Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Raccolgo questi appunti in una situazione lontanissima da quella vissuta nel viaggio che descrivo (viaggio fatto tra gennaio e febbraio di quest’anno), situazione – oggi – di isolamento e di paura che stiamo tutti vivendo e a cui non riesco a non fare cenno ogni tanto.
Parto. Sì, ho deciso che vado. In realtà ho deciso che lo avrei fatto fin dal primo giorno che Paolo me l’ha chiesto. Se ci penso bene, avevo sempre sperato che me lo chiedesse. Va be’, non è una novità che io parta, in questi ultimi anni. Sono stata ultimamente abbastanza in giro per il mondo. Un po’ anche prima di questi ultimi anni. Meno di quanto avrei voluto. Parto per un posto strano, che nessuno conosce. A fare una cosa strana, strana per me, non certo per tanti altri. Vado in Niger, a seguire (no, a conoscere) un piccolo progetto umanitario che Paolo e Filippo seguono da anni. Il progetto si chiama “Le soleil pour l’eau”, che è un nome bello che ha scelto Paolo, e sta all’interno dei progetti di una rete che si chiama Re.Co.Sol (Rete dei Comuni Solidali). Me ne ha parlato, qualche volta, ma uno conosce le cose solo quando vuole davvero conoscerle, o quando ne sa già qualcosa. Si vede solo quello che si conosce, lo so da tanto.
Ma dov’è il Niger? Spesso lo confondiamo con la Nigeria. Comunque è l’Africa nera, il Sahel, uno dei paesi più poveri al mondo. Infatti tutti mi chiedono cosa ci vado a fare.
Primo problema: bisogna fare le vaccinazioni, in particolare quella contro la febbre gialla, altrimenti non entri neppure. Solo il nome mette paura: febbre – gialla. Siamo vicini alle vacanze di Natale e bisogna fare in fretta a chiedere il visto a Roma, se vogliamo essere sicuri di non avere problemi per il 27 gennaio, data già decisa per la partenza. Ma per fare il visto bisogna aver fatto la vaccinazione. Ok, cosa ci vorrà?
Prendo un appuntamento, anzi, vado al Distretto sanitario in via Chiesa della Salute, alle vaccinazioni internazionali. Mi ricevono, quasi subito, e un bravo dottore dall’aria solo un po’ annoiata (pare a me) ma scrupoloso e preciso mi dice che dopo i 60 anni bisogna fare un po’ attenzione: per questo tipo di vaccinazione aumentano i rischi e quindi è meglio verificare con il proprio medico di base e, ovviamente, nel caso firmare una liberatoria. Mi danno un appuntamento la settimana successiva, per la vaccinazione e per darmi le pastiglie di malarone, contro la malaria. Esco, non tanto preoccupata quanto un po’ frastornata: non avevo messo in conto che l’avanzare dell’età facesse avanzare anche questo tipo di rischi, non per me almeno! Chissà perché, ci sentiamo sempre onnipotenti, non solo quando siamo stupidi e giovani.
Ma che problema c’è, ho un fratello medico e gli telefono. In realtà sapevo che non mi avrebbe dato risposte, non è tipo da farlo. Mi ha detto tante volte che la medicina non è una scienza esatta (quanto lo stiamo scoprendo di questi tempi!) e poi non è nel suo carattere. Mi dice che se voglio partire lo devo fare (lo sapevo già), mi snocciola le statistiche di pericolosità dopo i 60 (lo aveva già fatto il medico dell’ambulatorio), mi consiglia di parlare direttamente con l’Amedeo di Savoia se voglio provare a fare più in fretta.
Telefono a Paolo, mentre passeggio in via della Consolata. Mi mette un po’ fretta, teme l’interruzione delle vacanze di Natale per ottenere il visto. Va bene, telefono all’Amedeo e l’amico di mio fratello mi dà un appuntamento più vicino. Il giorno fissato mi presento, in questo brutto ospedale dove tanti anni fa cominciarono a fare le prime scoperte sull’AIDS. Allora mio fratello faceva, appunto, la specializzazione in malattie infettive, ma continuo a pensare che sono contenta che non abbia poi lavorato lì, e lo sono ancora di più in questi giorni.
Conosco Guido da quando andava all’università, un bell’uomo, cortese ma un po’ freddo. Dev’essere una specialità dei medici. Mi chiede distrattamente perché vado in Niger, è un posto dove vanno in pochi.
Mi fa fare la famosa vaccinazione contro la febbre gialla e anche quella contro la meningite. Va bene, per fortuna è ancora valida quella contro il tifo, che avevo fatto prima di andare in Vietnam. Sono copertissima – credo -. Mi viene da ridere (oggi ancora di più, molto, molto di più) quando penso ai no vax. Che fanno? Non vanno in giro per il mondo per non fare i vaccini?
Ho sottovalutato questo vaccino, però: per due giorni non mi sento benissimo e ogni tanto mi prefiguro scenari catastrofici per la mia salute.
Altro problema, ben più complesso. La situazione politica del paese in questo momento non dà garanzie complete di sicurezza; gruppi armati attaccano i villaggi e l’Ambasciata chiede di non uscire dalla capitale. Sapevo del problema, ho cominciato a leggere i pochi articoli che trovo sul Niger. Si decide che il viaggio durerà meno del previsto, perché non ci si potrà muovere da Niamey. Sono spaventata? Un po’, ma mi dico che saremo molto prudenti, com’è ovvio.
27 gennaio. Giorno della partenza. Taxi. Alle 4,30 sono già sotto casa di Paolo. Il taxista è simpatico, chiacchiera, senza essere invadente. Dell’aereo per Parigi non mi ricordo niente, se non che quando arriviamo fa freddo. Nell’aereo per Niamey ci sono moltissimi bianchi, molti giovani, spesso con l’aria irritata. Paolo dice che gran parte sono probabilmente tecnici mandati giù per lavoro dalla loro azienda. Non contenti di andare. C’è sicuramente anche qualche cooperante. Qualche posto davanti a noi è occupato da una mamma con bambino piccolissimo, neri. L’hostess, una stangona bionda con un bel viso interessante, l’aiuta quando il bimbo piange. Ci mette del suo, non è solo lavoro, e mi sembra le dia anche qualche consiglio.
Il viaggio è lungo. Ad un certo punto si vede il deserto; Paolo dice che gli sembra ci sia una gran polvere.
E’ il primo elemento chiaro quando arriviamo: polvere ovunque, che oscura il sole. E’ proprio l’Africa.
Ci aspettano Halima, la responsabile dei gruppi di donne che lavorano negli orti e Ousseini, il tecnico storico. Lei è una donna grande, di etnia peul. Accolgono Paolo e Filippo con calore. Ovviamente me con qualche titubanza inespressa. Ci accompagnano in macchina alla missione cattolica, sede anche dell’Arcivescovado, dove abiteremo in questi giorni. Non perché ci si appoggi a loro, ma perché costa poco. Fatico a capire Halima, il suo francese è stretto e tipicamente africano. L’aeroporto e la strada verso la città sono stati rifatti da poco, Paolo si chiede con quali soldi. In mezzo alla lunga strada verso la città passa una ferrovia: inusuale, mai completata. Ovunque bambini e mercato, traffico. E poi il nulla. All’improvviso gente ovunque: è il gran marché. E’ tutto aperto anche più tardi, quando andiamo a mangiare.
Nel tragitto in macchina mi prende l’ansia: cosa ci faccio io qui? Ce la farò a reggere? Ce la farò a non prendere qualche malattia? Non è che qui è troppo pericoloso? Solite cose, insomma. Meno male che uno non sa cosa succederà domani.
La missione ha stanze semplicissime, relativamente pulite. Lasciamo lì in fretta i bagagli e andiamo a mangiare. Si va da Amandine, un posto che avrei imparato a conoscere e che mi è parso fin da quella prima sera una specie di ancora di salvezza: il locale è pulito, decisamente pulito, anche i bagni. Ci sono camerieri in tutti gli angoli, belli, neri, palestrati, gentilissimi. C’è un sacco di gente, di tutti i tipi. Filippo mi dice che il proprietario è un libanese. Sembra di essere in un film dell’epoca coloniale, se non fosse per il grande televisore al plasma che trasmette pubblicità assolutamente incongrue con quello che c’è intorno. TV di stampo francese, visto che la colonizzazione non è mai davvero finita.
Mangiamo pollo e patate al forno, con birra. Per fortuna nel locale non vige la censura degli alcolici. Ousseini ci procura la scheda del telefono poi va via. Mangiano con noi Halima e Hassan, l’agronomo. Ha una bella faccia, modi calmi, quasi delicati; sembra abbastanza giovane.
Halima racconta della situazione del paese e sembra molto preoccupata di ciò che potrà accadere. Dice di attacchi nei paesi e di molti morti. Paolo e Filippo continuano ad esibire una certa tranquillità. Ci diamo appuntamento nel pomeriggio di domani per organizzarci. Sento l’adrenalina a mille.

28 gennaio. Tutto sommato dormo. I rumori del mattino sono quelli della campagna: qualche uccello che non conosco, galli. Cerco di darmi una parvenza di organizzazione: c’è un armadio a muro dove metto gli abiti per il ritorno, le cose per il freddo. Qui non servono, ovviamente; la temperatura è da caldo estivo, ma al mattino e alla sera si sta bene. Il letto ha la zanzariera, che Paolo ieri sera mi ha aiutato a sistemare: non è proprio comodo intrufolarsi lì sotto, ma soprattutto uscire di notte per andare in bagno. Ci vado comunque il meno possibile, date le condizioni non gran ché. L’acqua della doccia è fredda, ma questo lo patisco meno.
Andiamo a fare la colazione da Amandine: ci sono persone di ogni genere, non essenzialmente benestanti. L’impronta francese è anche nelle baguettes, che vendono nella zona panetteria/pasticceria del locale.
Dobbiamo sistemare le schede telefoniche; è impressionante vedere che te le vendono ad ogni angolo di strada a prezzi irrisori. Comunque scegliamo di andare ad un negozio accreditato: ragazzi gentili, formali, ben vestiti. Come tutti i ragazzi del mondo sanno fare cose incredibili con lo smartphone.
Per raggiungere il negozio abbiamo attraversato una parte del mercato: c’è di tutto, come tutti i mercati del terzo mondo. Mentre lo scrivo mi sembra dispregiativo usare questo termine – “terzo mondo” – come se si potesse dire di una classifica dei mondi, peggio, come se ci fossero tanti mondi. Oggi paghiamo a caro prezzo l’aver classificato i “mondi” senza capire che il mondo è davvero uno solo, spaventosamente interconnesso. E comunque: mentre attraversiamo questo mercato ripenso a quello di Han, ai tanti mercati in India… comprare e vendere è ciò che l’uomo ha sempre fatto, in mille modi diversi e uguali. Scarpe, verdura, animali. Tacchini e polli in grandi gabbie di legno, manovrati con un’abilità e una naturalezza sorprendente dai venditori. Bambini ovunque, naturalmente.
Al supermercato, fornitissimo, Paolo individua subito il boss – bianco, palestrato – con cui cambiare i soldi. Si appartano con un gesto; tutto semplice. Facciamo un po’ di spesa per pranzo. Paolo e Filippo sono fissati con l’acqua minerale: è un gioco, ma serve a girare tre supermercati e a farmi conoscere un po’ la città. Troviamo solo la Perrier, che costa troppo e fa troppo snob. Uomini giovani ovunque, anche molte donne. Davanti a ogni supermercato c’è almeno un militare armato di tutto punto.
Filippo è molto bravo a cavarsela nel traffico, nonostante la macchina non sia un gran ché e abbia il vetro davanti graffiato dalla sabbia. Comincia a fare caldo; la polvere è ovunque. Torniamo al CAM (Centre d’Accueuil Missionaire) e cerchiamo la cucina. Qui c’è un gran frigo chiuso con un lucchetto: è il posto delle birre, governato da Maline, il tuttofare del posto. Il gas non funziona per qualche ragione. Filippo si mette a sistemare la valvola che collega la bombola alla cucina: gli piace trafficare e risolvere problemi. Ad un certo punto va a prendere una piccola “cassetta degli attrezzi” che lo segue in ogni viaggio e mi lascia davvero basita. Paolo si fa tirar fuori piatti, posate e qualche pentola da un armadio polveroso, anch’esso chiuso a chiave. C’è tutto: lavandino, scolapiatti, pentole, persino lo scolapasta. E’ solo tutto molto basico, semplice, informale, poco curato, lasciato andare. Ma andare oltre la semplicità qui sembra davvero difficile. Filippo mi fa notare che in Niger (come in molti altri paesi dell’Africa) mancano le capacità tecniche di base: lo vedi anche solo da come sono montate le porte, le serrature. Tutto fatto in modo improvvisato, senza pensare alle conseguenze dei gesti e dell’uso. Il frigorifero dove possiamo mettere le nostre cose è proprio mal messo, soprattutto sporco. Paolo si mette d’impegno a pulirlo, ma persino io gli dico di smettere, che non ce la si può fare a migliorare la situazione. Ci adattiamo e teniamo le nostre provviste dentro sacchetti di plastica. Mangiamo formaggio e prosciutto spagnolo, che costava meno del San Daniele che comunque vendevano.
Alle 15 abbiamo appuntamento al centro di Re.Se.Da, una specie di centro di raccolta di varie ONG e progetti internazionali. In macchina si arriva abbastanza velocemente; le strade principali sono asfaltate e questa sembra una novità. Fino all’anno scorso non era così, praticamente tutte le strade erano in terra battuta, polvere insomma, come adesso le strade secondarie. La città intera sembra rinnovarsi, ci sono un sacco di cantieri e molte nuove costruzioni, alberghi, palazzi enormi. Non capiamo chi ha interesse a fare tutto questo. Ci dicono che siano i Turchi, ad esempio, che stanno investendo molto. Ma come si spiega questo interesse con i pericoli legati al terrorismo di cui ci hanno parlato?
Eccoci a Re.Se.Da. Entriamo nell’Ufficio di Rekia: è una strana donna, altissima, molto molto magra, con gli occhi grandi e occhiali ancora di più. Ha l’aria molto triste ma una personalità che ha qualcosa di magnetico: seria, quadrata, parla lentamente, ma sembra esprimere una forza sotterranea che mi ricorda più la razionalità fredda europea che l’aggressività calda dell’Africa. So bene che questi sono stereotipi e in fondo sono qui anche per falsificare tutte le mie idee preconcette sugli africani.
Arriva Hassan, poi Halima con un po’ di ritardo, che sarà solo il primo di un gran numero di ritardi: lei comunque veste un bellissimo vestito azzurro e foulard bianco. E’ elegante, lo sarà sempre. Paolo mi farà poi notare che è l’unica donna che incontreremo che gira con una borsa, una banale borsa tipo occidentale, ma segno di uno status diverso e più agiato delle donne dei villaggi che poi vedremo. Possiede anche un tablet e almeno due cellulari con i quali traffica in continuazione. Non mi stupisco, questo stereotipo che solo chi è ricco può avere cellulare e tablet mi è passato da un pezzo. Ricordo il viaggio in Birmania, due anni fa: il cellulare era in mano ad ogni monaco buddista come ad ogni bambino che avesse un minimo di “casa”, se così si possono chiamare le capanne dove vivono gran parte di loro. E’ evidente che la comunicazione passa ormai così (e in questi giorni diciamo “meno male”).
Cominciamo un incontro lunghissimo, nella sala riunioni del centro. C’è una qualche forma di ufficialità, nel luogo e negli atteggiamenti di ognuno. Mi sento naturalmente un po’ un pesce fuor d’acqua perché non conosco le modalità e le persone, ma mi fido dei miei due compagni di avventura, che dicono cose classiche da incontro formale, ma con gentilezza e un affetto contenuto verso tutti i presenti. Dico due parole anch’io, che in fondo di situazioni formali ne ho viste tante, ma qui è diverso e mi prende un groppo di commozione. Sento che Rekia e Halima hanno aspettative nei miei confronti: mi dicono che sperano nella mia presenza anche in futuro.
La riunione è lunga, dettagliata. Filippo e Paolo chiedono notizie di ogni campo, pozzo, gruppo di donne. Arriva anche Ousseini. A volte faccio fatica a capire il loro francese un po’ particolare. Si stabiliscono gli incontri con i vari gruppi di donne per i prossimi tre giorni; poi ci sarà una festa generale. Nel mezzo un paio di incontri con l’ambasciata italiana e di chi si occupa della collaborazione internazionale. Filippo esplicita che l’ambasciata italiana non sa molto del Niger; è comunque presente solo da tre anni. E’ l’ambasciata francese che conta.
Alle 19,30 siamo ancora là. Poi Halima chiede di essere portata “vicino al Terminal”. La città a quest’ora è un casino: gente ovunque, il mercato ancora aperto; si fatica a guidare con questi vetri impregnati di sabbia. I motorini ti sorpassano a destra; ovunque persone che si spostano. Halima insiste perché io domani abbia qualcosa che mi copra la testa, dice che è per la polvere, ma io non credo sia questa la ragione. So che la maggior parte delle persone è mussulmana; in ogni caso ho visto in giro anche donne non velate e non ho intenzione di cambiare il mio “look”.
Salutata Halima decidiamo di andare a cena. I miei due compagni scelgono di farmi conoscere il ristorante che si chiama “Homeland”. Il posto ha una pretesa di eleganza. Filippo ricorda un posto simile all’aeroporto di Ronchi dei Legionari, Venezia. Un posto vagamente da film “spy story”, con personaggi un po’ inquietanti. In effetti l’atmosfera “dentro” stride con tutto il “fuori”: poca gente, silenzio, camerieri ossequiosi, bel menu. Scelgo una soupe di pesce (buona) e un’omelette al formaggio che non riesco a finire. Birra grande.
Sento casa con il numero nigerino, che funziona bene. Ci scambiamo qualche impressione sulla giornata: loro si dicono contenti che io ci sia. A me sembrano entrambi precisi e concreti e mi sembra corretta la loro impostazione sulla cooperazione. Niente “buonismo” ma niente invadenza; rispetto per le scelte dei villaggi e consapevolezza delle difficoltà, anche di comprensione reciproca. Le parole possono avere significati diversi. Già fra noi, pensiamo fra culture così diverse.

Leave a reply

Rubrica rampante

Le dita e la memoria

14 Giugno 2020

MEMORIE di una vecchietta perbene

La ricerca della libertà

13 Giugno 2020

NOTE dalla provincia

Divagazioni tra le mura di casa.

14 Maggio 2020

MEMORIE di una vecchietta perbene

Frank Capra: l’importanza della dignità

3 Maggio 2020

Scarabocchi di scuola

Viaggio in Niger: prima e dopo – 3^ parte

28 Aprile 2020

Scarabocchi di scuola

Viaggio in Niger: prima e dopo – 2^ parte

23 Aprile 2020