Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Raccolgo questi appunti in una situazione lontanissima da quella vissuta nel viaggio che descrivo (viaggio fatto tra gennaio e febbraio di quest’anno), situazione – oggi – di isolamento e di paura che stiamo tutti vivendo e a cui non riesco a non fare cenno ogni tanto.
29 gennaio. Mi sveglio presto: rumori che non riconosco. Penso sia il muezzin questa nenia lontana che mi arriva: nel sonno temevo fosse il ronzio di una zanzara.
Ricordo in Siria, tanti anni fa, il muezzin che sembrava arringare la folla. Segnale, purtroppo, di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco, quando il radicalismo islamico ha cominciato a diventare un problema per l’occidente, fino all’Isis, che forse non siamo stati capaci di capire e di fermare. Da allora, sono guardinga quando sento il muezzin. E comunque penso alla Siria, alle sue meravigliose bellezze e a ciò che oggi deve essere. Adesso abbiamo altro a cui pensare, e chissà cosa succede laggiù.
Poi i suoni diventano altri, voci di bambini, di ragazzi. E’ certo la scuola qui vicino. Oltre le mura c’è il mercato: clacson, voci. Il gallo continua a farsi sentire da un po’. L’odore è strano, intenso, come quando sei in montagna, ma con sapori inconsueti.
Dopo colazione al centro stiamo per partire, ma la macchina non si accende: batteria, forse. Ce lo aspettavamo che ‘sta macchina non fosse troppo affidabile. Telefoniamo a Ousseini e Hassan. Ci dicono di aspettare lì. Nell’attesa arriva un prete italiano, in missione naturalmente. Poi vari personaggi dell’arcivescovado. Ci si dà qualche notizia reciproca, ci si saluta, con quello strano miscuglio di ruvidezza e cortesia che mi pare tipico di chi si senta appartenere ad una minoranza. Mi rendo conto che, qui, siamo una minoranza. Intendo noi, come bianchi. E’ ovvio, intorno sono tutti uomini e donne nere di pelle, molto neri, e chi è bianco è senz’altro diverso. Non sono abituata a pensare in termini di diversità di questo tipo, la “razza” non è un concetto che io senta nella mia testa; catalogo di più il mondo in termini di ricchi/poveri, fortunati/sfortunati, intelligenti/ottusi.
Hassan ci viene a prendere con la sua macchina, non ci ha voluto dare un appuntamento da Amandine, che pure non è distante. Non so se leggere in questo una dose di preoccupazione e di prudenza. Finalmente arriviamo a Reseda; le donne del primo villaggio sono già lì, cinque, di cui una con in braccio un bambino piccolo: Mustafà, naturalmente. Halima fa da interprete. Paolo sembra molto popolare. Facciamo qualche foto insieme mentre loro aspettano qualcosa da mangiare (sono partite molto presto dal villaggio). Halima, come promesso, mi porta un velo per i capelli: lo indosso e facciamo delle foto, ma poi lo tolgo. Loro hanno tutte il capo coperto, ma i vestiti sono colorati, quasi allegri.

 

 

 

La riunione comincia con grandi elogi e ringraziamenti a Filippo e Paolo e al progetto; sono contente della mia presenza. Poi, le difficoltà: i soldi che ci vogliono per il gasolio che serve a far funzionare le pompe che trasportano l’acqua fino ai pozzi. Paolo e Filippo cercano di approfondire il più possibile. Le donne parlano, quasi tutte, anche se è chiaro qual è la leader. Non sembrano avere soggezione o timidezze: hanno sguardi svegli e attenti. Noi tre concordiamo una proposta da fare loro per migliorare le condizioni del pozzo. Paolo fa un breve, molto intenso, discorso sull’autonomia, sul far diventare “adulto” il progetto e il confrontarsi fra adulti. Filippo è più tecnico e “duro” nel proporre. E’ chiaro che è anche un gioco delle parti, non solo un atteggiamento caratteriale. La proposta è sostanzialmente quella di mettere un po’ più impegno economico nella gestione del pozzo per avere un budget per eventuali riparazioni, mentre il progetto potrebbe far avere gratuitamente i pannelli solari che servirebbero a sostituire l’uso del gasolio.
Le donne chiedono di consultarsi; sembra calato un certo “freddo”. Il bambino gattona sul pavimento mentre le donne parlano fra loro. Quando si ricomincia, quella che a me pare la più interessante delle donne ci tiene a dire che “quando si cade bisogna rialzarsi”, ma la proposta fatta viene considerata troppo difficile da rispettare. Diciamo loro che hanno tempo per pensarci e anche per farne eventualmente un’altra.
Sono le 13,30. Andiamo a mangiare da Amandine perché è tardi, poi passiamo al solito supermercato di fronte a fare un po’ di spesa. Paolo compra banane e manghi nel mercato lì intorno: gli fa da intermediario un tipo grasso e grosso con una faccia simpatica, spuntato da chissà dove ma del quale non ci libereremo più ogni volta che passiamo di lì.
Alle 17,30 abbiamo l’appuntamento con Matteo C. L’Agenzia italiana per lo sviluppo, dove lavora e dove ci accoglie, non ha un indirizzo (per via della sicurezza, pare) però si trova facilmente su Google map! Giovane sveglio, ha molti anni di cooperazione alle spalle. Parla veloce, non ci tiene a metterci subito a nostro agio. Ci studia. Chiede notizie del progetto che conosce (quello di Paolo G., progetto di trasformazione dei sacchetti di plastica in materiale compatto e utilizzabile per altro). Filippo, che sa tutto del progetto perché ne è stato uno degli ideatori, gli fa un resoconto puntiglioso di ciò che è accaduto (il progetto ha preso una piega che lui non condivide). Poi si parla del “nostro” progetto, dell’uso dei pannelli solari per far funzionare le pompe per i pozzi; lui accenna alla possibilità di partecipare ad eventuali progetti europei. Non è ottimista, né del destino dell’Agenzia, né della situazione. Ci raccomanda di non uscire dai confini della città: è troppo pericoloso. Un po’ per volta si rilassa, non sembra più così premuto dalla successiva riunione. Ci lascia con un mezzo appuntamento a cena con Paolo G.
Ancora un giro da Amandine, perché abbiamo dimenticato il pane. Andiamo in macchina, mi pare che Filippo non voglia lasciare Paolo da solo a piedi. Mangiamo “a casa”: pasta Barilla, con sugo italiano al pomodoro e olive. Filippo ha portato il parmigiano da casa.
Arrivano poi Halima e Hassan: si cerca di organizzare che cosa succederà il 1^ febbraio, giorno deciso per organizzare la festa delle donne dei vari villaggi. Bisogna capire se andare a Gouru Banda o a Lougga Habba, che è il villaggio di Halima. La situazione politica non ci permetterà di andare nei vari villaggi e quindi la festa assume un valore particolare, anche per me, perché quello scelto sarà l’unico villaggio che vedrò.
30 gennaio. Ho dormito abbastanza. Qualche accenno di dissenteria che spero passi presto. Non sono preoccupata, ma qui bisogna fare attenzione a tutto quello che si tocca e si mangia (“qui” è ormai diventato molto vicino!). Comunque facciamo colazione in “casa”, in questo buffo refettorio dove tutto sembra precario. Nell’angolo in fondo c’è una bella carta del Niger, che ieri sera Filippo ha commentato entusiasta. Certo il fascino di questa enorme distesa desertica è notevole; spiace poter vedere così poco quest’anno (sarà una premonizione di ciò che accadrà dopo?).
Andiamo a vedere la chiesa cattolica qui a fianco: molto semplice e chiusa con un lucchetto. Frotte di ragazzi della vicina scuola professionale. Qui moltissime scuole, mi dicono, sono private: ragazzi e ragazze indossano tutti una divisa, dallo stile molto occidentale.
Reseda: tutti già presenti. Due donne di un villaggio, tre di un altro. Questa volta ci sono anche tre uomini: due non più giovani, il capo di uno dei due villaggi e il suo vice; il terzo è un bellissimo uomo, se capisco è venuto in rappresentanza della moglie. I tre si siedono al fondo del grande tavolo intorno al quale facciamo le riunioni, uno vicino all’altro. Le donne si mettono tutte sulla sinistra, con a capo Halima, di fronte a noi tre. Passa quasi un’ora perché si aspetta del cibo per gli ospiti. C’è anche una delle donne di Gouru Banda, del gruppo di ieri, che si occuperà del pranzo per il giorno della festa. Halima mi chiama vicino a loro due e sembra volermi coinvolgere nel menu (che in realtà è già deciso). Finalmente arriva il cibo, sostanzialmente piccole brioches e acqua in sacchetti di plastica. Le donne si alzano e vanno a mangiare fuori. Gli uomini rimangono seduti dove sono. Naturalmente vorrei capire, ma evito di fare domande. Pare che le donne si sentano più a loro agio da sole.
Comincia la riunione; mi sento un po’ al centro dell’attenzione. Il capo del villaggio (che scopro essere un’autorità diversa dal sindaco) ringrazia ed elogia il progetto e le prospettive cha ha dato. Le donne sembrano contente. Mi colpisce la vivacità del loro parlare, i gesti, anche le risa che spesso arrivano. L’aspetto marmoreo e un po’ triste, che hanno quando sono fuori e soprattutto davanti alla macchina fotografica, svanisce quando cominciano a parlare. Tra l’altro sono tutte diverse tra loro. Si colgono i ruoli, ma questi non creano, apparentemente, divisioni; non sembrano intimidite dalla presenza degli uomini. Paolo ringrazia tutti, ma ci tiene a ringraziare molto anche Halima, Ousseini, Hassan “che sono i nostri occhi, che vedono quello che voi fate; i nostri orecchi, perché noi siamo lontani, ma anche la nostra voce, perché senza di loro non ci capiremmo”. Facciamo un po’ di foto; provo qualche registrazione. Vorrei non perdere questi momenti. Alla fine dell’incontro improvvisano un ballo apposta per me. Sono divertite, lo siamo tutti. E’ una cosa semplice e buffa. Loro si muovono da dio. Io faccio quello che posso, ma non mi sottraggo. Chiedo loro di uscire e fare una foto tutti insieme. Davanti alla macchina fotografica sembrano intimidite, si mettono in posa, non sorridono. Ricordano un po’ i nostri vecchi di una volta, quando fare una foto era una cosa seria, e forse per questo si mettevano sempre un po’ compìti.

 

 

 

 

 

Tornando indietro cerchiamo una panetteria, che non troviamo. Finiamo ancora da Amandine e mangiamo lì (ma ci dimentichiamo di comprare il pane). Pesce, buono.
A casa aspettiamo Ousseini. Con lui e Filippo andiamo a vedere la “fabbrica” inventata da Filippo per il progetto sui sacchetti di plastica. E’ una storia complicata, finita non benissimo. Filippo si entusiasma a spiegarmi e a raccontare tutto il lavoro che è stato fatto; si dispiace nel vedere macchinari inutilizzati e tutto ciò che è stato lasciato andare. Davvero tutto sembra deteriorarsi rapidamente da queste parti, sarà la polvere, il clima, le condizioni di vita della gente… Ousseini mi sembra proprio una brava persona; ha i capelli in gran parte bianchi e forse questo lo fa sembrare un po’ diverso dal classico africano (a proposito di stereotipi): è alto, dal bel fisico prestante. Ma non ha nulla di aggressivo: sorride spesso, ma con un velo di tristezza. Nel tornare cerchiamo con fatica una rondella che serve a sistemare la bombola del gas. Poi cerchiamo il pane e scendo io di fronte ad una panetteria, be’, diciamo un posto dove vendono il pane, tutte baguettes. La ragazza alla cassa mi guarda con una certa aria sprezzante, della serie “sei bianca e vecchia”, ma non mi scompongo.
Cena a “casa”, con un po’ di calma. Ci raccontiamo qualche pezzetto di vita. Filippo racconta di quando era piccolo, che non mangiava niente. Sembra impossibile a vederlo oggi, così grande e abbastanza imponente! Poi ci parla – chissà come viene fuori – di sua nonna, che davanti alla TV si metteva tutta elegante perché, diceva, “io vedo loro e loro vedono me”. Trovo questo aneddoto bellissimo. Io racconto una cosa che ho imparato ai miei corsi di scrittura, che la nonna di Filippo mi ha fatto venire in mente: il trucco che si chiama “quarta parete”:
Il termine “quarta parete” deriva dal teatro e si intende come quella sorta di muro immaginario che separa il palco e gli attori dal pubblico (prendendo come tre pareti quelle laterali del palco e il fondo). Nel cinema la quarta parete è quindi lo schermo che divide il pubblico dal film.
L’equilibrio che permette al pubblico di godere di un film si regge in maniera molto delicata su un comune accordo chiamato “sospensione dell’incredulità“. In pratica all’inizio di un film lo spettatore sa che sta guardando un’opera di finzione (di fiction), ma decide di stare al gioco. L’equilibrio è delicato perchè un film può superare, consapevolmente o inconsapevolmente, i limiti posti. Per intenderci, se sto guardando un biopic (un film biografico) su Al Capone accetterò qualche situazione romanzata, ma non accetterò un’astronave aliena che compare in scena improvvisamente.
La quarta parete viene invece utilizzata spesso per giocare in modo consapevole con lo spettatore interagendo con esso attraverso ammiccamenti. Questo fenomeno si chiama “rottura della quarta parete”.
Ragioniamo sull’esperienza che stiamo vivendo e di come sarà difficile raccontarla. Come rispondere a certe domande: Come sono gli africani? Quali sono le condizioni igieniche? Come vivono? Quali sono tutte le cose che non capiamo? Difficile spiegare quando non vedi, non senti, non hai vissuto la situazione. Ho sempre pensato che forse solo i libri, solo i bravi scrittori rendano un po’ più agevole conoscere il mondo, oltre a viaggiare. Non so se dovrò rivedere anche queste mie convinzioni.

31 gennaio. Oggi la riunione comincia tardi, con le due donne di Lougga Habba e Halima. Una delle due ha un bimbo molto piccolo, che hanno deciso di chiamare Paolo. Facciamo qualche foto, Halima fa un po’ di teatro con loro. Sotto l’apparenza, di nuovo, le due ragazze (sembrano piuttosto giovani) mostrano determinazione e capacità. Capiamo che, di fatto, nel villaggio si sono organizzate in forma di cooperativa e i prodotti del raccolto vengono distribuiti in modo uguale fra tutte. Tento di capire se c’è una qualche divisione relativa al numero dei figli o alla situazione economica di singoli. Mi sembra di cogliere che la divisione è fatta in base alle teste, poi sono le famiglie ad aiutarsi fra loro. L’impressione è di una comunità ben strutturata, a cui il progetto ha forse dato una maggiore consapevolezza. Non battono ciglio alla proposta di aumentare la quota della cassa agricola. Il bambino sta attaccato alla madre per tutto il tempo e lei lo tratta come fosse semplicemente una parte di se stessa. Mentre lo allatta continua a parlare e a muoversi naturalmente, come se non lo facesse. Lougga Habba è un villaggio di etnia peul, il villaggio di Halima; mi colpisce una frase che lei dice ad un certo punto, non so più in quale contesto: “Solo un peul cambia un peul”.
Alle 13 arriva Hasssan con le donne di Hamdallaye. Si scusa per l’imprevisto che le ha fatte tardare. E’ sempre molto calmo, decisamente elegante, a volte in abito occidentale ma più spesso in abito nigerino, ogni giorno diverso. E’ lui che fa da tramite nella conversazione più di Halima, oggi abbastanza stanca e distratta. Le donne di Hamdallaye sono quattro, un po’ più anziane di quelle che abbiamo fino ad ora incontrato ed anche un po’ più semplici, direi. Mangiano tutte qualcosa, come di prassi, poi si comincia. Paolo ricorda, anche a mio beneficio, la storia del villaggio, che è uno dei primi ad essere stato coinvolto nel progetto. Alle 13,30 tutto si interrompe: c’è la grande preghiera del venerdì! Nel cortile si affollano gli uomini, con i loro tappetini. Le donne vanno alla moschea lì vicino (che non ho notato). Restano Halima e la donna più giovane “esentate per ragioni di età”, dice. Ci viene da pensare (lo pensano in tanti, credo) che l’Islam ha un problema con le donne: in qualche modo le vuole rendere invisibili.
Passiamo a salutare Rekia, che è molto triste. Ha il marito in ospedale, pare stia malissimo. Quando finalmente si ricomincia siamo tutti un po’ stanchi, mi pare. Paolo tiene il punto e fa domande precise sull’organizzazione del progetto e sulle scelte fatte (perché riparare la carretta e non il pannello solare?). Le risposte sono abbastanza coerenti. Hassan chiede di fare una valutazione economica del costo del progetto, in modo che tutti sappiano anche qual è il suo valore. Lo trovo proprio intelligente. Finiamo che sono quasi le 15. Per accompagnare Halima non so dove facciamo un giro diverso dal solito. La strada passa vicino al fiume, finalmente vedo il Niger. Lungo le rive c’è un bel tratto di verde quasi primaverile. Mi spiegano che dove arriva l’acqua nel terreno si può coltivare davvero di tutto.
Andiamo a mangiare in un ristorante turco, l’”Arc en ciel”. Niente birra, qui sono mussulmani stretti; carne discreta ma contesto un po’ deprimente. Per tirarci su decidiamo per un caffè da Amandine. Per il resto del pomeriggio non abbiamo impegni e restiamo al CAM. Con Paolo guardiamo le foto scattate fino ad ora: niente di speciale, è difficile concentrarsi a fotografare. Mi chiede: perché viaggi? Credo – dico – perché sono curiosa, ho bisogno di conoscere. Gli faccio la stessa domanda. Lui strizza gli occhi e pensa prima di parlare: mi dice della bellezza della preparazione, del “prima” del viaggio. Poi il viaggio è un tempo limitato dove però accadono una quantità di cose incredibili che, tornati, ti riempiono la vita.
Ci facciamo cena al CAM, cercando di dare una pulita al tavolo, senza troppa convinzione. Di solito siamo solo noi che cuciniamo, gli altri ospiti della struttura si vedono poco. Stasera incontriamo sul tardi un tipo dall’aria tristissima, che non dice mai gran ché, ma mi fa un po’ pena perché si cucina cose orribile da mangiare. Gli chiedo da dove viene e cosa fa lì: arriva dalla Bretagna e deve rimanere a Niamey tre anni, ad occuparsi di una fabbrica di pellame. Auguri, penso.
Dopo cena usciamo all’aperto e guardiamo Orione nel cielo. Nella zona illuminata vicino alla chiesa ci sono panche di cemento e due ragazzi che leggono, forse studiano. Dentro la chiesa, sempre chiusa a chiave, si vede un gruppo che prepara addobbi, sembra quasi per un matrimonio. Si vedrà domani.

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