Prime dieci pagine
Margherita Candellero

La lettura del libro IL TRENO DEI BAMBINI  di Viola Ardone  (Einaudi Stile Libero 2019) mi ha   spinta ad interrogarmi sul periodo in cui la vicenda è ambientata e a ricercarne contesto ed elementi di carattere storico, che poco conoscevo. Siamo nel 1946, a guerra appena finita. Amerigo, protagonista e voce narrante, all’epoca bambino di sette anni, lascia il suo rione di Napoli per salire con migliaia di altri bambini su un treno che lo porterà al Nord Italia, dove una famiglia lo accoglierà per alcuni mesi durante la stagione invernale.

La guerra aveva riempito le grandi città – Milano Torino Roma Napoli – di ragazzini di strada, diventati per necessità vagabondi, senza tetto, piccoli delinquenti, sempre e comunque ai limiti della legalità, che, vivacchiando tra le macerie dei recenti bombardamenti, avevano imparato ad arrangiarsi con piccoli espedienti per cercare di sopravvivere.

Fu alle soglie di quell’inverno del 1946 che prese forma la prima iniziativa per strappare i bambini dalla strada e dall’indigenza e garantire loro una possibilità di affrontare  il freddo invernale con un aiuto concreto di nutrizione e di vita dignitosa.

L’aiuto si concretizzò con un progetto delle donne milanesi dell’UDI (Unione Donne Italiane) del Partito Comunista che realizzarono una rete di solidarietà in collaborazione con i compagni dell’Emilia Romagna, regione fertile il cui mondo contadino fu disponibile ad aprire case e ad accogliere.

Tra le ideatrici e sostenitrici di questa iniziativa troviamo Teresa Noce, che, nella sua autobiografia RIVOLUZIONARIA PROFESSIONALE (Bompiani 1977), dedica alcune pagine al racconto di quei giorni e di quell’esperienza: “Eravamo quasi alle soglie dell’inverno e di un inverno che sarebbe stato molto duro, forse più duro degli inverni di guerra trascorsi. I bambini di Milano, specialmente i più piccoli, erano in pericolo. Deboli, denutriti per le privazioni già sopportate, come avrebbero resistito a un altro inverno di fame e di freddo?(….)

 In tutti i paesi della provincia reggiana, famiglie di compagni e di lavoratori si erano messe in lista per accogliere e mantenere un intero inverno chi uno, chi due, chi perfino tre piccoli milanesi. (…..) Riuscimmo ad ottenere il treno, con l’accordo di pagare quando le nostre possibilità ce l’avessero permesso. Ricevemmo inoltre duemila razioni di viveri per il viaggio, ossia biscotti,  formaggini, cioccolato. (…..) Dopo i bambini di Milano, toccò a quelli di Torino a essere ospitati per l’inverno. Poi fu la volta dei bambini di Cassino che dormivano fra le rovine e i topi….

Pensammo poi ai bimbi delle altre più misere città del Mezzogiorno e della Sicilia.

Dopo Reggio, Modena e inoltre Parma, Piacenza e via via tutta l’Emilia-Romagna si offrirono di ospitare i bambini.”

In questo momento storico difficile, ma segnato da un grande spirito di solidarietà e di attenzione all’infanzia “negata” , obbligata ad arrangiarsi per campare, prende vita la storia narrata da Viola Ardone. Il piccolo Amerigo Speranza è uno scugnizzo napoletano che insieme al suo amico Tommasino ne combina di ogni colore nei dintorni del basso dove vive con sua mamma Antonietta. Il suo problema più grande sembrano essere la scarpe, che quando ci sono, sono sempre usate e scomode, inadatte ai suoi piedi.

Con le scarpe sgangherate che si ritrova percorre in lungo e in largo i vicoli dei Quartieri spagnoli dietro la mamma  (“mia mamma avanti e io appresso…..mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei.”) Le scarpe della gente gli suggeriscono un gioco: “Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove : stella premio. Io scarpe mie non ne ho avute mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male”

Le scarpe sembrano quasi essere il filo conduttore del racconto. Sono l’elemento di apertura del libro e torneranno più volte fino alla fine col loro fascino di status symbol  sempre accompagnato dalla forma inadatta al piede che le calza.

Forse, in qualche modo, le scarpe sono davvero un simbolo di quel tribolato dopo guerra quando, soprattutto al Sud, molti bambini per campare facevano i lustrascarpe ai soldati americani arrivati a Napoli dopo l’insurrezione delle quattro giornate del settembre 1943.

Sono le parole di Curzio Malaparte nel libro LA PELLE  (La Biblioteca di Repubblica, 2003) che ci riportano al clima di quei giorni: “Bande di ragazzi cenciosi, inginocchiati davanti alle loro cassette di legno, incrostate di scaglie di madreperla, di conchiglie marine, di frammenti di specchio, battevano la costola delle loro spazzole sul coperchio delle loro cassette, gridando: “Sciuscià! Sciuscià! Shoe-shine! Shoe-shine!” e intanto con la scarna, avida mano ghermivano a volo per un lembo dei calzoni i soldati negri che passavano dondolandosi sui fianchi.”

Nel rione in cui abita Amerigo comincia a circolare la voce che i bambini malnutriti, disagiati potrebbero andare al nord. Il Partito Comunista sta organizzando l’accoglienza da parte di famiglie emiliane che si sono rese disponibili ad adottare temporaneamente bambini del sud in situazione di difficoltà. L’organizzatrice è Maddalena Criscuolo, una giovane militante del Partito che ha partecipato attivamente alla liberazione di Napoli ed ora si dedica con passione a raccogliere i bambini, a convincere le famiglie e a preparare la partenza. Amerigo fa parte di questo gruppo di bambini speranzosi e preoccupati anche per le dicerie più strampalate (verranno mandati in Russia, saranno rapiti, non torneranno più…) che circolano nel quartiere.

Il racconto della partenza, quando le mamme accompagnano i figli al treno, il momento del distacco  è tra le pagine più intense del libro : “Dal finestrino mia mamma mi passa una mela. Piccola, rossa, rotonda. Una mela annurca. Me la conservo nella tasca dei pantaloni. Penso che non me la mangerò, tanto che è bella.”  E ancora: “Osservo mia mamma attraverso il finestrino. Lei si stringe nello scialle, in silenzio. Il silenzio è arte sua. Poi il treno urla forte,…..Allora le mamme fuori al treno incominciano a muovere le braccia avanti e indietro e io credo che ci stanno salutando. Invece no. Tutte le creature sopra al treno si sfilano i cappotti e li buttano dai finestrini per darli alle mamme.”

I ragazzini si levano il prezioso cappotto che è stato dato loro dall’organizzazione e lo lanciano alle mamme. Servirà per i fratelli che rimarranno a casa o, nel caso di Amerigo, alla sua mamma per farsene una giacchetta. Sarà questa l’ultima immagine che il bambino si porterà di mamma Antonietta, che si stringe al petto il cappottino, mentre il treno si avvia.

Questo treno  attraverserà mezza Italia in un lento andare durante tutta una notte lunghissima per quei bambini  disorientati e angosciati che si sono lasciati alle spalle gli affetti di sempre. Al risveglio sul mattino la coltre bianca che vedono dal finestrino sembrerà a Mariuccia, seduta vicino ad Amerigo,che non ha mai visto la neve, una distesa di ricotta.

La loro destinazione è Modena dove vengono accolti con molti festeggiamenti e dove incontreranno le famiglie che li ospiteranno per l’inverno. Queste famiglie contadine, disponibili ad accogliere, collaborative, impegnate politicamente e socialmente alla ricostruzione del paese, sono state un vero, grande esempio di solidarietà di classe e di fede nel futuro.

La famiglia Benvenuti, la madre Rosa e il padre Alcide, che ha accolto con l’austera Derna  il piccolo Amerigo, è un modello della cultura basata sul lavoro contadino e artigianale di quella terra nutrita da una profonda fede politica, che si evidenzia nei nomi dei tre figli : Rivo, Luzio, Nario.

Alcide sa essere padre anche di Amerigo che un padre non l’ha mai avuto e sa capire e incoraggiare  il suo amore per la musica. Lui, accordatore di pianoforte, conoscitore delle arie più famose

delle opere che canta in ogni momento della giornata, costruirà per il bambino un piccolo violino carico di promesse e di speranze.

Dentro la storia  raccontata da Viola Ardone prende vita e forza il rapporto intimo tra genitori e figli, veri o adottati, presenti o lontani, forse mai conosciuti. Il filo che unisce i personaggi di questo romanzo-verità è un legame d’amore manifestato o nascosto, ma profondo che dà senso ad un tessuto sociale all’epoca lacerato, malconcio, da ricostruire.

Leave a reply

NOTE dalla provincia

In biblioteca per viaggiare tra le storie

3 Aprile 2020

MEMORIE di una vecchietta perbene

Cattive acque

26 Marzo 2020

Scarabocchi di scuola

Viaggio a Dublino di Gabriella Racanati

17 Marzo 2020

NOTE dalla provincia

IL TRENO DEI BAMBINI di Viola Ardone

15 Marzo 2020

MEMORIE di una vecchietta perbene

La ricamatrice di Winchester

28 Febbraio 2020

Tra Colonne di Libri

Del RIDERE. I filosofi. Formìggini e i Classici del Ridere.