Prime dieci pagine

Un viaggio in Cambogia e Vietnam. 2°parte: il Vietnam del Sud e del Centro.

Emanuela Zoia

Vietnam: ci arriviamo nel tardo pomeriggio dopo la lunga traversata nel Mekong. Fiume mitico, in cui la vita scorre greve. Chiatte con ogni tipo di trasporto: terra, riso, ferro. Bambini che nuotano nell’acqua marrone e un cielo bianco di caldo, afa e certamente inquinamento.

Il Mekong è uno dei fiumi più lunghi del mondo (il settimo in ordine alla lunghezza, pare). Attraversa sei stati: nasce in Cina, poi passa in Birmania, Thailanda, Laos, Cambogia e infine Vietnam, dove sfocia in un delta che forma nove enormi bracci. Ed è uno di fiumi più inquinati del mondo!

In Internet ho trovato questa notizia bellissima, a proposito dei grandi fiumi dell’Asia dell’Est:

Nella provincia cinese dello Yunnan c’è un enorme parco, il Parco dei tre fiumi paralleli. Il parco si estende su di una superficie totale di 1 698 419 ettari, suddivisa in 15 aree di parco vero e proprio e le aree di connessione, e al suo interno si trova un territorio ricchissimo per quanto riguarda la biodiversità, sia animale che vegetale. Su una zona di 300 km, tre fra i fiumi più grandi dell’Asia corrono in parallelo, in gole profonde fino a 3000 metri e fra picchi alti oltre 6000 metri, punteggiati da ghiacciai, dopodiché i loro corsi si allontanano: il Saluen entra in Birmania e si getta nell’Oceano Indiano, il Mekong nel Vietnam sfocia nel Mar Cinese Meridionale e il Fiume Azzurro arriva fino al Mar Cinese Orientale a Shanghai. Nel 2003 il parco nazionale è stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO”.

Sono sempre affascinata nel pensare a quanti sono i paesaggi che un fiume attraversa, a quante sono le storie e gli eventi di cui è stato ed è testimone.

Posto di confine tra Vietnam e Cambogia sul fiume. La chiatta si ferma in un punto improbabile, che a noi sembra un piccolo attracco come tanti altri e invece è una stazione di polizia. Scendiamo per consegnare i passaporti. Ad alcuni di noi prendono anche le impronte digitali. Non si capisce il criterio di scelta. Le polizie sono uguali in tutto il mondo. Sembrano voler incutere paura ovunque, emanano disprezzo verso i comuni mortali. Colui che è evidentemente il capo ha un’aria strafottente, guarda il cellulare e ride in modo sguaiato e provocatorio. Caldo, disordine, sporco. Cumuli di immondizia ovunque. Il mondo laggiù è anche questo.

Chau Doc: la vita è sull’acqua, anche qui. Mercato ovunque, gran parte sull’acqua; traffici intensi, donne e uomini che instancabilmente portano e scaricano merci da una barca all’altra. E’ un’immensa bancarella all’aperto. Ti senti un po’ come a Porta Palazzo a Torino, ma intorno c’è l’acqua. Grigia, marrone, per niente invitante, eppure pullulante di vita. Noci di cocco ovunque, ma anche banane, legno in quantità, pesci, polli. Le donne sedute che squamano il pesce, tagliano la carne all’aperto, secondo modi e usanze che non conosciamo più, nella nostra civiltà in cui tutto è asettico. Ci fa impressione vedere che sgozzano i polli, li mettono nell’acqua calda per togliere le piume più facilmente, tagliano la testa alle rane ancora vive. C’è puzza, odori che non sentiamo più.

Ricordo quando mia mamma, qui a Torino, appena arrivati dal Veneto, comprava al mercato il coniglio appena ammazzato e, a casa, legate le zampe posteriori e appeso alla maniglia della porta, lo scuoiava, così come si faceva in campagna.

Non so se la civiltà è davvero la nostra, dell’oggi, se va bene per l’uomo, la donna, i bambini non avere più contatti con la natura vera, con gli animali, se non quelli ammaestrati che teniamo nei nostri appartamenti.

E cosa ne faccio del mio orrore verso i colombi o del ribrezzo nel toccare un’anguilla?

E’ comunque un mondo povero, un mondo brulicante nell’acqua, case fatte di niente, donne che lavorano, ragazzini che nuotano nell’acqua lurida. Un mondo che non fa caso ai turisti, se non per vendere loro qualcosa. Solo i bambini mostrano curiosità e alcuni adolescenti che giocano, in divisa, davanti alla scuola. Sorridono. Vogliono una foto.

La foresta maleuluca di Tra Su: foresta fluviale in cui si incontrano le mangrovie, la maleuluca (che è una pianta), i fiori di loto in grandissima quantità, uccelli di svariate specie il cui volo ti sorprende in continuazione. Quasi inutile cercare di afferrarli con la macchina fotografica, noi troppo lenti, loro troppo astuti e veloci. Mi rallegrano perché sembrano giocare e rimpiattino con gli umani. E questa natura rigogliosa e calma rimanda a un’idea di pace. La visita comincia con il “tac rang” – il trasporto tradizionale del delta del Mekong: una barchetta di legno, a forma di rombo, con il motore. L’ultimo tratto si fa invece su minuscole imbarcazioni gestite da donne piccole e piene di energia, a cui viene da lasciare una mancia un po’ più consistente che ad altri nel vedere la fatica che fanno!

Cercando notizie su questi ambienti naturali straordinari si incontrano naturalmente notizie sconcertanti, che danno la dimensione del degrado del mondo: “Nell’ultimo anno e mezzo il governo cambogiano ha concesso a una ditta cinese, Green Rich, di creare una piantagione da 18mila ettari nel parco nazionale. Una piantagione è un’ottima scusa per tagliare la foresta esistente, ed è proprio ciò che la Green Rich ha cominciato a fare dal marzo di quest’anno: parecchie centinaia di ettari della foresta Melaleuca, insieme a ampie zone di bosco di mangrovie, sono ora ridotti a tronchi, ben allineati in containers pronti per l’export. La ditta cinese ha anche cominciato a tagliare la foresta tropicale sempreverde che copre parte della concessione – e nel fare così ha tenuto circa 300 lavoratori segregati in condizioni di lavoro spaventose, con poco cibo e niente assistenza medica (Marina Forti, dal sito di Feltrinelli).

Segue un lungo viaggio verso Can Tho, con sosta turistica che avrei evitato: ristorante con annesso allevamento di coccodrilli! Solo uno di noi si azzarda ad assaggiarne la carne!

A Can Tho ci portano in un grande albergo, ottavo piano. Fotografo dalla finestra tutto il finto intorno, che stride così tanto con quello che abbiamo visto oggi.

Mi rendo conto improvvisamente che i caratteri delle scritte sono i nostri, come i nostri, cosa strana visto il tipo di alfabeto di tutte le altre regioni del Sud Est asiatico, Birmania, Cambogia, Cina, Corea, Thailandia… Ognuno di questi paesi usa un alfabeto in genere bellissimo da vedere ma per noi decisamente misterioso. In Vietnam, invece, i caratteri sono latini. Ovviamente è un lascito della dominazione francese. Pare che prima che arrivassero i francesi i vietnamiti usassero ideogrammi vicini a quelli cinesi, che furono mantenuti a lungo anche successivamente per la poesia e i proverbi classici (informazione tratta da: Carolijn Visser, Il poeta e la principessa, Un viaggio in Vietnam, Feltrinelli).

Altra sorpresa: il caffè. Sembra che il Vietnam sia il secondo produttore al mondo di caffè! Dopo il Brasile, ovviamente, ma prima della Colombia, dell’Indonesia, dell’Etiopia, dell’Honduras, del Perù, del Guatemala e dell’India.

Dopo un paio di strade buie vedo un bar illuminato. Mi piacciono i caffè; i bei caffè sono come salotti in cui tutto è permesso. In Cina non esistono, i cinesi non amano bere con gli sconosciuti. Sono troppo diffidenti e probabilmente ritengono che uno possa passare il suo tempo in modi più utili. Saigon invece è piena di caffè. In genere tutti ordinano caffè, ma solo perché non hanno soldi per qualcos’altro. Ai vietnamiti piace parlare con chiunque, se sei disposto ad ascoltare ti raccontano tutta la loro vita in cinque minuti, in questo somigliano agli americani… Non vorrei mai abitare in un posto senza caffè. A Saigon ce ne sono tanti, è una città che ti abbraccia. Puoi fermarti ovunque e troverai sempre qualcuno che ti chiede: ”Where are you from?” (Carolijn Visser, Id)

A Can Tho si visita il mercato galleggiante di Cai Rang: entriamo in un labirinto di sampan, grosse imbarcazioni larghe e piatte, con poppa rialzata, che spesso sono case e magazzini galleggianti, dove la vita si svolge nel continuo scambio di merci, o almeno così a noi pare. Certo, il commercio è l’anima del mondo. L’impressione è che anche il quotidiano della vita di tutti i giorni, lavarsi, stendere i panni, riposare, mangiare, tutto qui diventi parte di un unico, continuo movimento in cui la vita individuale perde valore, o forse ne acquista uno diverso da quello che noi abbiamo in testa.

Ma forse anche questo è uno stereotipo della nostra cultura. C’è un brano, durissimo e irridente, nel bellissimo libro di Viet Thanh Nguyen Viet, “Il simpatizzante”, uno sguardo davvero diverso sulla guerra del Vietnam: il colloquio è tra un deputato americano bianco, il dottor Hedd; il Generale, vietnamita, che lavorava per gli americani del Vietnam del Sud, ora esule in America, e il Capitano, il protagonista del libro, vietnamita, che fa il doppio gioco con il Generale e i vietkong.

In Oriente la vita è un bene diffuso, e di scarso valore. Soprattutto, come spiegano molto bene tutte le filosofie orientali… – e qui il dottor Hedd si concesse una pausa ad effetto – la vita non è importante. Forse urterò più di una sensibilità, con quest’affermazione, ma gli Orientali non attribuiscono alla vita lo stesso valore che le diamo noi in Occidente. Che cosa ne pensa, Generale? Il Generale bevve un sorso del suo cognac con soda, sorrise e rispose; Ovviamente il dottor Hedd ha ragione. La verità può essere dura, a volte. Lei cosa dice, Capitano? Tutti gli uomini si voltarono verso di me, che mi ero appena portato alle labbra il bicchiere pieno fino all’orlo di martini… Be’, dissi, per una volta devo dissentire da ciò che ha detto il dottor Hedd, opinai. In realtà gli orientali considerano la vita una cosa preziosa… Quindi sta dicendo che il dottor Hedd si sbaglia, disse il deputato, affabile come avrebbe potuto esserlo il dottor Mengele, se si fosse trovato nella giusta compagnia. Tutt’altro, mi affrettai a dire, con il sudore che mi bagnava la canottiera. Intendevo dire, signori, che per noi la vita è solo preziosa… – e feci un’altra pausa, lasciando che il pubblico allungasse impercettibilmente il collo verso di me -, mentre per gli occidentali è un valore irrinunciabile… Non avrei potuto dirlo meglio, giovanotto

Una barca più piccola si avvicina alle altre: una donna vende pane, carne, uova, formaggio.

 

 

 

 

Lungo tragitto in bus fino a Ben Tre, capitale della produzione di noci di cocco. Ennesima barca fin dentro le coltivazioni, che formano un intrico meraviglioso nell’acqua. L’atmosfera è fascinosa. Sarà per questo che vediamo, non senza timore per il futuro, che si stanno avviando anche qui enormi lavori di costruzione di resort alla moda per turisti.

Del cocco si usa tutto: puoi berne il latte, per cominciare. La scorza si apre con un martello o con un grosso coltello e si usa per fare quasi di tutto. Visitiamo una piccola azienda in cui producono caramelle, ovviamente di cocco, a vari gusti. Ma ci sono anche borse, tappeti, braccialetti. Torna l’imperativo categorico del turista: comprare! Si compra per sé, certamente, ma anche per gli altri, per chi nel viaggio non c’è e che forse vorresti ci fosse. Penso che qualche volta si portano oggetti in dono quasi a risarcimento di un viaggio che chi riceve non ha potuto o saputo fare.

Altre tre ore di pulman fino a Saigon. Traffico, molto, per strada. La quantità di motorini è sconvolgente. Niente in confronto a quello che vedremo in città, dove l’orda di moto e motorini è come un fiume.

Il Vietnam è un motorino che corre. E’ lo spostamento. E’ la velocità.

Mi vengono in mente i futuristi, in particolare quel quadro “Dinamismo di un cane”, o “La ragazza che balla sul balcone”, come se, nel cogliere il movimento, si cogliesse l’essenza (di una persona? di un popolo?)

Ovviamente a Saigon visitiamo il Museo della guerra, fatto con cura e senza eccessi. Foto in b/n dell’epoca. Molte che abbiamo visto, alcune sempre sconvolgenti. Sognavamo (noi, in occidente) un mondo sbagliato, ma il popolo vietnamita è stato davvero grande.

Andiamo ai tunnel di Cu Chi, trasformati in attrazione turistica. Di fronte alle buche scavate dai piccoli vietnamiti si fanno il selfie grassi grossi americani, cinesi e varie etnie del mondo, indifferenti, forse, alla storia.

Sei stata a Cu Chi?” chiede. Sì, l’ho visitata, attualmente è la più grande attrazione turistica del Vietnam.  A meno di un’ora da Saigon, duecento chilometri di gallerie di cui gli americani non sospettavano nulla. Avevo immaginato una sorta di lunga cantina, per metà, o forse interamente sottoterra. Invece era un reticolo di gallerie su tre piani. In circostanze normali la gente bivaccava al livello più alto. In caso di pericolo scendeva attraverso fori stretti, grandi abbastanza solo per i vietnamiti magri, fino al secondo o al terzo livello. Doveva essere un incubo per i claustrofobici. La guida che mi accompagnava raccontava ridendo che i turisti stranieri spesso nelle gallerie più profonde svenivano per mancanza di ossigeno. “I vietnamiti hanno bisogno di meno aria”, diceva come per giustificarsi.” (Carolijn Visser, Id)

Restiamo solo una giornata a Saigon, e probabilmente è un peccato. Visitiamo due insignificanti pagode cinesi, piene di turisti. Bello il palazzo delle poste, disegnato da Eifell, accanto alla grande cattedrale cattolica di Nôtre Dame. A fianco del palazzo delle poste c’è una via tutte di librerie. Molto gradevole, peccato non avere il tempo di godere un po’ di più di questa atmosfera, che sembra un po’ meno caotica del resto della città.

Salutiamo Filippo, la nostra prima guida vietnamita. Giovane, inesperto, sempre molto preoccupato. Eppure buffo, stravagante, innamorato di un paio di cantanti italiane, di cui cerca continuamente notizie su internet. Proviene da una famiglia di cattolici, si affida al movimento dei focolarini (proprio non pensavo di trovarne in Vietnam!). Si diverte a farci l’oroscopo con gli elementi dell’anno cinese: Ci spiega che, nella tradizione, gli elementi che compongono il mondo sono cinque: metallo, acqua, fuoco, terra, legno.

In questi giorni, alla Fiera del Libro di Torino, ascolto Carlo Ossola, grande studioso di Letteratura e dell’idea di Europa, che ci dice che oggi, per dire della “centralità” dell’Europa anche dal punto di vista della religione, il più grande esperto mondiale del Vangelo di Giovanni è un vietnamita del Sud.

Lunga attesa in aeroporto per andare a Hue, mangiando patatine e hamburger veramente tristi.

Hue: la mattina incontriamo Anna, la nuova guida. Andiamo in banca, per cambiare dei soldi. Anna cerca tagli grandi di dollari, ce li cambia volentieri, dice che li vuole spedire a sua figlia, in America. Molti i vietnamiti del sud che, dopo la guerra vinta dai vietcong, hanno cercato di andare in America. Anna ci fa capire che non è stato così facile costruire la nazione: coloro che avevano collaborato, o semplicemente lavorato per gli americani hanno avuta vita dura dopo la guerra. E il Vietnam è ancora una nazione povera, nonostante lo sviluppo di questi ultimi anni. Andrea, la guida che troveremo a Nord, ci racconterà che uno dei problemi del Vietnam di oggi è la fuga dei cervelli (chissà, è un problema comune…): coloro che riescono a studiare cercano poi di emigrare nelle località ricche dell’Indocina, dove gli stipendi sono molto più alti: Singapore, Taiwan, Giappone.

Andiamo alla Città proibita, sulla riva settentrionale del fiume dei Profumi: il nome non tradisce l’atmosfera, che ha qualcosa di leggero. Sarà per le moltissime ragazze che fanno qui le foto del matrimonio. Giovani, magrissime. Ma ci sono anche donne di una certa età che si fanno fotografare volentieri con gli uomini del nostro gruppo.

Anna ci racconta che la condizione della donna non è così buona. Le donne lavorano tanto e devono occuparsi di tutto. Gli uomini bevono molto, soprattutto birra. Vogliono un figlio maschio. Dice che dopo il quinto figlio alle donne vengono legate le tube. Dice che bisogna pagare per tutto, per andare a scuola e per essere curati. Sono perplessa, perché ho sempre pensato, invece, che nei regimi comunisti la sanità e la scuola fossero garantiti a tutti.

Anna ha voglia di parlare, è una donna di circa cinquant’anni, ci dice della guerra, di ricordi tristi di quando era bambina, degli orrori commessi da ambo le parti, di coloro che erano con gli americani al Sud e dei Vietcong al nord. Lei stava al centro, nella zona più complicata, dove passa il famoso diciassettesimo parallelo. La divisione in due del Vietnam fu decisa nel luglio del 1945 a Berlino da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica.

Inevitabile non pensare a tutti i muri del mondo, ai tanti popoli divisi, alle famiglie separate da confini tracciati con il righello da altri, dai potenti lontani.

Anna si lascia un po’ andare anche nel dare giudizi sui cinesi, veri “invasori”, oggi, del Vietnam e di gran parte del mondo. Il giudizio è secco, detto in un bell’italiano. “I cinesi sono grossolani!”.

Mi viene da essere molto d’accordo, eppure non si direbbe a guardare la bellezza delle decorazioni della Cittadella, le sale riservate all’imperatore e alle sue concubine: ovunque immagini di draghi, rosso dominante, ma anche blu lapislazzuli e tanto, tanto oro. La Cina ha dominato per secoli il Vietnam, quasi tutto ciò che rimane dei monumenti antichi porta l’impronta cinese.

 

 

 

 

E ancor oggi la Cina rappresenta il vero pericolo per i vietnamiti: il tentativo di invasione – oggi commerciale – è costante. Ce lo dicono le nostre guide. Ce lo dice ciò che vediamo intorno, la presenza costante di prodotti cinesi, che si mimetizzano con quelli vietnamiti. Per esempio ci dicono che i cinesi cercano di acquistare i marchi vietnamiti, per usarli nei loro prodotti e “ingannare” l’embargo americano. Sento ribadirlo dallo scrittore Viet Thanh Nguyen, che ho già citato e di cui ho sentito da poco un’intervista.

Di nuovo sul fiume, verso il villaggio di Thuy Bieu: solito sampan, tipica barca, e lungo il fiume quasi non vediamo il panorama per comprare cose di tutti i generi – vestiti, statuine, borsellini – in questa casa/magazzino galleggiante.

Ci portano in un posto lussuoso, molto “eco”, una specie di Spa con tanto di bagno ai piedi e massaggi. Molto confortevole, ammetto.  Prepariamo (si fa per dire) pranzo guidati da pazientissime signore del posto. Mangiamo in modo squisito. I piatti accostano con raffinatezza dolce e salato, carne e pesce, verdure e uova di animali diversi. Gusti a cui non siamo abituati, ma che danno l’idea di cosa può essere la saggezza di questo popolo, che si esprime (come in tutte le culture) anche nella cucina.

Certo, in generale le persone mangiano in modo molto più semplice, mangiano tanto, spesso, a tutte le ore, in qualsiasi luogo, ma specialmente per strada. Davanti ad ogni negozio ci sono sedioline piccolissime (che a me ricordano le sedie dei bambini dell’asilo) sulle quali c’è qualcuno che mangia il suo “pho”, piatto a base di brodo e noodless, arricchito di pezzetti di carne e con spezie quali lo zenzero e l’anice stellato.

La visita al villaggio prosegue con un breve giro in bicicletta nella campagna intorno alla Spa: la campagna è bella, molto coltivata, rilassante. Mi ricorda quando, da bambini, tornavamo nel mio paese d’origine, in Veneto, e andavamo in giro in bicicletta – noi bambini, tanti, di tutte le età – da un paese all’altro nelle strade di campagna. Nessuno si sognava di vietarcelo, era normale che i bambini stessero fra di loro, senza i grandi intorno.

Altro giro di pullman e pagoda Thien Mu (della signora celeste): pagoda interessante, monumentale. Anche qui qualche indizio della guerra: in un angolo si può vedere l’automobile Austin con la quale, nel 1963, un monaco si recò a Saigon dove si diede fuoco in segno di protesta contro il regime sudvietnamita del presidente Ngo Dinh Diem.

Poi il Mausoleo di Re Tu Duc: nel cortile d’onore sono rappresentati elefanti, cavalli e piccoli mandarini dall’aria severa, cosa che contrasta, appunto, con la loro bassa statura. Pare che Tu Duc fosse alto solo 153 centimetri, dunque i mandarini non potevano essere rappresentati più alti di lui!

Lungo viaggio in pullman verso Hoi An. Ci fermiamo di fronte a un lago dove coltivano le perle: suggestivo. Acquisti inevitabili.

Per raggiungere Hoi An si passa da Danang: nei miei ricordi associo questo nome allo sbarco di un enorme numero di americani (pare fossero 3500 marines) in tenuta d’assalto alla spiaggia di Nam O. Erano i primi americani a mettere piede nel Vietnam del Sud.

Oggi la città è trasformata in una enorme “Rimini”, che a noi appare rumorosa e falsa. Passiamo che è già sera e ovunque c’è gente che mangia e beve, praticamente in strada oppure in enormi alberghi a cinque stelle.

Hoi An: città dalla storia antica; oggi città molto, molto turistica. Ceniamo in un bel posto, quasi “francese” nello stile (lascito della storia o merito del turismo?): terrazza affacciata sul fiume, cibo ottimo, specie i gamberetti.

Sembra che gli archeologi abbiano trovato testimonianze dei primi insediamenti nel luogo risalenti a 2200 anni fa. Infinite guerre ne segnarono naturalmente la storia. Ma “Nel secolo XV tornò a regnare la pace e ripresero le attività commerciali. Durante i quattro secoli che seguirono, Hoi An fu raggiunta da navi cinesi, giapponesi, olandesi, portoghesi, spagnole, indiane, filippine, indonesiane, thailandesi, francesi, inglesi e americane; i magazzini della città erano ricolmi di sete di pregiata fattura, tessuti, carta, porcellana, the, zucchero, melassa, noci di areca, pepe, medicamenti cinesi, zanne di elefante, cera d’api, madreperla, lacche, zolfo e piombo” (Lonely planet, Vietnam). Mi colpisce questa dettagliata elencazione di navi e commerci, che mi fa pensare a quanto sia sempre stato complesso il mondo e di quanto poco sappiamo, in fondo, di ciò che non è vicinissimo a noi, nello spazio e nel tempo.

La visita prevede un ennesimo giro in barca verso il villaggio di Cam Thanh, capitale delle noci di cocco. Lungo il fiume ci incantano le reti dei pescatori, alcune fisse nel fiume, altre gettate abilmente dagli uomini nelle barche, con movimenti sapienti che trasformano il gesto del lavoro quasi in una danza.

 

 

 

 

 

Il paesaggio sarebbe davvero unico se non ci raggiungessero quantità impressionanti di turisti (specie cinesi) collocati nelle bellissime barchette a forma di guscio che i pescatori usano per la pesca dei granchi. Ovviamente anche questo è diventato un business e alcuni tra i pescatori divertono i “barbari” facendo acrobazie in queste loro barchette, ruotando fino a farti perdere la testa…. Con il sovrappiù dell’immancabile musica che ormai ammorba anche le nostre spiagge. E’ il progresso, bellezza!

In Hoi An visitiamo alcune case che conservano un’architettura giapponese, il Tempio cinese, il ponte giapponese, un’antica pagoda: anche durante l’ultima guerra, la città venne miracolosamente risparmiata, dunque ciò che vediamo è autentico. Peraltro, la città è stata dichiarata già nel 1999 Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Belle le case antiche, su almeno due piani e cortile interno.

Ho già detto che forse ciò che mi ha colpito di più è stato l’incontro con le immagini delle donne delle etnie minoritarie. Al Nord ne vedremo alcune; scopriamo che le etnie in Vietnam sono 54!

Tornata a casa leggo (non si legge mai abbastanza, prima di fare un viaggio) che Hoi An fu tra le prime città del Vietnam ad avere contatti con i missionari cristiani, giunti qui nel XVII secolo. Uno di essi, il francese Alexandre de Rhodes, ideò il quoc ngu, l’alfabeto di derivazione latina ancora oggi usato nella scrittura vietnamita.

Leave a reply

Rubrica rampante

‘Sopravvissuti….’

29 Settembre 2019

NOTE dalla provincia

SIENA E DINTORNI: da Guidoriccio alle abbazie benedettine.

23 Settembre 2019

MEMORIE di una vecchietta perbene

Schiavi e guerrieri

Scarabocchi di scuola

Un viaggio in Cambogia e Vietnam. 3° parte: il VIETNAM del Nord.

18 Settembre 2019

MEMORIE di una vecchietta perbene

Dolor y Gloria

1 Settembre 2019

Scarabocchi di scuola

Un viaggio in Cambogia e Vietnam. 2°parte: il Vietnam del Sud e del Centro.

15 Agosto 2019