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Mariel Giolito

Quanto mi ha dilettato questo piccolo itinerario in Toscana, organizzato come sempre dagli impagabili Magda e Gianni !
Ho deciso di raccontare il monumento dei Quattro Mori di Livorno ed il museo di Monteriggioni di armi ed armature.
Questi due eventi artistici, mi hanno fatto riflettere sulla diversità degli uomini: alcuni schiavi, non certo per loro scelta, altri guerrieri orgogliosi della propria decisione.
Livorno è una città portuale italiana sulla costa occidentale della Toscana: insieme alla casa di Modigliani, alla terrazza Mascagni, il monumento ai Quattro Mori è uno dei simboli più conosciuti della città.
La storia dei 4 Mori risale al periodo mediceo, all’epoca in cui Firenze estese il suo dominio sulla costa: quest’ opera dovrebbe essere più correttamente chiamata “Monumento a Ferdinando I”, anche se in città tutti la chiamano semplicemente “I Quattro Mori”.
Deve il suo nome alle quattro realistiche e vigorose figure in bronzo di mori incatenati al piedistallo.
È situato in piazza Micheli, dove sorgeva la Porta Colonnella, affacciato sulla Vecchia Darsena, oltre la quale si estende il Porto Mediceo.
L’opera fu commissionata dallo stesso Granduca Ferdinando e il progetto fu terminato in suo onore dal figlio Cosimo II, nel 1609.
La scultura è composta dalla statua di Ferdinando I de’ Medici e da quattro statue di bronzo che raffigurano dei pirati in catene.
In origine il monumento fu commissionato per celebrare le gesta dei Cavalieri di Santo Stefano, fondati nel 1561 da Cosimo I per combattere i pirati che infestavano il Tirreno.
La statua, in marmo di Carrara, è opera dello scultore Giovanni Bandini: fu scolpita tra 1595 e il 1599, giunse per mare a Livorno nel 1601; ritrae il Granduca con l’uniforme di Gran Maestro dei Cavalieri di Santo Stefano.
Ai suoi piedi si trovano i quattro possenti bronzi incatenati, opera di Pietro Tacca, aggiunti in un secondo tempo; furono fusi a Firenze in un’officina di Borgo Pinti, trasportati a Livorno via Arno e aggiunti al basamento tra il 1623 e il 1626.
Il Tacca, al quale fu affidata l’opera, propose senza successo di fare una statua che raffigurasse l’opera religiosa di Santo Stefano: alla fine si dovette accontentare di scolpire i “Quattro Mori”.

Le cronache raccontano che si fosse recato di persona alle prigioni di Livorno per fare studi anatomici sui corpi degli schiavi, si dice che il primo dei “Mori” a sinistra sia Morgiano, un prigioniero che Pietro Tacca conobbe e ritrasse nel “Bagno” livornese.
I mori del Tacca si sono presi la rivincita sulla storia, in quanto da secoli sono, agli occhi del popolo, i veri protagonisti di questo gruppo scultoreo. In effetti questi bronzi, caratterizzati dalla naturalezza realistica delle forme, dalla plasticità, dalla tormentata torsione dei corpi e dalla perfezione anatomica, sono sicuramente suggestivi.

Il monumento simbolo di una città, nato con un intento e diventato famoso per delle figure secondarie, spostato e modificato più volte, costituisce motivo di curiosità  e a tutto questo si aggiunge una credenza popolare, che qualcuno avrà anche avuto modo di constatare di persona in piazza Micheli.
Capita spesso di vedere persone aggirarsi ai vari angoli della piazza a scrutare le statue in cerca di un punto di vista particolare, dal quale sono visibili contemporaneamente i nasi dei Quattro Mori.
Questo punto esiste e se passate da Livorno verificatelo di persona: il Comune ha posato una mattonella bianca nella nuova pavimentazione in piazza Micheli che fissa il punto in cui la prospettiva racchiude i quattro nasi delle statue: la leggenda vuole che vederli tutti insieme porti fortuna.
Pietro Tacca prese a modello alcuni mori reclusi nel Bagno dei forzati, costruito nel 1598 circa,  vasta prigione ubicata a breve distanza dalla piazza. I modelli furono scelti per rappresentare le quattro età della vita dell’uomo e sono di diversa etnìa, tutti con espressione di sommesso dolore psicologico e rassegnazione.
Il complesso era una vasta prigione utilizzata soprattutto per imprigionarvi i turchi catturati e fatti schiavi, ma anche per i detenuti toscani (come i cristiani condannati anche per debiti). I prigionieri lavoravano nel porto e tornavano nelle loro celle solo durante la notte; inoltre avevano la possibilità di aprire botteghe in città e disponevano di un locale dove potevano esercitare il loro culto. Ai turchi, che nei primi anni del XVII secolo arrivarono anche a 2000 unità, era concesso avere un proprio luogo di preghiera ad uso moschea con un proprio ministro chiamato “coggia”. Per dormire vi erano delle tavole, ma chi poteva guadagnare qualcosa con i proventi dei propri manufatti poteva comprarsi un saccone di paglia e migliorare il vitto.
I cattolici invece avevano una cappella per ogni dormitorio e una chiesetta comune, successivamente assegnata all’Arciconfraternita della Purificazione. Vi erano anche dei piccoli ospedali per i cristiani e i turchi, le officine ed una prigione.
E adesso… facendo un salto rocambolesco ci ritroviamo sulle mura di Monteriggioni.
La cittadina raccoglie un passato ricco di avvenimenti e vicende storiche.
Il suo castello circondato da torri è la principale caratteristica della località. Fu edificato dai senesi tra il 1214 e 1219 a scopo difensivo e in posizione di vigilanza sulla via Francigena, sempre conteso dai fiorentini, rimase però costantemente in possesso ai senesi che, vincendo numerose battaglie, seppero resistere a vari assedi e attacchi.

La visita dello splendido borgo delle Terre di Siena sulla Via Francigena, non può dirsi completa senza fare una tappa al museo “Monteriggioni in Arme” ed un percorso sulle Mura. Dalla cinta difensiva della città si può ammirare dall’alto la cittadella e la campagna verso il Chianti e la Val d’Elsa.
Il museo ospita riproduzioni molto accurate delle armi e delle armature utilizzate nel Medioevo e nel Rinascimento, modellini che illustrano le tecniche di assedio utilizzate nei secoli: un percorso didattico e divertente allo stesso tempo, che permette di calarsi direttamente nei panni degli antichi guerrieri.
Inoltre tutti gli appassionati di armature potranno provare l’emozione di indossarle e maneggiare alcune armi in una specifica zona del museo, ci si può così immergere nella storia delle guerre e delle contese che hanno caratterizzato il territorio.
Schiavi, guerrieri, migranti e…dittatori: “La storia si ripete…”.

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