Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Il viaggio a cui torno spesso è una strada, il tempo di guida che separa Torino da un paese delle Langhe: Càstino, con l’accento sulla a, terzultima sillaba, parola sdrucciola (per la prima volta penso che anche sdrucciola è una parola sdrucciola – e il suono di questa parola è bellissimo, canta nella bocca).

Non sapevo nulla delle Langhe, fino a quando non ebbi una classe di bambini a Nichelino (altro nome dal suono piacevole – un nichelino, una roba da niente) e l’assessore alla cultura di allora, davvero illuminato per i tempi, fece un accordo con un paesino dell’alta langa, Bergolo. Le mie colleghe e io andammo lassù, quando ancora non erano abituali le gite scolastiche, con le nostre quattro classi: cento bambini di quinta elementare, di cui due con handicap grave.

Dovevamo fermarci un’intera settimana. Ma la bambina con handicap della mia classe stette male e non ce la sentimmo di tenerla lì. Dopo due giorni, chiamata un’ambulanza, la riportammo a casa, anzi, la riportai a casa: ero la sua maestra e toccò a me accompagnarla. Debora era molto infelice di lasciare i suoi compagni e di tornare a Nichelino e quel viaggio in ambulanza mi sembrò ancora più lungo dell’andata. Lasciata la bambina ai genitori ritornammo subito indietro e l’autista, forse preso a pietà per il mio pallore, per l’ansia e la stanchezza che mi avevano presa, si fermò ad offrirmi un caffè dalle parti di Poirino.

Ancora adesso, ogni volta che percorro la statale 29, passando davanti a quel locale che ancora esiste, ricordo quell’episodio e quel tempo della vita in cui eravamo giovani maestre, incuranti delle difficoltà e contente del nostro mestiere.

Per andare a Bergolo si passa da Castino, ma allora non ci feci caso.

Tra Torino e Castino ci sono circa 80 km: difficilmente ci si impiega meno di due ore a percorrerli, anche evitando di attraversare Trofarello passando in regione Sanda Vado’, periferia orribile di Moncalieri in cui hanno trovato spazio i grandi magazzini (Mondo Convenienza, …., ).

L’unica cosa bella di questo tratto di strada – ma solo se la percorri tornando a Torino – è la visuale meravigliosa delle montagne, con il Monviso che si staglia in primo piano, tanto che si riesce a contemplare, nelle giornate migliori, la catena alpina fino al Monte Rosa, semicerchio perfetto che dà senso al nome del Piemonte (appunto, ai piedi del monte).

Niente di interessante da Trofarello a Pralormo, se non i miei ricordi, che riaffiorano a ogni curva. Quando ero giovane si andava a Valle Sauglio, in un’osteria allora famosa. Una volta ci andai in sella a una grande moto, con un fidanzato che non c’è più. Erano i tempi del giro di Moncalieri, del circolo Da Giau, di Sandro che si è perso chissà dove, di Chiara che mi faceva impazzire con le sue mattane e le lenti che perdeva nei posti più impensati.

Ad un certo punto, nel vuoto di edifici “civili” e nel pieno di magazzini e piccole industrie, senti l’odore inconfondibile del caffè: c’è la fabbrica del caffè Vergnano; a me fa venire in mente soprattutto mio papà che, ogni volta che passavamo di lì, ripeteva che i Vergnano erano seri, pagavano subito la merce e i trasporti. Adesso che sono anch’io in pensione so quanto siano importanti questi ricordi che ti legano al mondo in cui hai lavorato, quasi dessero un senso a quello che hai fatto, a quello che sei stato.

Dentro Pralormo non passi e intravedi il castello alla tua sinistra. A destra vai verso Carmagnola, ma poco più avanti c’è un altro bivio, per me molto più importante. Se lo sai, giri di lì per andare verso Santo Stefano Roero, senza passare da Canale. Il Roero per me è la terra dell’Arneis, andavo a Santo Stefano con Rosa a comprarlo da amici di suo padre.

Adoro l’Arneis, che è un vino bianco fruttato ma fermo, che si porta dietro il colore del grano e della terra brusca da cui viene. Ero molto orgogliosa di quegli acquisti, da contadini che credevano nella campagna e ti offrivano sempre grissini e salame per farti assaggiare il loro vino.

Fui molto gratificata quella volta che Francesco, con tutta la sua spocchia, mise in dubbio l’unicità del mio Arneis, ma poi lo assaggiò, fresco al punto giusto, e la sorpresa gli si lesse negli occhi.

Peccato che anche quelle amicizie non ci siano più e non me la sia più sentita di andare a comprare l’Arneis nel Roero. Certe cose si fanno solo con certe persone. Però un Arneis così buono non l’ho più assaggiato.

Dopo Pralormo c’è un lungo tratto che porta finalmente alle Langhe. Una volta si passava dal centro di Monteu Roero: è un tratto stretto e a volte devi fermarti per far passare un camion, ma subito dopo il paese il paesaggio è straordinario: ecco le colline, in tutta la loro opulenza di viti, di verde, di giallo. Anche oggi ci si arriva, ma la tangenziale e i tunnel che attraversi rendono un po’ meno suggestivo il percorso.

Le Langhe, posto magico, oggi patrimonio dell’umanità. Ma un tempo povere e dure, come Pavese e Fenoglio ci hanno raccontato. Eppure è diverso leggere dei posti e vederli con i tuoi occhi, immaginarli e ammirarli con i tuoi sensi. Non è la stessa cosa. Come vedere Zabrinsky Point nel film di Antonioni e poi trovarti nella Death Valley per davvero.

Le Langhe sono le curve delle colline, la strada che continuamente svolta a destra e poi a sinistra, si insinua nel territorio e ne diventa parte, e quando guidi ti sembra di conquistare il paesaggio, con la stessa sensualità di come conquisti un amore. Sarà per questo che amo questa strada, perché in fondo è stata, ed è, una promessa d’amore possibile, di quel che viene prima e di quel che viene dopo.

E prima riemergono i ricordi, o i rimandi a qualcosa di letto, vissuto, guardato.

Si arriva ad Alba velocemente, poi si continua verso frazione Ricca. In un punto preciso, dopo l’incrocio dove si svolterebbe verso Ceva, e dove adesso c’è una rotonda, sempre quando passo rivedo la scena di quel novembre del 1994: era piovuto in un modo così brutale che il terreno aveva ceduto. Fu la devastazione di un tratto del territorio. Il Tanaro era esondato e c’era pericolo ovunque. Ma la Protezione Civile e tutto il gran meccanismo di oggi non esisteva ancora, non c’era coordinamento nei soccorsi e in giro c’erano soprattutto i militari che erano stati mandati a cercare di dare una mano alla gente. Io venivo da Torino e dovevo assolutamente arrivare a Castino. Non era una grande idea, la strada era veramente pericolosa perché ovunque c’era possibilità di frane o inondazioni. Ma io dovevo andare. D. mi aspettava. Era il sindaco del paese, nonostante la sua giovane età, e sapevo che era in difficoltà. Fino a Racca non avevo trovato quasi nessuno per strada, ma lì mi fermò un giovane carabiniere che mi guardò stralunato dicendomi che non si poteva passare. Gli dissi che dovevo andare dal sindaco di Castino, ma non c’erano cellulari e fui costretta a dargli il numero del Comune per avere una conferma di quello che dicevo. Mi fece passare. Arrivai e Castino e il giorno dopo tornai a Torino girando per Mango e poi per Neive, per strade davvero mal messe, e con una certa paura.

Da Racca fino a Manera la strada sale e le curve sono bellissime. Al bivio in alto da una parte vai a Benevello, dall’altra prosegui verso Castino.

Benevello, abbiamo fatto in bici un paio di volte quella strada, con Mariella che va come un treno. Noi dietro a faticare, molto più lenti.

A Borgomale ci ho portato a mangiare Rita, dentro il castello. Un altro castello, un altro nome strano.

Borgomale, un borgo nato male? Dentro il castello il ristorante si chiama “Il crutin “. La mia amica langarola mi ha spiegato, andando per vigne, che il crutin è quella zona della vigna che viene coperta da una piccola costruzione e dentro ci si trova l’acqua perché c’è un pozzo.

Qualche volta mi è capitato di vendemmiare, nelle vigne di Olga. L’esperienza è intensa: staccare l’uva dal tralcio è come prendere un dono del cielo, accettare dalla terra un prodigio. Le vigne qui sono basse, così diverse da quelle del Veneto in cui sono nata e dove passavo le estati. A casa dello zio Berto la vigna era alta, ci si andava sotto con un carro per poter staccare l’uva. E lo zio si raccomandava che togliessimo tutti gli acini guasti, altrimenti il vino sarebbe diventato meno buono!

E ancora una vendemmia è uno dei miei ricordi più vivi. Nel meridione, dopo Taranto, nella bellissima casa dove vivevano Daniela e Franco, a due passi dal mare. La vendemmia, di un’uva quasi appassita dal sole, fu un gioco divertente, ma la meraviglia arrivò al momento di pigiarla, nella grande vasca dove il padre di Franco l’aveva fatta mettere. La pigiammo con i piedi, immergendoci fino alle ginocchia in quel mare rosso e spesso! Sempre, da quel giorno, il padre di Franco si ricordò di me, e io di lui e della gioia di quel mosto che sembrava essere stato creato dalla nostra fatica.

Da Borgomale si scende fino al bivio di Campetto, a sinistra si va verso Santo Stefano, a destra verso Niella. Dove facemmo una bellissima passeggiata l’unica volta che riuscimmo a trascinare qui Mattia e Fiorenza, che pure tanto erano, e sono, affezionati a questi posti.

Poi ecco, finalmente la strada risale, è il tratto che preferisco: le colline intorno si fanno alte, le vigne sembrano abbarbicate alla terra. Il Belbo ha scavato il terreno e in certi punti, con le dovute differenze, ti immagini il Gran Canyon.

La Langa si fa dura e severa, ma allo stesso tempo promettente; un amante che ti aspetta al varco, sornione, apparentemente indifferente, eppure attento e vitale, pronto ad accogliere o anche a negare, a seconda delle ombre e dei presagi. Il Monviso si staglia all’orizzonte, ma solo quando l’atmosfera è abbastanza limpida. Non saremo mica sabaudi per niente!

Castino ti accoglie con discrezione e opulenza segreta. La chiesa più importante ha la facciata rivolta al contrario – così sembra – rispetto all’idea che ti fai. La facciata della chiesa è rivolta all’antico monastero, non al centro del paese. Qual è il punto che sostiene il potere? Quello apparente, del municipio, della piazza che aggrega i contadini? O quello che la religione considera reale? Il luogo in cui le monache (femmine – lo sanno tutti che in fondo il potere vero passa dalle femmine) pregano e intessono le reti che gestiscono davvero il potere?

Anche a Castino c’è un castello, oggi sistemato a metà da una ristrutturazione che doveva renderlo resort all’ultima moda. Ristrutturazione ferma, naturalmente: quasi una metafora di questi anni faticosi, in cui le buone idee si scontrano con le analisi economiche, impietose e irridenti delle ottime intenzioni non supportate dai soldi.

Ma ci sono anche gli svizzeri e i tedeschi, innamorati dell’Italia come neanche noi siamo capaci di essere.Qualche contadino prova a piantare meli che producono poco, ma di una qualità talmente alta che non puoi scordare. L’unica frutta che riesco a mangiare volentieri è quella di Castino, e quando posso, per quello che sta nelle mie possibilità, invito gli amici a godere di questo panorama, che arriva fino a Bergolo e anche oltre.

Non avrei mai pensato di arrivare qui, ma ci sono. Mia madre diceva che la strada che non pensi di fare prima o poi la devi affrontare di corsa. Forse aveva ragione. Ma io, a differenza di lei, questa strada la percorro volentieri.

 

 

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