Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Ogni volta che mi sono trovata a percorrere le strade della Toscana, a visitarne città piene di opere d’arte e piccoli borghi disseminati  nella natura aspra e dolce che delinea il suo paesaggio ho avuto la sensazione di trovarmi immersa nella bellezza, quella che ti incanta e toglie il fiato, quasi  ti stordisce. E capisci che per scoprire questa terra occorre ripensarla, a distanza, starne un po’ lontani, ritornarci col pensiero riportando alla mente aspetti, particolari, scorci, dettagli magari non consapevolmente percepiti nel momento della presenza nei luoghi. Quei “Luoghi / in cui ti si è inoltrato /un attimo il pensiero” come scrive il fiorentino Mario Luzi, una della figure chiave della poesia italiana del Novecento.

L’ultimo mio soggiorno in Toscana risale a poche settimane fa, vissuto attraverso un piacevole percorso dal ricco itinerario sulle “tracce della storia gioielli d’arte tradizioni vere” , come citava  il programma condiviso con i miei, ormai storici, amici di tanti viaggi.

Al mio ritorno ho molto pensato alla quantità e alla qualità delle cose viste e vissute in quei giorni e tra queste si è fatta strada l’immagine, celebre, di Guidoriccio da Fogliano, affresco attribuito a Simone Martini, uno dei più brillanti allievi di Duccio da Buoninsegna, che abbiamo ammirato nella Sala del Mappamondo nel Palazzo Pubblico di Siena. In realtà nella stessa sala, ma nella parete opposta, si trova la ben più apprezzata dai critici dell’arte Maestà di Simone Martini. Quella Maestà posta in trono sotto il  baldacchino che conferisce alla scena una “misurata  prospettiva”, fuori dalle regole del tempo (siamo negli anni 1312 – 1313), e arricchita con un tocco decorativo molto originale dalla punzonatura, desunta dall’oreficeria, delle aureole dei santi, fino al lucente fermaglio del manto della Vergine realizzato con un vero cristallo di rocca inserito nell’intonaco.

Ma torniamo a Guidoriccio: perché proprio lui col suo incedere autorevole e cadenzato in groppa al cavallo ingualdrappato sullo sfondo   di un paesaggio desolato tra due castelli posti sulla  sommità di due poggi, con  accampamenti militari sulla estrema  destra del dipinto è balzato alla mia attenzione?

L’immagine di questo cavaliere rappresenta sicuramente un’icona che esprime l’idea di un Medioevo belligerante e trionfante. L’affresco celebra l’assedio e la conquista nel 1328 di Montemassi, roccaforte della Maremma toscana da parte della Repubblica Senese e dunque vittoria di grande importanza strategica per Siena.

 

Nel ritrovarmi di fronte al dipinto mi sono tornati alla mente gli anni di scuola quando le pagine del libro di storia oltre a quelli di arte immortalavano Guidoriccio trasmettendoci il fascino di un Medioevo un po’ fiabesco in cui il cavaliere avrebbe potuto uscire dall’affresco per diventare protagonista di possibili fantastiche avventure. Il nome stesso del personaggio mi sembrava particolarmente adatto a racconti fiabeschi dal tocco giocosamente ironico. Ancora oggi collocherei Guidoriccio tra i  divertenti, magici personaggi delle fiabe teatrate di Lele Luzzati, attori di un universo medievale dove si combatte per finta e dove le figlie dei re finiscono per sposare Carmelo il pastore perché l’amore e l’armonia riescono sempre ad avere la meglio. Vedrei bene Guidoriccio tra i personaggi del presepe o del calendario dell’avvento, disegnati appunto da Luzzati, che rallegrano da parecchi anni le piazze di Torino durante le festività natalizie.

Torno al dipinto per ripensare al deserto paesaggio dello sfondo che rimanda una suggestione d’ambiente presente anche  nella  adiacente Sala dei Nove nel grande affresco sul Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti con i suoi poggi nudi che si susseguono a perdita d’occhio. Questi scorci di pittura medievale anticipano l’approccio al paesaggio reale che andremo a percorrere nei giorni successivi sulle strade delle Crete alla  scoperta di questo mondo quasi lunare.

Della città, stupefacente per le sue architetture medievali e le meraviglie che offre allo sguardo del visitatore, mi incanta il colore, quella calda tonalità della terra di Siena, che la avvolge e la caratterizza nella sua unicità, rendendone viva oggi la storia che l’ha connotata nei secoli passati. Forse da questa terra collinare, che mescola il bianco cenerino con il giallo e l’ocra, i Senesi hanno tratto il temperamento determinato e la foga incontenibile riscontrabili in occasione del Palio, clou dell’enfasi e della passionalità contradaiola che ne è l’anima.

Siena “sostanza rara / in cui splendono insieme / esaltazione e pena / e bruciano in purità celeste /sofferenza e grazia” ancora le parole del poeta Mario Luzi ci accompagnano a cercare la città sotto la scorza turistica che la ricopre.

 

Nel percorrere la strada delle Crete Senesi, zona desertica che  “cinge Siena da meriggio”, la vegetazione quasi sparisce. Qua e là compaiono file di cipressi che, da soli, rappresentano l’emblema della Toscana e ne sottolineano il fascino. Ritroviamo la celebre immagine  della minuscola oasi di verdi cipressi su un mare immobile di ondulate crete, che abbiamo più volte visto in  pubblicazioni geografiche e/o nei films spesso girati da queste parti.

In questo panorama asciutto e piuttosto desolato, con strade a giravolte e saliscendi che non permettono durante il tragitto in pullman di fare un fermo immagine se non sei un fotografo esperto, l’abbazia di Monte Oliveto Maggiore compare come un’isola verde rigogliosa nel  paesaggio desertico delle Crete. Circondata dal bosco, da orti e frutteti appare molto estesa, come “una città in forma di monastero”, secondo un’antica definizione.

Raggiungiamo la chiesa e il monastero camminando lungo una cipressaia, un gradevole sentiero ombreggiato dai maestosi cipressi nel primo pomeriggio di una calda giornata di agosto, disposti a scoprirne la storia e ad ammirare le ricchezze artistiche che vi sono contenute.

Fondato nel 1313 da Bernardo Tolomei, docente di diritto, di benestante famiglia senese, ritiratosi a vita monacale in questa località, il monastero accolse un ordine monastico posto sotto la Regola di San Benedetto. Affascinante percorrere i portici del Chiostro dove alle pareti sono rappresentate le scene della vita e dei miracoli del Santo con affreschi di Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma e di Luca Signorelli. Come ogni volta che mi trovo a visitare un’abbazia sento cogliermi la suggestione  di questi luoghi che testimoniano una storia comunitaria racchiusa nelle mura perimetrali, ma completa di vita concreta e di spiritualità. Nei secoli i monaci hanno lavorato e pregato, secondo il motto benedettino “Ora et labora”, salvando dall’oblio la cultura antica, rivitalizzando territori altrimenti in preda all’abbandono, costruendo barriere di resistenza al disfacimento della dissoluzione in atto nel mondo esterno. Mentre mi trovo all’interno di questa grande abbazia, come mi succederà nella più piccola chiesa di Sant’Antìmo in Val d’Orcia il giorno appresso, mi tornano in mente altri luoghi simili visitati in passato lungo le strade di altri Paesi, ad esempio l’Abbaye de Notre Dame de Fontenay  e quella di Vezélay in Borgogna, l’Abbazia di Chiaravalle nel Milanese, la più vicina alle nostre terre Abbazia di Staffarda, queste di stampo cistercense, ma sempre di derivazione benedettina, che sembrano essere legate da un filo, da quel “filo infinito” che dà il titolo all’ultimo libro di Paolo Rumiz (edito da Feltrinelli). Tra le sue pagine leggo e mi soffermo su alcune righe:”Ne era nato un paesaggio unico al mondo, a misura d’uomo, dall’inimmaginabile densità di eremi, abbazie, templi e toponimi legati al sacro. Uno spazio <camminabile> agevolmente, dove da ogni villaggio era possibile vedere altri villaggi in un’intima topografia di campanili. Una terra <lavorata> (….) Una grande madre capace di accogliere….”

E  mi trovo a immaginare il mondo delle abbazie dove da sempre i monaci vivono la loro intensa giornata scandita dalla Regola del fondatore. Riporto ancora parole di Rumiz in proposito: “Alle otto del mattino, la macchina è già a regime, segnata dal brusio di un’alacrità orante. C’è chi zappa, chi restaura manoscritti, chi sorveglia il vino nelle botti, chi seleziona erbe officinali, chi studia liturgia, chi prepara gli alveari per l’imminente primavera, chi riceve gli ospiti.”

E dentro a questo fervore di vita comunitaria, oggigiorno molto ridotta,  spesso assente per mancanza di vocazioni monacali, l’ingresso nelle chiese abbaziali, rimanda un senso si sacralità/spiritualità con i silenzi, la luce che penetra attraverso le vetrate, il canto che talvolta quasi miracolosamente accompagna chi entra in chiesa. Come a Sant’Antìmo dove tre voci nell’abside stavano provando un canto gregoriano per la liturgia della domenica. Un piccolo regalo fuori dal tempo  per un gruppo di visitatori sempre desiderosi di cogliere sensazioni e significati durante il cammino del viaggio.

Mi sembra particolarmente appropriato usare il termine “cammino” parlando di questi luoghi dal momento che, tra questi paesaggi, si snoda il tratto toscano della Via Francigena,  segnalata qua e là dall’icona del pellegrino con il bastone e la bisaccia a indicare la strada ai  volonterosi che a piedi la percorrono nell’intento di raggiungere Roma sulle orme degli antichi viandanti diretti in Terra Santa.

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