Prime dieci pagine

GOBETTI, ALFIERI, CASORATI, la libertà; Erasmo, Reuchlin e la pronuncia del greco antico.

Silvano Prevosto

Ecco l’emblema o marca editoriale che contraddistinse la Piero Gobetti Editore, dal 1923 al 1929, un motto greco suggerito da Augusto Monti (il disegno ovale in caratteri greci  è di Felice Casorati): tì moi sùn doùloisin; TI MOI SYN DOULOISIN?che ho a che fare io con i servi?” quale fiera sfida culturale del giovane Gobetti al dominante fascismo.

Bisogna sapere che Piero Gobetti ammirava Vittorio Alfieri e scrisse la sua tesi di laurea proprio su di lui. Ci lavorò dall’agosto 1921, si laureò in legge con Gioele Solari il 14 luglio 1922. La pubblicò nel 1923, quando non era ancora editore, facendola stampare dal tipografo-editore Pittavino di Pinerolo in 200 esemplari numerati col titolo “La filosofia politica di Vittorio Alfieri”.

Divenne editore subito dopo, rilevò da Pittavino i diritti del libro e vi appose la propria etichetta “Piero Gobetti – editore. Torino via XX Settembre, 80 1923”.

Per tutti i libri editi in seguito da lui (e dopo la sua morte dalle Edizioni del Baretti), che furono ben 114, scelse come marca editoriale questo motto, suggeritogli dal gran maestro di color che sanno Augusto Monti del Liceo D’Azeglio, o che forse aveva scovato personalmente, mentre lavorava alla tesi, in una lettera inviata da Alfieri all’amico Tommaso Valperga di Caluso, scritta da Firenze il 28 marzo 1801. In questa lettera il fiero Alfieri motivava il suo rifiuto di essere aggregato all’Accademia delle Scienze di Torino, i cui membri, secondo lui erano “celtizzati”, cioè asserviti alla cultura francese; e oppose agli accademici che gli proponevano l’aggregazione, le quattro parole di questo motto greco, probabilmente foggiato al momento da lui stesso, visto che non appare in alcun testo classico. Alfieri si stava allora cimentando sui tragediografi greci, che considerava maestri di libertà. Purtroppo l’Alfieri, alfiere di fierezza, è ora quasi dimenticato da tutti, o ricordato da noi vecchi per l’altro suo motto “Volli sempre volli fortissimamente volli” con cui proclama nell’autobiografia la ferrea volontà di lui studente, che si faceva legare alla sedia per concentrarsi in studi laboriosi*.

Il motto, per diventare marchio, reclamava una grafica speciale e questa fu disegnata dal mitico pittore Felice Casorati, che Gobetti apprezzava e sulla cui pittura infatti pubblicò la prima e celebre monografia critica.

* Cfr. anche Angelo Fabrizi, «Che ho a che fare io con gli schiavi?». Gobetti e Alfieri, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2007

 

Inetto innetto ad un giovane perfetto

Tu Gobetti eri un liberale

di mente aperta e di gran conio;

su una tua rivista

scrisse Gramsci Antonio,

il tuo amico comunista.

Il tuo limpido pensiero

con  acume e con costanza

perseguì il bello e il vero,

ma la stupida incoscienza

del regime, con violenza

soppresse chi s’oppose

a servitù e ignoranza:

non poteva sopportare

la tua chiara intelligenza.

Il regime è ormai scomparso

ed è bello farne senza,

ma la mente tua ancor brilla

e si esprime viva e arzilla

nei bei testi

che editasti

ed in quelli che scrivesti

nella tua vita

troppo breve

e tanto intensa.

Mi si consenta ora una digressione sugli errori accreditati a dimensione planetaria e nella fattispecie, sulla pronuncia del greco antico.

Secondo quella usata tuttora in tutti i licei classici del pianeta (eccetto in Grecia, dove si usa la pronuncia reuchliniana e ci si stupisce del fatto che il resto del mondo si ostini a usarne un’altra tanto anchilosata e per di più infondata) la pronuncia del motto di Gobetti è la seguente: “Tì moi sün dùloisin” e segue la teoria elaborata dal cervellone del pur grande Erasmo da Rotterdam (Rotterdam, 27 ottobre 1467 – Basilea, 12 luglio 1536), che, con una certa presunzione accademica, ebbe la pensata di inventare l’ ”etacismo” e di opporsi alla pronuncia allora usata ed importata in Italia dagli studiosi bizantini fuggiti alla caduta di Costantinopoli nel 1453.

Invece un grande umanista tedesco contemporaneo di Erasmo, Johannes Reuchlin (italianizzato in Giovanni Roiclinio, 1455-1522) sostenne la pronuncia dei dotti bizantini e dimostrò come il greco antico si pronunciasse in modo molto fluido e dinamico fin da tempi molto antichi (teoria detta “bizantina” o “iotacismo” o “itacismo”), come del resto avviene da secoli nella liturgia bizantina e nel greco letto e parlato dai greci; ma chi era Reuchlin?

Reuchlin non era l’ultimo degli umanisti: sapeva spiegare Aristotele in greco, e inoltre era un insigne ebraista, era in contatto con mitici pensatori come Pico della Mirandola (da cui apprese i misteri della cabala ebraica, la quale gli ispirò una forma di esoterica teosofia); difese gli Ebrei e la cultura ebraica contro uno sfegatato antisemita e frate agostiniano, che si chiamava Conrad Holzinger. Contrastò il macellaio  Johannes Pfefferkorn (1469-1521), cattolico romano convertito dal giudaismo, persecutore di ebrei e uomo di paglia dei Domenicani, il quale non solo  scrisse infami libri antigiudaici, ma aveva addirittura ottenuto dall’Imperatore Massimiliano I il mandato di sequestrare i libri ebraici e di bruciarli. Reuchlin, con altri esperti, dimostrò che i libri ebraici anticristiani non solo erano da contare sulla punta delle dita, ma erano screditati perfino presso gli Ebrei; affermò che la cultura ebraica era preziosa per il mondo e andava assolutamente salvaguardata nell’interesse di tutti. E propose all’Imperatore di istituire due cattedre di ebraico in tutte le Università

Le teorie di Erasmo e di Reuchlin sulla pronuncia del greco antico si basano su diversi motivi e comportano varianti molto significative nel suono di alcune vocali, di vari dittonghi e di alcune consonanti e gruppi di lettere.

Mi si conceda però di accennare a un’ipotesi che credevo fosse solo una simpatica dicerìa di sapore goliardico diffusa dai reuchliniani, e che mi era giunta alle orecchie da giovane; però ora ho verificato che è ritenuta autentica: uno dei motivi, e forse il fondamentale, per cui Erasmo elaborò la sua teoria “etacistica” è l’onomatopea, nella fattispecie il verso della pecora, espresso in Cratino e in Aristofane con beta eta beta eta, che Erasmo leggeva “bè bè”); però purtroppo ne venne fuori un greco improbabile, legnoso e pesante da pronunciare, quel greco che viene inflitto ai poveri studenti nei nostri licei e atenei e in quelli del mondo intero (salvo in Grecia!); invece secondo la teoria di Reuchlin, la pecora viene a fare “vìì vìì ” anziché “bè bè ”. Pazienza. Del resto il cane greco fa “gav gav” e non “bau bau ” e il gallo francese canta “cocoricò” e non “chicchirichì”.

Comunque, a dispetto di tutti i greci passati e presenti, e in barba alla tradizione  e ad intere comunità di studiosi, prevalse proprio la cervellotica teoria elaborata a tavolino da Erasmo; e gli accademici moderni la imposero bellamente a tutto il globo terracqueo, commettendo un’inspiegabile sciocchezza, purtroppo davvero globale, che imperversa tuttora.

Dunque, il motto di Gobetti, seguendo Reuchlin, com’è giusto, si deve pronunciare “Tì mì sìn dùlisin?” e non “Tì moi ssün dùloisin?

Con tutto il rispetto al tanto celebre e celebrato Erasmo, libero pensatore e acuto scrittore, bisognerebbe ammettere che sul tema della pronuncia del greco lui ha preso un grande abbaglio, e che di conseguenza l’unico credibile rimane Reuchlin, supportato dalla tradizione e dalla pratica antica e non da labili improbabili onomatopee.

Nel mio piccolo vorrei che si parlasse di Roiclinio quanto di Erasmo, e inoltre che si riformasse l’insegnamento del greco, e anche del latino, trattandoli come simpatiche lingue vive e non come relitti archeologici; ma questa è un’altra lunga storia, di nuovo a livello globale.

E apprezzerei che si evitasse di elevare a mito qualunque grande personaggio, come si fece per secoli, e pericolosamente, prima per Platone e poi per Aristotele (”ipse dixit”) e poi per Erasmo e tanti altri, prendendo per buono tutto quello che dissero. Erano persone umane, avevano anche loro il diritto di sbagliare.

I professoroni di greco che visitassero la Grecia, senza imparare, prima di partire, la bella e sciolta pronuncia roicliniana del greco (cosa che pare pochissimi di loro pensino di fare), non saprebbero pronunciare in modo comprensibile neanche i nomi delle località greche, e non avrebbero modo di comunicare in greco con i greci.

Silvano Prevosto

 

ERRORI GLOBALI ma non FATALI

Mi chiamo Erasmo,

non son latino, ma so il latino;

nato in Olanda

ma laureato in quella landa

al pie’ dei monti detta Torino *.

So anche il greco

appreso a Bologna,

e a Venezia raccolsi i classici

che pubblicò Aldo Manuzio.

Alla Sorbona ho litigato

con quei tromboni

che disputavano

di teologica lana caprina.

Quanto al bel suono

del greco antico

avevo capito

proprio un bel fico;

presi un abbaglio internazionale

che putroppo ancora vale,

preso per buono

e imposto bel bello

dai professoroni

del mondo intero,

che ogni ellenico

deplora davvero,

perché si ostinano

inspiegabilmente

a legger il bel greco

tanto legnosamente.

 

  • Il 4 settembre 1506Erasmo si laureò in teologia presso l’Università di Torino, e ciò è ricordato da una lapide che si legge sotto le arcate dello splendido cortile secentesco dell’Università in via Po.

 

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