemme, queste mura fatte costruire da Solimano Il Magnifico alla metà del XVI secolo che diede l’avvio alla dominazione ottomana durata quattro secoli, sono tuttora  il simbolo architettonico e geografico della città. A me sembrano rappresentare la storia e il senso di questa terra, tribolata, turbata, sofferente ed esaltata, mai in pace, nonostante la sua bellezza  apprezzata in ogni epoca. Anche a me, come al viaggiatore francese dell’Ottocento di cui parla Cardini nel suo libro, “Gerusalemme era apparsa di un colore giallastro e cretoso contro l’azzurro del cielo e il nero del Monte degli Ulivi.”

Ma in questa bellezza i muri sembrano moltiplicarsi e i muri segnano sempre divisioni e inimicizie.

E in Israele di muri ne sono sorti e se ne vedono tanti a sottolineare le distanze e le divergenze presenti sul territorio, a cominciare dal muro di Betlemme, la  “barriera” che definisce la separazione dei Territori Occupati “dove intere comunità palestinesi sono state separate le une dalle altre così come dalle loro terre, numerose città sono state divise in due e un rigidissimo sistema di cancelli e di permessi regola la vita di migliaia di persone.”(in SI CHIAMAVA PALESTINA di Cecilia Dalla Negra   aut editori).

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