Prime dieci pagine
Margherita Candellero

In questi giorni di forzata reclusione domestica e con la sensazione di mancanza di libertà mi vien da pensare ai luoghi che mi hanno da sempre aiutato a respirare libertà avviandomi alla scoperta di mondi sconosciuti attraverso letture e racconti di storie nascosti in libri a vista sugli scaffali delle biblioteche.

Mi torna in mente la prima esperienza in biblioteca della mia vita. Io, molto piccola, frequentavo la biblioteca del mio paese, Vigone, con mia mamma che al giovedì pomeriggio andava a scegliere libri per le sue letture portandomi assieme a lei. L’impressione di questo luogo era fortissimo su di me. Il palazzo, un palazzo d’epoca affacciato sulla via centrale con portici che la percorrono, si presentava austero ed imponente. D’altra parte la Biblioteca risaliva al 1862 per il lascito testamentario Luisia (da cui  poi prese il nome) e già entro la fine dell’ottocento si presentava con migliaia di volumi e riviste, tra cui opere storiche di pregio. Nel 1912 Don Gio. Pasquale Mattalia, autore del testo “VIGONE Notizie Storiche Civili e Religiose”, ne parlava in questo modo: “Ma Vigone chiude , nel suo cuore, un raro tesoro di civiltà e di cultura, che pochi paesi, forse, e non tutte le città possiedono: una biblioteca circolante ricca, bene ordinata e ben accessibile a tutti. Ogni anno essa si aumenta e si arricchisce, e già ha raggiunto, quasi, i sei mila volumi.”

In questa biblioteca mi recavo  da piccola con mia mamma. Ricordo l’ingresso con alcuni gradini di accesso alla sala piuttosto cupa in cui ci accoglieva il bibliotecario, un signore che io pensavo facesse parte di quelle stanze di cui conosceva ogni più piccolo anfratto. Siamo negli anni cinquanta/sessanta del secolo scorso. Io lo vedevo vecchissimo, o meglio, senza età, lì tra i libri dai giorni in cui la biblioteca era stata inaugurata, cent’anni prima. Ripenso a lui come a un personaggio che avrebbe potuto far parte del Circolo Pickwick: piccolo, tondo, testa calva, occhiali sul naso, panciotto molto aderente sulle sue rotondità. Mancavano la redingote e le ghette per proiettarlo nel londinese mondo  di Dickens. Chiaramente io mi sentivo intimidita e un po’ preoccupata, ma anche attratta da questo luogo fuori dal mondo. La grande sala centrale piena di libri sistemati in scaffali alti fino al soffitto mi sconcertava. Ma anche mi affascinava. In quegli scaffali si trovavano molti dei libri che hanno accompagnato la mia infanzia: le fiabe dei Fratelli Grimm, PINOCCHIO, CUORE, PICCOLE DONNE e,  manco a dirlo, storie della letteratura inglese a cominciare da IL GIARDINO SEGRETO  di F.H.Burnett, i romanzi delle sorelle Brönte e di Jane Austen alternati ai racconti di avventure di E. Salgari che tanto mi catturavano.

Dalle pagine di quei libri prendevano vita personaggi, luoghi, vicende, storie: i miei primi viaggi fantastici oltre i confini del mio paese, che mi facevano assaporare spazi, terre, avventure e mi hanno accompagnata e hanno nutrito la mia immaginazione nel tempo.

L’idea che la biblioteca fosse un luogo che conserva tesori del passato proiettati verso il futuro nel momento in cui il lettore apre il libro e lo  fa suo facendolo rivivere, ha sollecitato in me l’interesse e la curiosità per il mondo dei libri e per i luoghi preposti ad accoglierli e a conservarli.

Così, quando mi sono trovata, giovane insegnante, a collaborare  con colleghi e volontari in un piccolo paese della Val Chisone, Porte, per realizzare il progetto di allestire una biblioteca pubblica per tutti i cittadini, grandi e piccoli, mi ci sono dedicata con vera passione.

La biblioteca è una risorsa e una ricchezza per una comunità, soprattutto per una piccola comunità. Con una biblioteca un paese può ritrovare la sua fisionomia, la sua storia, la sua identità, la sua forza creativa. Questi erano i pensieri e i valori che ci animavano nel dar vita all’importante iniziativa. A distanza di 50 anni la biblioteca di Porte, partita  sull’onda di un manipolo di idealisti capitanati da un uomo di grandi vedute, il sindaco di allora Rinaldo Bontempi, vive tuttora di intensa vita propria.

Sempre pensando alle piccole-grandi imprese di minuscoli centri che hanno saputo creare luoghi di cultura, voglio ricordare un’esperienza particolare nata, cresciuta, maturata nel piccolo borgo di Chiotti (Perrero) in Val Germanasca, una delle Valli Valdesi verso la Francia. Nella scuola della ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale, a livello ministeriale si erano avviati i centri di lettura, piccole biblioteche itineranti, affidate a insegnanti particolarmente qualificati e disponibili a prestare la loro opera oltre l’orario scolastico per promuovere la lettura tra gli adulti mediante prestito di libri di vario genere.

In Val Germanasca questo centro di lettura negli anni settanta fu affidato  al maestro Gianni J. della scuola di Chiotti che poco alla volta, assieme a Magda, collega/moglie, trasformò il prestito-libri e la scuola in un vero centro di cultura animato da incontri, approfondimenti, proiezioni di film, scambi con altre realtà territoriali e diede vita a nuove esperienze, a gite, dapprima entro distanze percorribili in giornata, poi a veri e propri viaggi contrassegnati da un logo “Chiotti si muove”, perché tutta la comunità del borgo partecipava a questi momenti di vera festa e di avventura verso nuovi orizzonti.

Mi piace pensare a questa storia di paese partita da un’idea di biblioteca che si fa viva, viaggiante, aperta alla scoperta di itinerari, località, Paesi sempre più lontani,  in giro per l’Europa che negli anni hanno animato e fatto crescere la cultura di gente semplice , ma desiderosa di conoscere e di sentirsi gruppo.

La bellezza della parola “biblioteca”, il cui significato oscilla da un piccolo scaffale contenente pochi libri a edifici imponenti che raccolgono il sapere prodotto nei secoli da intere civiltà, sollecita in me il ricordo di luoghi grandiosi e mirabili, pieni di storia e fuori dal tempo per il fascino che trasmettono. Penso a quando mi sono trovata al Trinity College di Dublino nella Long Room, la sala principale della Vecchia Biblioteca che possiede la più vasta collezione di manoscritti e di libri d’Irlanda e  conserva il  rarissimo Book of Kells  contenente una copia dei quattro vangeli.

Un’ altra straordinaria biblioteca che mi è rimasta impressa si trova nell’ abbazia benedettina di Melk, in Austria, la cui mole si erge su uno sperone roccioso sulla sponda destra del Danubio.

Per me il ricordo di questa abbazia è collegato al manoscritto misterioso di Adso da Melk,  il novizio benedettino, protagonista/narratore de IL NOME DELLA ROSA. Durante la visita all’edificio andavo con la memoria al romanzo che tanto mi aveva affascinato e pensavo che questa biblioteca aveva sicuramente un rimando nell’imponente immaginaria sconvolgente biblioteca del romanzo di Eco. Dell’immensa biblioteca di Melk ricordo l’infinità di volumi – 90.000 tra cui preziosi manoscritti e incunaboli – e, soprattutto, i due  straordinari mappamondi (celeste e terrestre) della fine del 1600.

Un’altra forma stupefacente ed unica di biblioteca che ho avuto la fortuna di visitare è la sezione del Museo d’Israele a Gerusalemme dove, presso lo Shrine of the Book, il “Santuario del Libro”, sono conservati i famosi rotoli del Mar Morto, ritrovati a Qumran nel 1947. Il religioso stupore col quale si percorre lo spazio circolare dell’ampia sala loro riservata è  stata per me conseguente alla visita appena svolta proprio nel sito di Qumran dove il loro ritrovamento avvenne per una sorta di casualità da parte di un beduino, che stava accudendo il gregge ed  entrò in una grotta alla ricerca di una capra. Qui vi trovò delle giare di terracotta che contenevano rotoli di pergamena, dimostratisi poi di eccezionale valore in quanto portarono alla luce manoscritti che trattano temi religiosi e secolari di grande interesse,  probabilmente risalenti alla comunità degli Esseni, setta religiosa di asceti ebrei nata intorno al II secolo a.C. e annientata nella prima guerra giudaica (66-70 d.)

Lo spunto per parlare di biblioteche e di ciò che “la biblioteca” ha rappresentato per me nel tempo mi è stato dato dal libro di Alberto Manguel: VIVERE CON I LIBRI. Un’elegia e dieci digressioni.(Einaudi editore)
da un po’ presente nella mia libreria e tornatomi in mente mentre mi accingevo a leggere un suo articolo apparso su Robinson  -l’inserto di Repubblica- dal titolo : La vita segreta dei libri.

Nel quarto di copertina del testo si legge che Alberto Manguel, nato a Buenos Aires e cresciuto in Israele dove il padre era ambasciatore,  è uno scrittore, saggista, traduttore e critico, ma “a tutte queste definizioni preferirebbe senz’altro quella di lettore e amante dei libri.”

Di questa definizione ci si convince fin dalle prime battute del libro:

“L’ultima biblioteca che ho avuto si trovava in Francia, all’interno di un’antica canonica in pietra a sud della valle della Loira, in una borgata tranquilla di meno di dieci case. Io e il mio compagno avevamo scelto quel posto perché vicino alla casa c’era un granaio, crollato in parte secoli addietro, grande abbastanza per sistemarci la mia biblioteca, che a quel tempo aveva raggiunto i trentacinquemila volumi.” …..  “L’antico granaio, sulle cui pietre erano impresse le firme di chi nel Quattrocento le aveva murate, ospitò i miei libri per quasi quindici anni. Sotto un soffitto di travi spioventi avevo raccolto i tomi superstiti delle tante biblioteche che avevo avuto dall’infanzia in poi.  …..  I libri per me più preziosi erano volumi a cui mi univa una relazione personale, come ad esempio una delle mie prime letture, un’edizione degli anni Trenta delle Fiabe dei Fratelli Grimm…”

Così inizia una lunga entusiasmante serie di divagazioni sul valore dei libri e della lettura. Il libro è  considerato elemento di esplicitazione dell’identità dell’individuo e nello stesso tempo della memoria collettiva dell’umanità.

I libri raccontano storie, ma non solo quelle che stanno dentro, che vi sono contenute, ma anche quelle che si portano dietro, la storia che essi hanno significato per il lettore, a cominciare dal momento  in cui un certo libro è stato preso in mano. Si legge nella presentazione che “ogni biblioteca è un luogo di memoria”: sugli scaffali  non ci sono solo i volumi ma anche il ricordo di quando leggemmo quel determinato testo, il posto in cui l’abbiamo comprato, la persona che ce lo suggerì, il conforto e la  compagnia che rappresentò per noi. Scrive l’autore: “Ogni mia biblioteca è una specie di autobiografia stratificata, in cui ogni libro conserva il momento in cui l’ho letto per la prima volta.”

Nelle pagine che si susseguono sono raccontate e descritte le molteplici sfumature del rapporto tra il lettore e il libro in una ’”elegia struggente” sul nostro amore per i libri, che insieme alle librerie e alle biblioteche pubbliche costituiscono la base del vivere civile.

La lettura di questo libro è come un viaggio nella vita dei libri e con i libri e ci svela come si possa viaggiare col pensiero e l’emozione nei momenti bui in cui risulta difficile anche solo uscire di casa.

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