Prime dieci pagine
Silvano Prevosto

La novella introduttiva del Cunto de li cunti di Giambattista Basile (Giugliano in Campania 1566 – 1632) narra di una certa principessa Zoza che, a dispetto del re di Vallepelosa suo padre, non rideva mai; “quasi fosse un altro Zoroastro o un altro Eraclito”, non usciva dalla sua proterva serietà neanche col rimedio di mastro Grillo, cioè di un medico celebre per aver guarito un’altra principessa facendole fare una gran risata, e nemmeno con l’ erba sardonica (Ranunculus sceleratus) cui anticamente si attribuiva la proprietà di provocare improvvisi spasmi ai muscoli facciali, inducendo il proverbiale riso sardonico.
Ed ecco dunque evidenziato un primo insegnamento: la ragazza che non ride mai non trova facilmente un buon marito. E anche una curiosa malignità contro due grandi filosofi, accreditata, tramite il campano Basile, da lunga tradizione, la quale contiene una morale: sempre guardarsi da colui che non ride mai, fosse pur gran fondatore di religioni o filosofone; ma Zoroastro ed Eraclito non furono i soli bersagli degli scanzonati campani: Luciano De Crescenzo riporta nella sua storia della filosofia l’affermazione di Diogene Laerzio, che nessuno mai avesse visto ridere Aristotele, che pure era, secondo Dante Alighieri, il Maestro di color che sanno.
In effetti ecco una citazione molto significativa da Aristotele: la commedia è l’imitazione di persone che valgono meno, ma non per un vizio qualsiasi, giacchè il ridicolo è una parte del brutto. Il ridicolo, infatti, è un errore o una bruttura che non reca né sofferenza, né danno, proprio come la maschera comica è qualcosa di brutto e stravolto, ma senza sofferenza. (Aristotele, Poetica, Laterza 1998 pag. 11)
Aristotele ammette però un uso moderato del ridere e l’utilità del buon umore (eutrapelia) nei rapporti sociali. Certo, nulla a che vedere con la grande verve comica e satirica di un Aristofane. Notevole su questo argomento è l’opera di un impostore di 2000 anni fa che scrisse, spacciandosi per il grande medico Ippocrate, una serie di finte lettere che ebbero vasta eco nei secoli, ripubblicate da Sellerio (Ippocrate, Sul riso e sulla follìa. Palermo 1991), di cui è da raccomandare la lettura, che anticipa di secoli il movimento ecologista: vi si racconta come il gran Democrito (che intuì l’atomo e il vuoto, e l’infinità dei mondi), si fosse ritirato in solitudine sotto un platano, scrivendo della follìa e di tanto in tanto “ridendo fragorosamente, a farsi beffe di tutto”, tanto che i suoi concittadini, di Abdera (città allora famigerata per la stupidità dei suoi abitanti) chiamarono Ippocrate a guarirlo. Democrito rideva “del mondo intero, malato a sua insaputa” dell’indaffararsi degli uomini per l’oro e per l’argento, che “aprono le vene della terra, spaccano le zolle per arricchirsi”, e “della nostra madre terra” fanno “una terra nemica… si massacrano a vicenda… ”(pp. 63-66).
A favore del ridere liberatorio e contro l’intolleranza, e in difesa del buon Aristotele, Umberto ECO imperniò la vicenda del suo capolavoro, Il nome della rosa, su una teologica avversione al ridere del fanatico monaco Jorge, che aveva addirittura occultato la Poetica di Aristotele nei recessi inaccessibili della Biblioteca abbaziale, diventando un piissimo serial killer per evitare che il riso inquinasse il monastero e l’universo .
Il parum credibile cioè quasi incredibile (per uno come me) fenomeno degli anacoreti che si isolavano nel deserto della Tebaide “al di fuori del riso” rivela, da parte del cristianesimo, una vera demonizzazione del ridere, considerato nemico della meditazione e dell’ascesi; del resto il ridere ha una valenza comunicativa e sociale, e per gli asociali, appunto, c’è poco da ridere; la repulsione al riso regnò anche nei monasteri, come appunto rilevò e rivelò Umberto Eco, suggerita forse anche dal detto tardolatino risus abundat in ore stultorum: “il riso abbonda sulla bocca degli stolti”; volgarmente (e scorrettamente) : “ridi che mamma ha fatto i gnocchi”. *
L’ostilità al riso continuò nella filosofia scolastica e comunque negli ambienti dogmatici, non a torto terrorizzati dal riso dissacrante, quale per esempio esplose dirompente nel sempre godibilissimo “Decamerone” di Giovanni BOCCACCIO e poi nel Rinascimento in Pantagruel (1532) e Gargantua (1534) dell’eccelso Rabelais (che si beccò la condanna ecclesiastica nell’Index Librorum Prohibitorum), nella saggia bonarietà degli Essais di MONTAIGNE ; poi nell’Elogio della follìa di Erasmo da Rotterdam, nel linguaggio maccheronico del Baldus di Teofilo Folengo ecc. Meno teneri con il riso furono Voltaire (il quale pure irrise trionfalmente dogmi ed intolleranze religiose e perfino Giovanna d’Arco), e osserva nel suo Dizionario filosofico che l’uomo è il solo animale che piange e ride, ma che il riso comporta una forma di superiorità e di superbia; Descartes trova che il riso non è che una reazione meccanica di scarso contegno e razionalità nulla. L’eccelso Kant riconobbe al ridere una virtù terapeutica e distingue il riso bonario dal sogghigno di scherno.
Sarebbe davvero interessante esaminare il livello di umorismo, di ironia e di autoironia e la propensione al riso di ognuno dei più famosi personaggi della storia, della filosofia, della letteratura, della politica; potrebbe essere un buon criterio di valutazione, mettendo in guardia da certi solenni moralisti piagnoni.
Vale la pena ricordare qui la frase “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà” a cui è difficile attribuire una paternità certa; forse era un motto anarchico nell’Ottocento, alcuni ritengono di Bakunin; motto riapparso sui muri di Parigi nel Sessantotto e, parrebbe, per la prima volta in Italia sui muri della facoltà di Lettere dell’Università di Roma e poi divenuto una litania del movimento ribelle del 1977.
Concludo questo volo d’uccello sull’umorismo nei secoli, commemorando, perché se lo merita, un allegro editore modenese ormai poco noto ai più, che dal 1908 al 1938 pubblicò un’intera e raffinata collana (ben 108 titoli) di “CLASSICI del RIDERE” rilegati in elegante insolita carta similpergamena vegetale e illustrati da grandi xilografi come De Carolis, Sensani, Mantelli, Chin eccetera: Angelo Fortunato Formìggini, che scelse come motto editoriale Amor et labor vita est, risus quoque vita est (“l’amore e il lavoro sono vita; anche il ridere è vita”); era ebreo, non particolarmente antifascista, badava a essere un editore originale e selettivo, ma quando il solenne filosofo idealista Giovanni Gentile approfittò del proprio ruolo di ministro della cultura per appropriarsi della rivista e fondazione bibliografica Leonardo, che era il fiore all’occhiello della casa editrice Formìggini, questi scrisse contro di lui La ficozza filosofica del fascismo numero 00 della collana dei Classici del ridere (il numero 00 alludente ai servizi igienici, allora chiamati “numero 100”); e il 29 novembre 1938, emanate da poco dal regime le ignobili leggi razziste e antisemite, si suicidò gettandosi dal campanile La Ghirlandina della sua nativa Modena. Si era riempito le tasche di banconote, affinché qualche fascista non facesse battute su Ebrei e soldi (come fece puntualmente il fascistissimo odiosissimo Starace: “È morto proprio come un ebreo: si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola”). Il Formìggini aveva scritto subito prima del suicidio: “Crepare / è il solo diritto / che sia rispettato: / sarebbe peccato / non ne approfittare”. La sera prima aveva cenato a tartufi e lambrusco, al mattino a un amico che lo invitava a colazione rispose che non poteva accettare l’invito, doveva salire molto in alto. Ancora oggi sul selciato dove precipitò si legge una lapide in sua memoria in un punto chiamato dai modenesi al tvajol ed Furmajin (“il tovagliolo di Formaggino”). Il regime impedì ogni notizia, si seppe ufficialmente della sua morte solo nel 1945 dopo la Liberazione.
Invece il gran sapiente ministro Gentile, che non riusciamo a immaginare mentre ride, fu poi ucciso a bruciapelo il 15 aprile 1944 sulla soglia della sua residenza di Firenze, la Villa di Montalto al Salviatino, da un gruppo partigiano fiorentino di ispirazione comunista, aderente ai GAP ; Giovanni Gentile fu solennemente sepolto con gli onori di Stato in Santa Croce a Firenze. Aveva avuto agio di fare a modo suo quella riforma della Scuola, la quale sosteneva che le lettere formano, ma la scienza si limita a informare; così la Riforma Gentile privilegiò le discipline dette “umanistiche” a danno di quelle scientifiche e tarpò le ali a tanti potenziali scienziati; fece rizzare i capelli (per esempio) a Primo Levi quando era studente (ma, nel mio piccolo, anche a me) e ancora inquina il mondo culturale italiano. Poco da ridere.

 

CI SAREBBE POCO DA RIDERE,
ma noi ridiamo lo stesso,
per salvarci da un mondo sconnesso,
scherziamo sui fanti
e anche su certi santi,
tanto seri da essere incapaci
di sana autoironia
e di quella che pur fu chiamata,
da qualche santo più saggio**
la santa letizia, la santa follìa.
Spargiamo un’irriverente
pioggia di riso scrosciante
sulla severità dell’arcigna epopea
e sopra la comica alterigia
della vuota prosopopea.
Opponiamo sornioni interrogativi
ai seriosi amatori degli esclamativi.

 

* Sulpicio Severo, Vita di Martino. Mondadori, Fondazione Valla. 1975, p. 65: parlando del vescovo di Tours, San Martino (popolarissimo in Francia come taumaturgo, e noto nella storia dell’arte per molti dipinti e sculture che lo rappresentano mentre, ufficiale romano a cavallo, taglia in due il suo mantello per donarlo a un mendicante che moriva dal freddo): “Nessuno l’ha mai visto in collera, nessuno turbato, nessuno afflitto, nessuno in atto di ridere”….
** Per esempio, San Filippo Neri, San Giuseppe Cottolengo e certo anche altri.

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