Prime dieci pagine
Mariel Giolito

Basato sul romanzo omonimo di Martha Batalha “La vita invisibile di Eurídice Gusmão” premiato a Cannes, sezione “Un Certain Regard” offre una trama tipica del cinema brasiliano di genere: le sorelle separate dal destino.
Il film diretto da Karim Ainouz è ambientato a Rio, il racconto prende inizio vicino al mare tra scogli e dirupi. Due ragazze di circa vent’anni sono inquadrate in un’atmosfera naturalistica e lussureggiante, il verde è molto intenso: una si alza, l’altra resta seduta, pensosa.
Il vento muove le fronde degli alberi mentre vediamo una delle due ragazze inerpicarsi tra la vegetazione esotica e rigogliosa, avanzando tra cespugli e alberi dalle gigantesche radici ricoperte di muschio.
Nel risalire si distanziano, poi si chiamano l’un l’altra. “Eurídice!”, dice una. “Guida! Aspettami!”, dice l’altra. La prima chiama ancora, l’altra sembra sentirsi come perduta in quel verde avvolgente.
Guida (Júlia Stockler) ed Eurídice (Carol Duarte) vivono negli anni 50 a Rio de Janeiro con i loro severi genitori.
Due sorelle, due donne complementari, unite e inseparabili, che vivono con i loro genitori con degli ideali molto conservatori.
Guida ed Eurídice trovano l’una nell’altra uno spazio sicuro per le loro speranze e aspirazioni. Mentre Guida vede nella sorella una preziosa confidente per le sue avventure amorose, Eurídice trova nella vivace sorella maggiore l’incoraggiamento di cui ha bisogno per perseguire il suo sogno di diventare una pianista professionista.
Un giorno, stanca di vivere sotto le rigide regole del padre Manoel, Guida intraprende un’impetuosa storia d’amore con un marinaio e decide di seguirlo in mare e di scappare.
Ritorna un anno dopo, sola e incinta; il padre, indignato dallo stato della figlia, le mente dicendo che Eurídice è andata a studiare pianoforte a Vienna, la caccia di casa e impone alla moglie il silenzio: la sorella non dovrà mai sapere che Guida è tornata.
E così le due – Eurídice è anche sposata adesso, e una gravidanza la costringe a rimandare i suoi veri sogni di studiare pianoforte a Vienna – trascorrono anni a vivere nella stessa città senza mai saperlo.
Guida, convinta che la sorella ormai viva all’estero, le scrive lettere commoventi e le indirizza alla casa dei genitori ma queste, nascoste della madre, non la raggiungono mai. Guida vive in condizioni di povertà come madre sola, mentre Eurídice, che è più benestante, ha figli e una carriera pianistica, anche se non quella che desiderava. Insoddisfatta, ma convinta che la sorella viva felice in Grecia, passa il tempo a chiedersi perché questa non abbia mai dato notizie di sé. Alcuni incontri ravvicinati accidentali si verificano nel corso degli anni, ma nessuna delle due sorelle è a conoscenza della vicinanza dell’altra.
Sono gli uomini a determinare il destino delle donne, a tentare di annientare il loro desiderio di libertà.
Il candidato all’Oscar come miglior film straniero per il Brasile è un melodramma tropicale che colpisce al cuore gli spettatori di tutte le latitudini, «perché l’essenza delle relazioni e l’oppressione sono le stesse», come spiega Carol Duarte, che interpreta Eurídice. «Viviamo in un mondo le cui leggi sono fatte dagli uomini, le guerre sono fatte dagli uomini. Ma oggi la voce femminile è più forte. Abbiamo ancora molto da conquistare, eppure il fatto che questo film venga proiettato in così tanti Paesi mostra come oggi queste donne, che una volta erano invisibili, possono finalmente parlare. È giunta l’ora di gridare il silenzio degli oppressi».
Karim Aïnouz con grande precisione ci pone di fronte ai due archetipi femminili costruiti dalla cultura dominante maschile: la santa (Euridice) e la puttana (Guida).
Le due ragazze saranno stigmatizzate e schiacciate da una società fortemente maschilista in ruoli che non hanno scelto – e avranno un destino identico di sofferenza, pur se una (Guida) ha avuto la forza di ribellarsi e l’altra (Euridice) non ne ha avuto il coraggio, seguendo il destino che era stato tracciato per lei, come per ogni altra donna. Attraverso piccoli gesti e dettagli, che però appaiono fondamentali – come il fatto che la donna debba servire per primo a tavola sempre il capo famiglia maschio, o i rimproveri a una bambina che le intimano di stare ferma e composta, di essere sempre graziosa ed educata – il regista ci fa il racconto di un’autentica schiavitù istituzionalizzata che parte dall’anima ed arriva ad impossessarsi, umiliare e dominare il corpo.

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