Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Sembra che l’autunno con i suoi colori, i suoi silenzi, i suoi incanti, le sue malinconie favorisca e incoraggi letture  di racconti drammatici densi di eventi dolorosi, ma carichi della forza e della vitalità propri dell’universo femminile.

Mi suggerisce questo pensiero la scelta di libri da leggere e da condividere di un gruppo di amiche lettrici che in questi mesi – ottobre e novembre – ha affrontato due romanzi lontani tra di loro, ma in qualche modo riconducibili entrambi ad un denominatore comune: la sofferenza di due donne e la sua elaborazione attraverso modalità complesse, suggestive, creative.

Il primo di questi libri è: ADDIO FANTASMI di Nadia Terranova edito da Einaudi, presente nella cinquina selezionata al Premio Strega 2019.

Ida, la protagonista, torna a Messina, sua città natale,  dopo una lunga assenza da casa, richiamata dalla madre decisa a ristrutturare l’appartamento di famiglia, che vuole mettere in vendita. Riluttante, Ida torna là dove, quando aveva tredici anni, una mattina, suo padre Sebastiano, malato di depressione, “aveva aperto gli occhi alle sei e sedici, le cifre erano rimaste sulla sveglia spenta con un colpo netto, seicentosedici, sei uno, sei”, si era alzato, si era vestito di tutto punto, era uscito di casa ed era scomparso. Da quella mattina  sono passati ventitré anni, il tempo di realizzare una vita con un marito a Roma, di costruire il suo lavoro come scrittrice di racconti radiofonici, per  poi tornare a quella casa in cui l’assenza del padre è la presenza di sempre, che lei ritrova nelle sue fantasie oniriche di notte e di giorno senza avere pace. Lei torna perché la madre, dalla quale la dividono spaventosi silenzi, vuole fare pulizia, vuole svuotare quelle stanze ingombre del passato, piene degli oggetti che non si buttavano mai. “Noi non conservavamo per ricordare, ma per sperare; tutti gli oggetti ricoprivano un ruolo e avviavano un ricatto, e ora sono intorno a me a guardarmi.”

Madre e figlia sono vissute in un’assenza provvisoria, in una fittizia normalità, con un dolore e una rabbia che non hanno trovato sfogo. Il nome del padre, costantemente taciuto, si mescola con ogni azione della loro vita quotidiana, “restava nel piatto della cena, si nascondeva nella frutta decomposta nella credenza”. Il nome di Sebastiano Laquidara, mai pronunciato dalle due donne, scandisce le pagine della prima parte del libro. Altre due parti compongono lo scritto: Il corpo e La voce, scorci sulla sofferenza della protagonista che nella perdita del corpo del padre, sparito nel nulla, svaluta negli anni la sua stessa fisicità, al punto da dirsi che se una cosa è accaduta al corpo “allora non è accaduta davvero”. Nei giorni vissuti a Messina Ida si deve occupare dei lavori di ristrutturazione del terrazzo della casa affacciata su “i terrazzi degli altri edifici, vecchie antenne, stendini con lenzuola appese, nuvole stiracchiate fino a sfilacciarsi, l’archeologia di navi arenate nel porto, il porto militare raggomitolato su sé stesso e diffidente come una roncola, i profili uguali a com’erano sempre stati: sbiaditi, sonnolenti, distanti.”

Sospesa tra gli aspetti concreti del quotidiano di cui si deve occupare e il fantasma del padre che non è in nessun luogo, a Messina conosce ed ascolta la voce di  Nikos, carico di un dolore insanabile per aver involontariamente causato la morte  della ragazza che amava e che ora deciderà di mettere fine alla sua vita. Ritrova la migliore amica della sua giovinezza, Sara, di cui non ha saputo all’epoca dare ascolto alla sofferenza per la decisione di abortire e con la quale non trova più possibilità di dialogo.

Proprio nella sua città,  Ida, assediata dalla casa dell’infanzia con i suoi fantasmi, deve trovare un modo per spezzare quella sorta di incantesimo che l’avvolge e consentire al padre di uscire di scena.

Le saranno di aiuto una piccola scatola di ferro rossa scovata nel fondo di un cassetto, quasi un oggetto magico per il quale ha trovato la forza di tornare sull’isola attraversando mezza Italia,  e il paesaggio della sua città natale, anzi il percorso sullo stretto che separa e congiunge Messina e Reggio Calabria, che la fa sentire  “come una dea bifronte, tra l’isola e la terraferma”. Al  ritorno verso la riva,”in piedi sulla nave in mezzo alla gente che non la vede perché china su un telefono o distratta” troverà finalmente la forza e la capacità di ridere e di porre fine a un’epoca che si allontana nel rumore del mare.

 

Dopo aver commentato e discusso, mettendo a nudo fatiche di lettura e apprezzamenti sull’intensità della scrittura di ADDIO FANTASMI, le mie amiche lettrici hanno scelto di condividere un altro libro da poco comparso sulla scena del panorama editoriale : CAMBIARE L’ACQUA AI FIORI di Valérie Perrin edito da e/o.

Lasciamo alle spalle i gorghi tra Scilla e Cariddi, abbandoniamo la città affacciata sul mare per entrare nella provincia francese, in particolare in un paesino della Borgogna: Brancion-en-Chalon, dove c’è un piccolo cimitero, curato come un giardino dalla sua guardiana, Violette Trenet, sposata Toussaint, donna dalle mille sfaccettature a cominciare dal suo nome.

“Ho cominciato malissimo. Sono nata con un parto in anonimato nelle Ardenne. (…..) Il giorno in cui sono venuta al mondo non ho pianto.(…..) Nata morta. Bambina senza vita e senza cognome.

L’ostetrica doveva trovarmi in fretta un nome da scrivere sul modulo, e ha scelto Violette. Immagino che fossi viola dalla testa ai piedi.” Sembra che anche il cognome sia stata la stessa ostetrica a trovarglielo. Amava le canzoni del cantautore Charles Trenet e, così, la bambina si chiamò Violette Trenet. Il libro vedrà qua e là comparire versi e richiami di motivi della chanson française e le stesse lettrici hanno introdotto il loro incontro di lettura con le note di Boum , celebre, gioiosa canzone di Trenet. Violette nel corso della vita si chiamerà anche Toussaint, cognome dell’uomo che sposerà molto presto, dopo una conoscenza appassionata in discoteca, al Tibourin, e da cui avrà una bambina Léonine.

Il personaggio di Violette è molto complesso. E’ una donna che vive ascoltando gli altri, capace di accogliere e comprendere, lieve e poco appariscente. Qualcuno l’ha avvicinata a Renée, la protagonista dell’Eleganza del riccio di Muriel Barbery.  Questa sua apparenza piuttosto sciatta maschera una grande personalità e soprattutto cela il tormento che nasconde un segreto che si scoprirà a suo tempo, dopo la comparsa di un poliziotto marsigliese venuto nel piccolo cimitero per conoscere l’identità dell’uomo accanto a cui la madre, con un ultimo desiderio espresso in uno scritto, ha chiesto di essere sepolta.

Da quel momento la leggerezza che accompagna la narrazione cambia registro rivelando al lettore la drammaticità di alcuni eventi che hanno segnato per sempre la vita di Violette. “Parlo da sola. Parlo ai morti, ai gatti, alle lucertole, ai fiori, a Dio (non sempre gentilmente). Parlo a me stessa, mi interrogo, mi chiamo, mi faccio coraggio.”

Nelle 500 pagine del romanzo si  compone un continuo rimando tra passato e presente, si intesse un intreccio di legami tra vivi e morti rivelando storie e scoprendone luci e ombre. Violette è una guardiana attenta e scrupolosa. Conserva e aggiorna un quaderno in cui annota ogni dettaglio di ogni sepoltura per offrire a parenti e amici dei defunti ricordi e pensieri su cui riflettere.

Ogni capitolo è introdotto da un’epigrafe funeraria che crea un sottile  filo di raccordo con chi non è più tra i vivi. Apro il libro a caso: “Mancherà sempre qualcuno per far sorridere la mia vita:tu”, “Nascondeva le lacrime, ma condivideva i sorrisi”, “Nel tempo che collega cielo e terra si nasconde il mistero più bello”………

Anche Violette porta in sé il peso di una scomparsa, la scomparsa della figlia bambina di sette anni, partita con delle coetanee per un campeggio estivo in un castello e non più tornata. E in qualche modo lenisce il suo dolore con la cura che pone in quel piccolo cimitero di provincia trasformandolo in un accogliente luogo di incontro anche per i vivi.

Nel leggere queste pagine mi è tornato in mente un piccolo gradevole cimitero visitato qualche anno fa durante un viaggio in Romania, nei Maramures: l’ “allegro cimitero” di Sapanta, coloratissimo, dove ogni lapide, scolpita in legno e decorata con vivaci colori, rappresenta il mestiere svolto in vita dal defunto, creando in questo modo una relazione diretta tra i morti e i vivi con la ricostruzione semplice e gioiosa del vivere quotidiano della gente di quel paese.

La storia di Violette e del cimitero di Brancion-en-Chalon  è narrata dalla mano di una scrittrice francese e a quel mondo la sua scrittura appartiene. Valérie Perrin è una fotografa di scena di talento, oltre ad essere la moglie del famoso regista Claude Lelouche, e lo sguardo che sa fissare la giusta inquadratura si coglie nel procedere del racconto.  La straordinaria capacità psicologica con la quale ha saputo raccontare la protagonista del suo romanzo le ha aggiudicato nel 2018 il Prix de la Presse con la seguente motivazione: “Un romanzo sensibile, un libro che vi porta dalle lacrime alle risate con personaggi divertenti e commoventi.”

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