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Mariel Giolito

Questo è l’ultimo film che ho visto prima della chiusura dei cinema.
“Cattive acque” è un film del 2019 diretto da Todd Haynes. Interpretato da Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, è basato sull’articolo del New York Times Magazine del 2016 “The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare”, scritto da Nathaniel Rich, sullo scandalo dell’inquinamento idrico di Parkersburg.
Esterno, notte. West Virginia, 1975. Due giovani si spogliano e fanno il bagno in un lago, mentre il terzo, rimasto a riva, raccoglie un animale morto. I due vengono raggiunti da una barca e invitati a uscire. Esterno, giorno. Siamo a Cincinnati, Ohio, nel 1988. Vediamo l’avvocato Robert Bilott (Mark Ruffalo), fresco socio del suo studio, entrare in una sala riunioni. Poco dopo verrà raggiunto dal signor Tennant, un agricoltore della West Virginia, che gli mostrerà come le sue mucche risultino avvelenate. Come prova ha dei reperti: una cistifellea ingrossata a dismisura, dei denti diventati neri come la pece, dei vitelli nati con gli zoccoli cresciuti al contrario, dei tumori. Tennant chiede a Robert di intervenire. E lui proverà a intentare causa contro la DuPont, una multinazionale della chimica che è proprio uno di quei soggetti di cui il suo studio è cliente, e contro cui non si combatte.
Anche una vittoria, parziale, non sarà che un minimo inizio, una goccia d’acqua in quel mare immenso che il caso si rivela essere. “Apro la causa e la chiudo” dice Robert al suo capo (Tim Robbins). “Sii chirurgico” dice lui. Il caso durerà 19 anni. E Robert sta ancora lottando.
Cattive acque è una di quelle storie in cui i personaggi si gettano anima e corpo nella battaglia che stanno combattendo con pesanti ricadute sulla loro vita privata.
A portarci dentro la storia è un Mark Ruffalo straordinario che si immerge completamente nel suo personaggio. Il suo Robert è goffo, sovrappeso. Ma oltre a lavorare sul fisico lavora anche moltissimo sul volto, con la mandibola e il labbro inferiore a chiudere il morso e a far gonfiare le guance in un tic, un’espressione che probabilmente avrà preso dal vero Robert. È un Ruffalo che scompare nel suo personaggio sostenendo tutto il film sulle sue larghe spalle.
Accanto a lui anche Anne Hathaway cerca di normalizzare, se non nascondere, la sua bellezza nel ruolo della moglie Sarah. È quasi impossibile normalizzarla, ma anche lei è efficace e funzionale alla storia.
Verso la fine del film è Ruffalo a toglierci ogni speranza e a spiegarci in una frase, qual è il mondo in cui viviamo. “Dobbiamo proteggerci da soli. Nessuno lo fa, né le aziende, né gli scienziati, né il governo”.
Ma il suo personaggio non mollerà – la sua battaglia continua ancora adesso – e non si arrenderà. Come canta Johnny Cash sui titoli di coda (ecco l’anima rock di Todd Haynes che viene fuori), su musica e parole di Tom Petty: “No, I won’t back down”.
Il titolo del film “Cattive acque” di solito è un’espressione usata in senso metaforico, per connotare una cattiva situazione. In questo caso invece va intesa proprio in senso letterale: le cattive acque sono quelle di una località della West Virginia, contaminate dagli scarichi di un’azienda chimica americana, la DuPont. Le cattive acque fanno morire il bestiame e fanno ammalare le persone che le usano. Cattive acque è un esempio di quel cinema civile americano, ormai un genere a sé, un cinema impegnato, scarno, potente.
Il C-8, un composto chimico fatto attaccando otto molecole di carbonio, è impermeabile all’acqua, ed è stato testato durante il Manhattan Project, come materiale per i carri armati. Finita la guerra, l’industria chimica americana ha pensato bene di usarlo per le padelle, con un nome commerciale che sicuramente molti hanno sentito: teflon.
Chi non ha mai avuto una padella in teflon?

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