Prime dieci pagine
Silvano Prevosto

Sua Maestà il Leone è protagonista di molte favole, miti e leggende, ma anche nella storia, non solo come animale, ma anche e soprattutto come metàfora.
Una favola, quella del leone e del topo riconoscente, risale all’Antico Egitto, appare in demotico del Nuovo regno (ma è frutto di antica tradizione orale) ed è ripresa da Esopo (VI sec. A. C.): un topolino catturato da un leone, gli chiese di risparmiargli la vita, offrendogli in cambio la sua amicizia; fu esaudito. A sua volta il leone fu catturato in una trappola da un cacciatore e legato ad un albero. Il topolino, avvicinatosi di soppiatto, rose le corde e gli restituì la libertà.
Parla del leone anche Il Mito dell’Occhio del Sole, d’epoca egizia post-tolemaica (II secolo d.C. circa); la raccolta su papiro è conservata nel Museo di Leida, e reca racconti destinati a placare la dea Occhio del Sole, raffigurata come Gatta etiopica ma identificabile con Tefnut, Bastet e altre forme mitiche che fondono varie culture antiche: un racconto parla di un leone che si adira al vedere animali asserviti dall’uomo: un leopardo spelacchiato e scorticato, il cavallo e l’asino imbrigliati, il toro e la vacca scornati, l’orso sdentato e privo di unghie, un altro leone intrappolato.
Eliano (scrittore greco, Preneste, 165/170 circa – 235), scrisse storie di animali desunte da fonti orali o da Plinio il Vecchio ecc.) e Aulo Gellio (Roma, 125 circa – 180 circa, autore delle “Noctes Atticae”) raccontano entrambi la leggenda di “Androclo e il leone”, ripresa poi da George Bernard Shaw e, in TV, ricordata da Andrea Camilleri in “Come voleva la prassi” del 2017. Lo schiavo Androclo, fuggito da Forum Corneli (oggi Imola), e rifugiatosi in una caverna in Africa, vi trovò un leone con una zampa ferita da una spina, che Androclo estrasse, curando poi la ferita; vissero da buoni amici, ma poi lo schiavo, stanco della vita selvaggia, si fece catturare dai soldati romani, fu rimpatriato e condannato al supplizio ad bestias e nell’arena si trovò di fronte il suo amico leone, il quale riconobbe Androclo e non gli fece alcun male. L’imperatore graziò pertanto Androclo e liberò il leone, e i due passeggiarono, ammirati da tutti, per le vie di Roma.
Giovanni Mosco ¹ nel suo “Prato spirituale” riporta una storia da “Il Paradiso dei Padri” : un vecchio si rifugiò dalla gran calura in una grotta presso il Giordano; vi trovò un leone irritato e minaccioso e gli disse: “Qui c’è spazio per me e per te. Se non desideri sopportarmi, alzati e vattene!”. Il leone se ne andò.
E riferisce che Abba Agatonico, sceso a Ruba per visitare Abba Poemon il brucatore (che viveva cioè come tanti altri asceti solo di erba e radici), fu invitato da quel brucatore, che, essendosi fatto tardi, lo convinse a pernottare in una grotta non lontana da quella in cui viveva lui; era pieno inverno, e, benché vestito, il buon Agatonico stava congelando; al mattino il brucatore, nudo come un verme (sempre per ascesi e penitenza!) lo raggiunse; Agatonico gli chiese se lui non avesse sentito freddo nella notte; il brucatore gli rispose: “Un leone venne e si sdraiò al mio fianco; mi tenne caldo”.
La fratellanza paradisiaca tra monaci e belve è vagheggiata anche da un’altra leggenda riferita sempre dal buon Mosco: San Gerasimo, passeggiando lungo il Santo fiume Giordano, incontrò un leone che ruggiva dal dolore per una freccia conficcata in una zampa; supplicato dalla belva, Gerasimo si sedette, afferrò la zampa del felino, la incise, e ne estrasse la freccia, con abbondante fuoruscita di pus; ripulì la ferita e la fasciò; il leone lo seguì come un discepolo, gli fu dato il nome di Giordane, e fu nutrito, ovviamente – da quegli impenitenti vegetariani – con pane e verdure bollite. Il monastero era a due chilometri dal Giordano, e l’acqua attinta dal fiume veniva caricata su un asino, il quale, per il pascolo, fu affidato al leone; un giorno l’asino si allontanò troppo, fu prelevato da un cammelliere arabo che passava di là e il leone, tornato alla lavra (monastero) senza di lui, fu costretto dai monaci, persuasi che il leone avesse divorato l’asino, a farsi portatore al posto del somaro: ogni giorno doveva caricarsi una bisaccia con quattro pesanti vasi di terracotta pieni d’acqua. Mesi dopo, il cammelliere che s’era appropriato dell’asino, recandosi con i suoi cammelli e con l’asino carichi di grano a Gerusalemme, ripassò presso il Giordano e imbattutosi nel leone, se la diede a gambe levate, abbandonando asino e cammelli. Il leone, riconosciuto l’asino che gli era stato affidato, gli prese la cavezza in bocca e, intanto che c’era, da quel guardiano di bestiame in cui l’avevano trasformato, aggregò anche i cammelli e ruggendo di gioia condusse tutti ad Abba Gerasimo, che fino alla morte tenne al suo fianco il leone che era stato falsamente accusato. Quando Gerasimo fu seppellito, il leone non c’era; tornato, andava cercando l’anziano Gerasimo, ruggendo e lamentandosi; lo accarezzarono sulla criniera, Abba Sabbazio lo accompagnò dov’era la tomba di Gerasimo, a mezzo miglio dalla chiesa e s’inginocchiò: il leone si mise a battere la testa contro la terra e a ruggire, di colpo si arrovesciò e morì sulla tomba dell’anziano” ² .
La cosa curiosa è che questa leggenda del leone di San Gerasimo fu per errore trasmessa dalla tradizione come se quel leone fosse l’animale di compagnia del molto più famoso San Girolamo (Stridone, 347 – Betlemme 419/420), dotto cardinale e studioso, traduttore della Bibbia in latino (la celeberrima “Vulgata”) il quale è tradizionalmente raffigurato nel suo scrittoio, bardato da cardinale con porpora e galèro, oppure seminudo in una grotta in compagnia di un teschio, di un libro e molto spesso anche di un sornione leone del deserto. In effetti, deluso dalle inimicizie che erano sorte fra gli asceti di Aquileia, a un certo punto della sua lunga errabonda vita partì per l’Oriente, Girolamo si era ritirato nel deserto della Calcide, ove rimase un paio d’anni (375 – 376 d. C.) vivendo una dura vita di anacoreta e, dicono, colpendosi il petto con un sasso per espiare i suoi peccati; forse fu in quel periodo di furori ascetici che tuonò contro la moda pagana di fare il bagno: “Chi si è bagnato in Cristo [con il Battesimo] non ha bisogno di un secondo bagno.” ³. Comunque, nulla autorizza a pensare che San Girolamo s’accompagnasse a un leone!
A proposito del “leone del deserto”, mi si consenta, data l’attuale tragica attualità della Libia, una digressione contro l’imperialismo colonialista italiano, menzionando un film USA del 1981, presentato a Cannes e distribuito in Europa, ma proibito in Italia dal Ministero degli Esteri quando Andreotti era il Presidente del Consiglio, e dunque visto clandestinamente da pochissimi (e purtroppo non da me) in versione originale e senza sottotitoli: The Lion Of The Desert, con attori di primissimo piano, come Anthony Quinn, Rod Steiger, John Gielgud, Oliver Reed, Irene Papas. Classica produzione internazionale ad alto budget tipica degli anni Settanta, il film venne finanziato con capitali americani e, parzialmente, da Gheddafi, che pretese anche l’inclusione di alcune sequenze. Parla dell’occupazione italiana della Libia, la “quarta sponda”, il “posto al sole” che pretendeva Mussolini (impersonato da Rod Steiger); e della strenua resistenza che le tribù beduine opposero all’esercito italiano del generale Graziani (Oliver Reed). Eroe e protagonista del film è Omar el-Mukhtār (Anthony Quinn), soprannominato “il leone del deserto”, un anziano maestro di scuola elementare che dimostrò doti inaspettate di strategia militare.

¹ Giovanni Mosco (Bisanzio, 550 – 619)  scrisse una Vita di Giovanni l’Elemosiniere e il Prato Spirituale, raccolta di circa 350 aneddoti e massime dei monaci del deserto che ebbe grande diffusione durante il tardo Medioevo, come dimostra il fatto che fu tradotta in latino da Ambrogio Traversari e in italiano da Feo Belcari.
² Riportato in William Dalrymple, Dalla montagna sacra. Bur Saggi 2002, p. 239-240.
³ Un passo abbastanza oscuro dei Vangeli (Ioann., XIII, 10 “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi [La Bible de Jérusalem mette in nota come Add. (aggiunta): se non i piedi], ed è tutto puro”), può aver indotto, non si sa come, certe forme di cosiddetta ascesi, certo ampiamente leggendarie, ma testimoniate per scritto!. Il timorato presbitero Isidoro non fece mai un bagno, fino alla morte (Palladio di Galazia, Storia Lausiaca, 1, 2); il pio diacono Evagrio giunto nel deserto non toccò mai acqua per lavarsi (Pall., St. Laus,. XXXVIII, 12); Santa Melania poteva con compiacimento affermare che in sessant’anni di vita né i suoi piedi, né il suo viso, né alcuna delle sue membra avevano mai toccato acqua (Pall., St. Laus., LV, 2). Altre forme di ascesi: Ammonio soleva applicarsi sulle membra un ferro arroventato Pall., St. Laus. II, 4); il suddetto Evagrio visse per quaranta giorni all’addiaccio pieno di zecche; Pall., St. Laus., 38, 12); Ilarione abitava in una cella di quattro piedi di larghezza e cinque piedi di altezza (Hieronymus, Vita Hilarionis, 4,1); Elpidio per 25 anni prese cibo solo le domeniche e i sabati, e di notte rimaneva in piedi a cantare i salmi (Pall., St. Laus., 48,2). Tommaso Picone, note a: Rutilio Namaziano, Viaggio di ritorno, Como, Edizioni Graficop, p. 131. Un monaco asceta pentito, Gioviniano, inveì contro penitenze e celibato e verginità di Maria, sostenne che bastava la fede senza fanatismi, fece proseliti a Milano, Vercelli e Roma; fu avversato da Girolamo e da Agpstino e fu condannato dal Concilio di Capua nel 391.

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