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Un viaggio in Cambogia e Vietnam. 3° parte: il VIETNAM del Nord.

Emanuela Zoia

Volo per Hanoi dall’aeroporto di Hue: ci aspetta Andrea (così ha deciso di farsi chiamare perché il suo nome vietnamita è per noi – come pare per tutti gli occidentali – impronunciabile), nostra ultima guida. Ragazzo simpatico, parla molto bene l’italiano. E’ stato un anno a Palermo e dimostra subito una certa dimestichezza anche con i nostri modi. Ci porta al Tempio della Letteratura e ci troviamo subito davanti a una scolaresca di bambini – che il nostro occhio di insegnanti ci dice della scuola dell’infanzia – riuniti per una foto di gruppo, in perfetta divisa rossa e nera che assomiglia ad una toga. E’ sicuramente la piccola cerimonia che accompagna i bambini dall’asilo alla scuola “dei grandi”, momento di passaggio che avviene anche in molte delle nostre scuole.

 

 

 

 

Andrea ci tiene a sottolineare quanto la cultura sia considerata importante dal popolo vietnamita: ci illustra il cammino che va “dalle carpe dello stagno ai draghi”, come a dire che si può passare dal contadino al mandarino attraverso lo studio e la sapienza. Questo tempio è consacrato a Confucio, fin dalla sua costruzione intorno all’anno mille, per rendere omaggio agli studiosi e ai letterati, e fu la sede della prima università del Vietnam. Incuriosiscono le lapidi che ricordano i principali studiosi, ognuna retta da una grande tartaruga: Andrea ci spiega che la tartaruga è l’animale perfetto, che racchiude in sé, per come è fatta oltre che per la sua longevità, il cielo (rappresentato dalla curva della sua corazza) e la terra (la linea dritta del suo corpo).
All’interno del tempio, nello spiazzo più grande, un gran numero di bambini e bambine assistono, seduti e probabilmente un po’ annoiati, all’intervento di un’autorità – presumiamo, Andrea non è troppo esplicito – in uno stile piuttosto “comunista”, vicino a certe immagini della propaganda che connotano ogni “regime”.

 

 

 

 

 

Ovviamente proviamo a far parlare un po’ Andrea della situazione politica, ma, come ci aspettiamo, non ci dice molto. Racconta – sostanzialmente – che in Vietnam si può fare tutto, con l’unica condizione di non sparlare del partito e di non mettersi contro i funzionari del regime. Peraltro, non vediamo grandi segni di ciò che immaginiamo un “regime”. Pochissima polizia, nessun posto di blocco, nessun segnale apparente di controlli particolari. Bandiere rosse con falce e martello ce ne sono, ma non così tante. Ogni tanto vediamo enormi cartelli con la faccia di Ho Chi Minh, con frasi che, per quello che ci viene tradotto, inneggiano alla purezza della lotta, alla bellezza della rivoluzione socialista, alla necessità dello studio e altre varie amenità che dovrebbero educare il popolo. Purtroppo sappiamo cosa ha voluto dire la rivoluzione culturale di Mao Tze Tung e i campi di rieducazione che anche i vietnamiti hanno copiato per cancellare il cervello di coloro che avevano collaborato con gli americani e non sono riusciti a fuggire dal Vietnam conquistato dai Vietkong.
“Uomini! Il popolo chiede a gran voce la libertà! I comunisti promettevano libertà e indipendenza, ma hanno ridotto il nostro paese in povertà e schiavitù. Hanno tradito il popolo vietnamita, e le vere rivoluzioni non tradiscono mai il popolo. Persino dall’esilio siamo sempre rimasti dalla parte del popolo, e torneremo per restituire a tutti gli uomini la libertà che è stata loro negata. Le vere rivoluzioni sono per il popolo: dal popolo provengono ed è il popolo che le porta a compimento. Questa è la nostra rivoluzione!
Niente di più vero di quelle parole, e al contempo niente di più misterioso, perché la questione di chi fosse il popolo e di che cosa desiderasse veramente rimaneva, come sempre, senza risposta. Ma il fatto che non ci fosse risposta a tale questione non aveva importanza; anzi, la mancanza di una risposta rendeva ancora più potente l’idea di popolo che fece balzare in piedi all’unisono quei duecento uomini e fece loro gridare, con le lacrime agli occhi, Abbasso il comunismo! Come i salmoni, che sanno d’istinto quando risalire la corrente, sapevamo chi fosse il popolo, e chi no” (da Viet Thanh Nguyen, Il simpatizzante, Neri Pozza 2016). Qui l’Autore fa parlare un reduce vietnamita che, negli USA, cerca di ricomporre un esercito nella incredibile ipotesi di tornare a “liberare” il Vietnam.

Lo so, lo sappiamo: in ogni latitudine e in ogni ideologia totalitaria il richiamo al popolo è, a dir poco, un’idea controversa. Eppure l’oggi incalza e dobbiamo sempre fare molta attenzione alle parole.

Quello che mi pare emerga dalle conversazioni con Andrea è la sostanziale lontananza dei giovani rispetto alla guerra (quella che per noi, allora giovani occidentali, è stata La guerra). Ci dice, con una punta d’orgoglio, anzi, con vero orgoglio, per niente malcelato: “I vietnamiti sono come il pepe, piccoli ma tenaci”. Rivendica che hanno saputo resistere al Giappone, alla Cina, ai Francesi e agli Americani. E poi dice, con una frase che mi commuove: “Adesso ci meritiamo la pace”.
E allora Andrea ci parla dell’oggi, di come le antiche tradizioni rimangano fondamentali. Scopriamo che, quando una coppia si sposa, la moglie va ad abitare nella casa dei genitori del marito, dei quali si curerà per il resto dei loro giorni. Per questo è importante avere una casa grande, e non è facile in città. Hanoi è enorme, la popolazione è in continua crescita: oggi siamo a quasi 8 milioni di abitanti.
La curiosità mi spinge a chiedere ad Andrea cosa succede se in famiglia ci sono solo figlie femmine. La risposta è secca: “Per questo bisogna avere un figlio maschio”. Insomma, se non c’è un figlio maschio i genitori, in vecchiaia, rimangono soli.
Un proverbio vietnamita dice: “Una figlia sposata è come l’acqua buttata!”. Evidentemente la rivoluzione non ha avuto grandi effetti sulla condizione femminile.

 

 

 

 

Naturalmente non possiamo non fare ciò che a tutti i turisti viene propinato, di default: un giro in tuc tuc nella città vecchia e lo spettacolo delle marionette sull’acqua. La città vecchia è un labirinto di gente, negozi, bar, macchine, motorini, tutto che si confonde nel rumore e nella confusione (o così a noi pare). Seduti nei fragili rischiò, portati da vietnamiti piccoli e forti nei loro pedali, ci sembra costantemente di non poter sopravvivere al traffico e alla mancanza di logica apparente nell’attraversare le strade.
Forse siamo stanchi, ma non riusciamo molto ad apprezzare lo spettacolo dei pupi sull’acqua, a cui assistono solo turisti. Come scopro dopo, è una importante tradizione vietnamita, che risale al XII secolo, pare molto poco apprezzata dai locali e che sopravvive quasi esclusivamente grazie ai turisti. Il palco è costituito da una grande piscina circondata da pareti di bambù dietro alle quali si nascondono i burattinai che, nell’acqua, muovono marionette di legno anche molto pesanti e complesse.
Last but no least per oggi: la visita alla prigione di Hoa Lo, conosciuto come Hotel Hilton per i prigionieri americani. Sono i luoghi in cui l’umanità riconosce la cattiveria che alberga in se stessa e che le guerre mettono a nudo. So di essere tra i pochi fortunati del mondo che queste cose non le hanno vissute.
Troppo veloce la visita alla capitale del Vietnam; ci rifaremo un po’ tornando dal Nord.
Lungo viaggio verso Bac Ha, nel Nord: il tempo non è dei migliori e, quando saliamo verso la montagna, nuvole e nebbia ci impediscono di vedere il panorama. Intuiamo le risaie a terrazza e il fiume in basso.
Passiamo qualche ora nei villaggi intorno al paese: la vita sembra ferma al secolo passato. C’è molta povertà, bambini scalzi che giocano nei campi, donne che lavorano la terra con strumenti molto poco tecnologici. Ma, di nuovo, anche grandi contraddizioni: case che sembrano fatte per ospitare occidentali amanti dell’avventura (ma non troppo!) e locali in cui il karaoke suona a tutte le ore. Andrea ci spiega che il karaoke fa impazzire i vietnamiti in questo periodo.
Albergo e cena, diversamente a quanto ci è capitato fino a qui, sono piuttosto “basici” e non mi pare aiutino l’umore del gruppo. Aspettiamo il mercato del giorno dopo, punto di riferimento delle etnie della montagna, in particolare dei H’Mong. E il mercato è davvero un tripudio di colori, di merci, di odori: naturalmente si mangia ovunque e si vende di tutto. Per comprare bisogna assolutamente contrattare: per gli asiatici, come per gli africani, vendere è mercanteggiare, quindi contrattare dimostrando abilità nel cercare un prezzo adeguato (almeno, adeguato a quel momento, a quella situazione, alle tue tasche e alla voglia di divertirsi del venditore). Non è un’abilità che possiedo naturalmente: ci sono voluti molti viaggi per adattarmi a questa forma di commercio: una volta mi innervosiva, adesso, finalmente, mi diverte. Scattiamo la solita quantità esagerata di foto, ma qui è inevitabile: i colori dei vestiti delle donne sono irresistibili. Ma sarà difficile rendere l’atmosfera.

 

 

 

 

E poi mi prendono i ricordi, i rimandi ad altri mercati, ad altre foto di bambini. A quando la mia amica Lilia mi insegnava silenziosamente a non aver timore di stare loro accanto, nel mio primo viaggio vero, nel deserto dell’Algeria. E a quando, nel Tibet, lei non c’era più e mi mozzò il fiato la vista del lago Nam Tzo in cui mi sembrò di poterla finalmente lasciare al cielo, togliendola un po’ dal mio cuore. Mi succede spesso così, nei viaggi: c’è un posto che incontro dove lascio qualcosa di me ma che mi permette anche di lasciare un po’ della pena che mi lega a coloro che non ci sono più. Come se la pena fosse anche un po’ una fune che ti lega a loro, ma che non li lascia liberi di correre nel cielo.
Ho già detto a chi ho lasciato un po’ più di libertà in questo viaggio. Per Mariella, invece, il posto lo devo ancora trovare. Troppo vicina, e ancora troppo pesante la sua assenza.

 

 

 

 

Si parte in fretta per Sapa: il tempo sta peggiorando e rischiamo di prendere pioggia. Prima di Sapa si arriva a Lao Cai, al confine con la Cina. C’è il fiume che divide le due Nazioni, e il ponte che le unisce, dove passa il confine, è un impressionante passaggio di persone cariche di pacchi di ogni tipo e grandezza. Foto ricordo davanti alla stele di confine, contesa dai vari gruppi di turisti. Pochi, a quanto vediamo, gli occidentali.
Sapa è un immenso bazar, non riusciamo ad affezionarci al luogo, se non per i paesaggi intorno, con le risaie a terrazza che sembrano disegnati da un pittore in vena di ghirigori.
Rieccoci ad Hanoi: contrattiamo la visita al mausoleo di Ho Chi Minh, stranamente non prevista da programma. Non è giorno di visita, quindi lo vediamo solo all’esterno. Non ha un gran bell’aspetto: è un gran cubo di marmo e cemento con un enorme piazzale davanti, in perfetto stile comunista. Ma non potevamo non vederlo. Ho Chi Minh continua ad essere un mito per gli stessi vietnamiti, il grande padre della patria, colui che guidò il paese verso l’indipendenza dalla Francia e poi verso la cacciata degli americani. Anche Andrea ne parla con una nota di affetto, ma anche con un po’ di velata ironia, mi pare di cogliere.
Vicino al mausoleo c’è il museo di Ho Chi Minh, che guardiamo anch’esso da fuori. Nei pressi c’è la pagoda su una sola colonna, la cui costruzione originaria millenaria fu distrutta dai francesi prima di lasciare Hanoi, per pura cattiveria e, forse, rabbia, per una sconfitta imprevedibile che brucia ancora ai nostri altezzosi cugini.
Tra il museo e la pagoda c’è un tempio buddista: ateismo e religione sono tutt’uno nello spazio, e forse anche nella vita quotidiana dell’odierno Vietnam.
E infine, l’ultima meraviglia: la baia di Ha Long. L’ingresso è sconcertante, per la quantità di alberghi e brutture che la stanno devastando, compresa una enorme ruota panoramica a cui si accede tramite funivia. Ma una volta saliti nella giunca ed entrati nei meandri della baia, tra le migliaia di isole che la compongono, in un ricamo continuo di luci e ombre, allora lo spettacolo è davvero notevole. Nonostante il tempo non sia bellissimo, la nebbia rende l’atmosfera un po’ magica e la cena lussuosa ci regala un’ennesima prova della cucina vietnamita. Rimaniamo colpiti soprattutto dalla bontà del granchio ripieno, ma anche dalla capacità estetica del cuoco, che trasforma carote e verdure varie in fiori eleganti. E’ bellissima la sera, in questo mare calmo e le ombre delle isole che si inseguono all’orizzonte. Finisco con la sorpresa di riuscire a pescare – per un caso fortunato e senza nessuna abilità – un calamaro, tra i tanti, velocissimi, che nuotano nell’acqua scura. Già, veloci e piccoli come i vietnamiti.

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