Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Una gita in laguna in una luminosa giornata di ottobre. Partenza da Portegrandi sul Sile con una motonave della Compagnia di navigazione Fratelli Stefanato, specializzati in escursioni fluviali e lagunari dal 1978. Solita combriccola di amici, pronti ad affidarsi alle acque lagunari che da dolci del fiume si fanno salate man mano che diventano mare. Destinazione: un percorso tra le isole con tappe intermedie e Venezia San Marco vista dal mare. Ore 8,30. Abbiamo davanti a noi un’intera giornata da scoprire, da gustare, da godere.

La partenza è tra le sponde del Sile, con i canneti che ne delineano gli argini e gli uccelli che ne indicano la direzione. Lo sguardo viene da subito catturato dagli aironi che sostano tra il folto dei fusti e delle piante erbacee fermi  nel loro elegante portamento, dal volo di possibili beccacce o alzavole o garzette che in laguna trovano il loro habitat naturale. Ci piacerebbe anche vedere i fenicotteri che dovrebbero comparire all’orizzonte in lontananza, ma l’attesa non viene ripagata da una loro comparsa. La voglia di assaporare questa natura che ci viene incontro e ci invita  a fermare questi momenti è tanta e condivisa da chi partecipa a questa avventura. Intanto a bordo l’accoglienza del capitano e del personale è eccellente. Comincia a circolare tra i passeggeri un delizioso “merendino” ricco di salatini e di dolci che tutti gustiamo con piacere.

Il paesaggio lagunare prende fisionomia. La calma dell’acqua si intreccia con le piatte terre di isole e isolotti, nasconde e mostra qua e là le barene, quei terreni tipici della laguna periodicamente sommersi dalle maree, che rivelano ciuffi d’erba e canaletti naturali, i ghebi. L’occhio si abitua a scoprire questi lembi di terre a pelo d’acqua mentre si familiarizza con parole che si ritrovano solo in questi posti. Se le “barene” possiamo ritrovarle nel dizionario della lingua italiana, le “bricole” sono la specifica manifestazione della presenza dell’uomo nella laguna di Venezia. Lungo il percorso compaiono imponenti pali che affiorano suggestivamente dal mare e contribuiscono a caratterizzare il paesaggio come frangiflutti e punti di ormeggio.

A questo proposito leggiamo da una pagina del poeta scrittore veneto Andrea Zanzotto che, nel suo scritto “Venezia, forse” in LE POESIE E  PROSE SCELTE, edito da Mondadori, così le descrive:”Echeggia dunque il tema del palo, o se si vuole, dello stelo misura e appoggio, sicuro pur nella sua ingenua e talvolta persino goffa esilità, e sempre indicatore di un movimento di triangolazione. Sono come sentinelle care agli uomini e familiari a venti e a onde, punti per una gamma di rotte da scegliere, frecce non imperiose nelle quali resterà per sempre indeterminata la direzionalità, ma in ogni caso riferimenti che non tradiscono. Bricole a mazzetti, pali a segnare fondali insidiosi, allineamenti e serpi di pali a definire <stradele in mezo al mar>: e tra di essi ci sarà sempre, assorto in uno stupore che sembra e non è fermo, un <piccolo naviglio>come quello della canzone di una volta”.

La prima tappa del nostro giro lagunare è la visita alla piccola isola di San Francesco del Deserto con il suo ascetico silenzio che tra un viale di slanciati cipressi di un verde intenso ci accompagna al convento dove ci accoglie uno dei sei frati che abitano e lavorano in questo eremo di pace nel segno dell’insegnamento di San Francesco. Si narra che il Santo  di Assisi abbia sostato in quest’ isola in cerca di tranquillità al ritorno dalla quinta crociata a cui aveva partecipato con l’intento di convertire il sultano al cristianesimo.

Lungo il percorso costeggiamo la coloratissima isola di Burano con le sue case che alternano pareti di blu intenso a gialli rossi violetti con panni stesi svolazzanti al sole ….e il campanile della chiesa sempre più pendente man mano che ci spostiamo e cerchiamo di metterlo a fuoco. Insomma: ridenti immagini da cartolina!

Consumare il pranzo a bordo dà un senso di vera festa alla navigazione. Naturalmente si mangia pesce! Antipasto di salmone e gamberetti, risotto di pesce, frittura di calamari e gamberi con contorno, il tutto accompagnato da un generoso prosecco che mette allegria.

 

E intanto ci avviciniamo a Venezia, che, vista dal mare, è di una bellezza rara, unica.

 

“C’è una città di questo mondo,

 ma così bella, ma così strana

 che pare un gioco di Fata Morgana,

 o una visione dal cuore profondo.

     

 Avviluppata in un roseo velo,

 sta con sue chiese, palazzi, giardini,

 tutta sospesa fra due turchini;

 quello del mare, quello del cielo.”

 

Così recitava la poesia di Diego Valeri che mi torna in mente proprio mentre noi gitanti ci troviamo tra i due turchini, del mare e del cielo, e veniamo folgorati da questa immagine magica di Venezia vista “dall’altra parte” , così lontana, così vicina, quasi un ricamo impalpabile tratteggiato davanti ai nostri occhi.

 

Nel dopopranzo attracchiamo all’altra isola conventuale della laguna:  San Lazzaro degli Armeni, che ospita il monastero dei monaci Mekhitaristi, uno dei primi centri del mondo di cultura armena.

La curiosità nell’entrare in un’enclave armena che occupa l’intero territorio di questa piccola isola a due passi dal lido di Venezia è tanta.

Io so pochissimo del popolo degli Armeni, sparsi per il mondo dopo le persecuzioni che hanno subito nei secoli in patria soprattutto sotto il dominio ottomano. La fonte di quel che è stato il genocidio  che li ha colpiti all’inizio del XX secolo  è stato per me il romanzo storico di Franz Werfel  I QUARANTA GIORNI DEL MUSSA DAGH, che racconta la tragedia di pulizia etnica di  cui sono stati vittime gli Armeni durante la prima guerra mondiale. A nord-ovest della Siria ottomana gli abitanti dei villaggi raggruppati ai fianchi del Mussa Dagh (“la  Montagna di Mosè”) decisero di sottrarsi alla deportazione e si rifugiarono sulla montagna, in prossimità del Mediterraneo, nella speranza che qualche nave francese o inglese, facente rotta al largo di Alessandretta, li avvistasse e li soccorresse. Di fatto così avverrà, ma dopo quaranta giorni di inenarrabili fatiche e sofferenze. Quella montagna, nel cui pendio “ è incavato largo un canalone ripido che conduce fino alla vetta. La chiamano la gola dei lecci…..Le due cime meridionali s’innalzano fino a 800  metri.  Costituiscono le ultime elevazioni del massiccio, che poi repentinamente e disordinatamente precipita con giganteschi dirupi, come spaccato, nella pianura dell’Oronte.”, ha accolto ed è stato un riparo per gli abitanti dei sette villaggi che hanno opposto una strenua resistenza a chi voleva il loro annientamento.

 

L’isola di San Lazzaro, che abbiamo visitato nella Laguna veneta, è stata a sua volta un rifugio per un piccolo gruppo di Armeni che alcuni secoli fa dovettero allontanarsi dalla madre patria perché braccati e perseguitati per motivi religiosi. Il monaco benedettino armeno Mechitar, dopo varie peregrinazioni, conobbe e fu invitato  a Venezia dal nobile veneziano Alvise Sebastiano Mocenigo, che poi divenne doge e gli donò l’isola di San Lazzaro. Qui nel 1717 prese vita il monastero che tutt’oggi ospita 12 monaci impegnati a raccogliere opere, a mantenere alta e a diffondere la cultura e la storia del popolo armeno.

 

Il pomeriggio avanza e la nostra navigazione ci porta all’isola di Torcello, che costituisce quasi un ritorno alle origini. Qui infatti sorse il primo nucleo abitativo per le genti che trovarono riparo dalle invasioni barbariche del VI secolo. Percorrere il lungo viale che costeggia il rio principale dà la sensazione di inoltrarsi in un paesaggio fermo a molti secoli fa. Ci si imbatte nel famoso Ponte del Diavolo che la leggenda vuole essere stato costruito in una sola notte dal diavolo in persona per vincere una scommessa. Ad avvalorare la credenza popolare il ponte manca di “spallette”, come se fosse stato costruito in gran fretta e poi abbandonato.

La strada sterrata, che penetra verso l’interno dell’isola, porta direttamente nella piazza dove salta subito all’occhio un trono di marmo posto al centro dell’area davanti alla Chiesa: il Trono di Attila, re degli Unni che parrebbe averlo usato dopo aver invaso Torcello assieme alle altre terre della sua conquista. Anche questa sembra essere una leggenda perché, probabilmente, Attila a Torcello non arrivò mai essendosi fermato ad Aquileia. Rimane comunque il fascino di un luogo e di uno scranno attribuito ad un personaggio così oscuramente famoso. Naturalmente io stessa ho provato l’ebbrezza di una seduta nel nobile seggio. (pare porti fortuna!)

Attorno a questo spazio erboso pochi edifici e alcune rovine rimandano ad una città scomparsa.

Il gioiello dell’isola è sicuramente la Basilica di Santa Maria Assunta, significativo esempio dello stile veneto-bizantino. Di questa chiesa rimane il ricordo di un grande mosaico del Giudizio Universale nella controfacciata.

 

Un velo di malinconia è il segnale di una giornata di bellezza e di festa che sta per finire.

Nel tragitto di ritorno la magia della laguna ci cattura ancora una volta nel momento in cui al  luminoso tondo del sole al tramonto fa da contraltare il pallido cerchio della bianca luna che compare ad oriente. E’ la visione di un attimo, sole e luna  visibili, grandi uguali e opposti.  Gli occhi e l’animo si riempiono di meraviglia.

Subito dopo il rosso al tramonto si intreccia con la vegetazione ormai scura delle isolette e delle barene e sembra infuocarle prima di sparire.

 

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