Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Oltre a non saper nuotare, come ho già dichiarato in precedenza, io non so neppure l’inglese. Quindi non sono attrezzata per stare in questo mondo sempre più anglofono.

Per più di cinquant’anni la lingua inglese ed io ci siamo ignorate con reciproca sincera indifferenza. Nelle scuole medie e superiori degli anni Sessanta  si studiava  il francese, la lingua dei nostri vicini, dei  Savoia, neolatina come l’italiano, così simile al piemontese che ti sembrava di saperla già un po’ (per quanto poi…).  Fu con la scuola media unica che cominciò poco per volta a far capolino lo studio della lingua inglese, ma mancavano i professori e ci volle del  tempo perché prendesse il primato che ha ora in ogni tipo di scuola.

Oddio, studiando Lettere, sapevo benissimo che i nostri più grandi scrittori piemontesi, Pavese e Fenoglio, erano stati dei formidabili cultori della lingua inglese, che l’uno aveva fatto splendide traduzioni e l’altro addirittura pensava in inglese, ma che ci vuole a evitare il confronto con termini di paragone così alti rispetto a me?

Oddio c’erano i Beatles, lo so e li ascoltavo, ma mi bastavano le due/tre parole dei titoli, Girl, Yesterday, Let it be per far passare la loro melodia, e poi erano in degna compagnia dei più nostrani Morandi e Battisti che riempivano ugualmente la mia giovane anima di pensieri e parole e melodia .

Insomma vivevo la mia ignoranza felice e con tranquilla coscienza .

Ma un bel giorno la lettura di  un innocuo racconto autobiografico venne ad incrinarla. Lessi Vestivamo alla marinara di Susanna Agnelli, la pupilla dei  reali piemontesi della Fiat. Susanna racconta la severa educazione imposta dai genitori a lei e i suoi fratelli, affidati fin da piccolissimi all’istitutrice inglese Miss Parker che si rivolgeva loro esclusivamente nella sua lingua madre. Il risultato fu  di sicuro eccellente perché Susanna, forse senza neppure accorgersi, farcisce il suo racconto di vocaboli ed espressioni inglesi senza traduzione.

Il libro mi piaceva e desideravo procedere nella lettura ma come oggetti d’inciampo quelle parole inglesi cominciarono a darmi il tormento: un po’ le cercavo sul vocabolario, un po’ me le spiegavo col contesto, un po’ le riconoscevo perché si ripetevano: e però nel frattempo una crepa si veniva formando nella mia liscia coscienza. L’inglese cominciava ad interpellarmi e a fiorirmi intorno:  nella pubblicità, sulle magliette, nello sport, sulle insegne dei negozi, nei libretti delle istruzioni.  Un’invasione! Destinata ad aumentare giorno dopo giorno fino ad oggi e, credo, a continuare.

Una volta,  sull’autobus 18, mi sono presa il piacere di annotare tutte le insegne in inglese che costellano il percorso da casa mia al centro.  Ebbene ne ho contate più di 50, alcune così comuni ormai da non essere neanche più avvertite come straniere, come i vari Minimarket-Shop-Store-Outlet ; altre molto divertenti in un inglese maccheronico o misto  tipo New cacio§pepe- Otello’s pizza-Toast amore, Skyline restauri, la stessa Eataly. Molte stanno a indicare le tipologie di negozi di ultima generazione come le rivendite di sigarette elettroniche The vaping company, o di centri benessere e cura della persona Beauty store – Nail armonie -Ipersoap – Fashion – Creativeness…

Non potevo più opporre resistenza e, appena andata in pensione, mi sono iscritta al corso serale di inglese dell’Università Popolare  di Torino che ha sede a Palazzo Campana in via Carlo Alberto. Un’ora e mezza alla settimana,  più di cento studenti  nell’antica aula magna a gradini. Ho confuso la mia ignoranza nella massa e mi sono seduta all’ultimo gradino, quello più in alto dove il professore mai sarebbe arrivato ad interrogare.  Il primo anno ho solo preso un po’ di confidenza. A casa studiavo i vocaboli, le coniugazioni, ma era uno studio arido e duro. Non dico quante volte ho dovuto ripetere i giorni della settimana, un incubo!

Il secondo anno mi sono promossa e data il permesso di sedermi qualche gradino più in giù. Andare a scuola per me è sempre stato bello: qualunque sia l’età degli studenti le dinamiche sono quelle: si fa chiasso quando non c’è l’insegnante, durante la lezione c’è sempre il simpatico, quello che si mette in mostra,c’è la perorazione collettiva per lo sconto sui compiti, emergono le domande furbe e quelle tanto stupide che ti vergogni  per chi le ha fatte e via di seguito.  Il nostro bravissimo e giovane docente sapeva benissimo tenere il suo posto e riusciva anche a farci fare una dictation alla settimana, ma eravamo in troppi e io avevo ora un po’ più di confidenza con la lingua scritta ma non sapevo spiaccicare una parola: ho cercato una classe più piccola.

Le biblioteche di Torino offrono un servizio bellissimo, quello del volontariato “senior civico”. Chi sa una cosa la insegna a chi la vuole imparare. E’ un principio di scambio che non smette di meravigliarmi per la sua semplicità ed efficacia. Basta cercare le offerte sul sito o sui libretti cartacei mensili delle biblioteche comunali, individuare tra le 16 sedi  sparse in ogni quartiere i corsi che interessano e recarsi a frequentarli senza pagare una lira! Se si sta assenti non ci si deve neppure giustificare! L’unica condizione richiesta dalla biblioteca è che il corso abbia un numero sufficiente di persone frequentanti.

Così da alcuni anni mi reco ogni venerdì  mattina alla biblioteca civica Cesare Pavese di via Candiolo dove un bravo e paziente volontario vissuto molti anni negli Stati Uniti cerca di  far passare a me e ad altri over 60 un po’ della sua invidiata padronanza dell’inglese. Con quali risultati? Ora leggo e capisco abbastanza un testo scritto, faccio sufficientemente bene un dettato, ma la comprensione del parlato è ancora  un disastro.

Quando ascolto l’inglese del  nostro docente o una canzone o un dialogo su YouTube nella mia mente si forma uno strato spesso di nebbia bianca da cui emergono come punte di alberi o di campanili poche e sparute parole che riesco ogni tanto a comprendere senza che però si uniscano a formare tra di loro una connessione di senso. E allora penso, con tutta la retrocompassione possibile, ai miei piccoli alunni delle elementari di tanti anni fa. Da giovane maestra  entusiasta dei metodi nuovi e scientifici, insegnavo loro a leggere e a scrivere col metodo globale: non le lettere, le sillabe, le parole e le frasi secondo un normale ordine di progressione dal semplice al complesso. No, esattamente il contrario. Dalla frase alla lettera, per assecondare il funzionamento della mente infantile che va dal globale al particolare, dicevano i teorici del metodo.   Ecco ho immaginato che la stessa nebbia bianca e spessa con  effetto spaesante si formasse  nella loro testolina quando chiedevo di leggere una frase intera  senza che neppure sapessero riconoscere una lettere dell’alfabeto! E vorrei chiedere loro scusa, ma vai a pescarli ora che sono nel mondo con i loro splendidi 40 anni! E poi mi consolo:  tutti hanno imparato a leggere e scrivere e molti di loro vi hanno anche preso gusto: dunque un po’ di speranza c’è, anche per me.

 

 

 

 

 

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