Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Raccolgo questi appunti in una situazione lontanissima da quella vissuta nel viaggio che descrivo (viaggio fatto tra gennaio e febbraio di quest’anno), situazione – oggi – di isolamento e di paura che stiamo tutti vivendo e a cui non riesco a non fare cenno ogni tanto.
1^ febbraio. E’ il giorno della festa, quello che aspetto con un po’ di ansia, anche perché dobbiamo allontanarci un po’ dalla città, pur rimanendo nel distretto. Andiamo con calma a Reseda, dove ci sono già alcuni gruppi di donne: alcune sono quelle dei giorni precedenti, altre no. Ovviamente Halima è in ritardo. Si parte finalmente verso mezzogiorno. Lasciata la strada principale, si passa su una pista di sabbia, sopra l’altopiano. Piattissimo. Polvere, qualche spinoso albero isolato, tanta plastica e immondizia. Ad una curva, ecco il Niger. L’aspetto è bellissimo: grande, calmo. Si vede il paese di Gouru Banda sotto di noi. Accoglienza con donne e bambini che applaudono. Ci portano subito alla scuola, che avevo chiesto di visitare. E’ un’unica, grande aula piena di bambini – direi almeno una cinquantina – di tutte le età. Lavagne che riempiono due muri, tante cose scritte, in francese, con una modalità che definirei occidentale. Ci sono molti esercizi di matematica, tutto sommato simili a quelli che troviamo nelle nostre classi. In un’altra parete ci sono gli orari delle lezioni, una serie di fogli ordinati, precisi. Non so se è un ordine costruito, dato che stride con il contesto. L’insegnante che vediamo è sola, giovane, con un bambino legato sulla schiena. Provo a dirle che forse possono scrivere ai bambini della mia (ex) scuola. Non so se ci siamo capite. Diciamo due parole ai bambini, in francese: applausi e foto. Poi, quando usciamo tutti, la scuola la chiudono a chiave. Giro in paese, con i più piccoli che ci prendono per mano e sembrano molto divertiti. Le bambine sono, per la gran parte, già con quel brutto velo che copre loro i capelli e le spalle. Case fatte di fango, tanta polvere, qualche asino sparuto. Niente che assomigli vagamente a un negozio. Gruppi di tacchini tenuti insieme all’ombra di una casa. Filippo mi fa notare il pozzo da dove esce acqua potabile: hanno fatto loro, con il progetto di Recosol qualche anno fa, la tubazione dalla città fino a qui, circa cinque chilometri di tubi!

 

 

 

 

Andiamo verso gli orti. Quello del nostro progetto è recintato: ben ordinato, ma dal terreno spunta solo qualche germoglio. Mi stupisco un po’. Andiamo verso il fiume, che è proprio a due passi. Ci sono anche gli uomini, il capo villaggio e il sindaco, più vari altri personaggi. I bambini ci seguono, ma gli uomini li tengono lontani. Paolo e Filippo riprendono il ragionamento sulla proposta di progetto per comprare la pompa e i pannelli solari. Dopo (a sera) mi rendo conto che forse avremmo dovuto chiedere maggiori informazioni. Ma è già tardi, le donne sono già tutte radunate sotto gli alberi, aspettano di mangiare. Alcune sono sedute per terra, altre, come noi, nelle sedie di plastica; sembrano divise per gruppi, forse per villaggio o etnia. Brevi discorsi di tutti, Halima e Hassan che traducono per noi. Sono saluti e discorsi formali, a cui aggiungiamo i nostri. C’è un’atmosfera tranquilla, non direi allegra, però. Gli uomini presenti formano un gruppo a sé. Vicino ad ogni gruppo c’è un tavolino in cui verrà depositato il cibo: un gran piatto di pesce con una verdura cotta che non riesco a identificare. Due altri gruppi di donne e bambini piccoli rimangono in disparte, sedute a terra, e aspettano. Noi ci siamo portati le posate e le ciotole, loro mangiano tutti con le mani, direttamente dai piatti comuni. Halima mangia un sacco, io assaggio appena. Confesso di essere preoccupata per l’igiene! Quando abbiamo finito, quel che resta viene portato ai due gruppi di donne laterali, in attesa. Mi fa venire un’enorme rabbia, ma non possiamo farci niente. La scala sociale funziona anche qui, evidentemente.

Poi, le donne cominciano a danzare. Prendono delle taniche di plastica vuote e battono il ritmo; formiamo un cerchio, da cui gli uomini si escludono, solo le donne ballano. Si scatenano abbastanza, sembra un rito. Un po’ carnevalesco, persino un po’ aggressivo. Lo sfondo sessuale è evidente. Noi tre siamo solo spettatori. Solo nel primo ballo mi coinvolgono, ma subito dopo noi sembriamo sparire. I balli vanno avanti abbastanza a lungo, Halima di alcuni mi spiega il significato (quasi sempre una donna che combatte con un’altra per un uomo). Saluti finali senza troppe cerimonie.

 

Qualcosa mi stona. Proviamo a parlarne a cena, ma sono troppo stanca per reggere la conversazione. Restano le domande: perché è così poco coltivato, nonostante l’acqua a due passi? Perché così tante difficoltà ad accettare la nuova proposta di Paolo e Filippo?

02 febbraio. Domenica. Stanotte ho proprio dormito, ieri sera ero cotta. Oggi non abbiamo nulla di programmato, così, dopo colazione, decidiamo di andare a vedere il Museo, che i miei due compagni hanno già visto. E’ una specie di zoo (e questa proprio non me l’aspettavo) con poveri animali rinchiusi in gabbie pesanti e blu. Vedo i maribù, l’istrice, la iena, l’avvoltoio dal cranio pelato, un povero vecchio leone. Ci sono in giro famiglie con i bambini; molte bambine, anche piccole, già avvolte dal velo. La parte museale è dedicata ai costumi nelle etnie locali: manichini neri, ma dal volto occidentale, chiuse in teche di vetro. Belli i costumi, ma l’insieme è appena decente. Fatti con cura e precisione i due padiglioni “scientifici”, quello dedicato a un enorme impianto di estrazione e lavorazione del petrolio, tutto costruito dai cinesi. L’altro, francese, dedicato all’estrazione dell’uranio, che è la vera ricchezza del paese, pare; ampiamente sfruttata dal governo francese. Vediamo poi i grandi scheletri di tre dinosauri, ritrovati in zona: belli. Andiamo infine nella zona degli artigiani e Paolo mi aiuta a comprare qualche oggetto che penso di regalare. Un bravo artigiano davanti al suo telaio ci dice che c’è sempre meno gente che arriva a comprare. C’è paura degli attacchi degli jiadisti in tutto il paese.
Pranzo da Amandine: oggi c’è parecchia gente. Un gruppo di soli uomini, bianchi, grossi; sembrano americani. Hanno l’aria di chi è qui per lavoro. Un altro gruppo è più buffo ed eterogeneo; uomini e donne, quasi tutti vestiti uguali, alla nigerina: dalle facce non si capisce da dove vengano. Mangio omelette e purè. Paolo come al solito mangia poco, Filippo tanto.
Nel pomeriggio decidiamo di andare a visitare la grande moschea, che anche loro non hanno mai visto. Nell’andare, Filippo individua gli alberi pieni di pipistrelli, davvero impressionanti. A ripensarci adesso mi si chiude lo stomaco pensando che forse è da loro che è passato il contagio che sta spazzando via il nostro mondo. La spianata davanti alla moschea è un grande cantiere in sistemazione. Un tizio seduto all’ombra ci dice dove parcheggiare: in un posto preciso, nonostante non ci sia nessuno oltre a noi. E’ un poliziotto, dalla faccia simpatica, che legge in arabo. Non è usuale, pare. L’arabo lo imparano come cantilena, ripetendo a memoria frasi del corano, un po’ come si diceva il latino nelle messe: si imparava la litania delle preghiere a memoria, storpiando le parole e senza capirle.
Prima di entrare nella moschea ovviamente mi copro i capelli. Ci accolgono due personaggi, uno dei quali ci accompagna nella visita. Lungo, magro, faccia scavata; gira con un enorme mazzo di chiavi. Apparentemente ci apre tutte le porte, quasi a voler sottolineare che lì non c’è nulla da nascondere. Ci porta nei due grandi spazi riservati agli uomini. Poi negli spazi per le donne, naturalmente ben separati: uno è addirittura una stanza chiusa, senza finestre, in cui non si può vedere nulla di ciò che accade fuori. Chiediamo di salire sul minareto, ma la chiave in quel momento non si trova (!). La moschea tutto sommato è bella, l’impressione è di pulito, non ci sono odori particolari, ma è anche vero che non c’è nessuno. Le linee esterne sono nette, quasi eleganti; il colore dominante è il verde.
Tornando indietro proviamo una strada lungo il fiume. E’ un mondo ancora diverso, ancora più povero: piroghe, vasche di tintori con uomini che lavorano con le gambe immerse dentro. Non ci fermiamo e faccio attenzione a fare foto: c’è un’atmosfera vagamente inquietante intorno. Siamo ovviamente gli unici bianchi. E’ un tragitto relativamente breve, ma non so se lo rifarei. Usciamo nelle strade principali e percorriamo i due ponti sul Niger: quello nuovo, veloce, l’altro, il Kennedy, a due corsie, l’unico che c’era fino a poco tempo fa. Prima c’è il campus universitario. Il fiume è largo, bello. Ai bordi le coltivazioni, in particolare una vasta zona di risaie. Al rientro rivediamo gli alberi con i pipistrelli, molto più grandi dei nostri, che si stanno rianimando nell’attesa del tramonto.
Per le 19,30 siamo davanti al ristorante “Le Pilier”, che pare uno dei migliori di Niamey. Arriva il medico, P., un vento simpatico, Matteo C., una coppia con un bambino amici suoi. Più tardi arriveranno l’ambasciatore, Marco P., altre tre giovani donne che, per quanto ne capiamo, lavorano nella cooperazione. Due di loro hanno una bambina di 15/16 mesi. La ragazza bionda, elegante, ha un marito nigerino. Lei è di Roma; si dice spaventata dal traffico della città, adesso che ha la bambina, e dalla situazione sanitaria, del tutto disastrosa. L’altra sembra più spavalda, parla “del padre, più o meno casuale, di mia figlia”. Il medico sembra la persona più entusiasta. Ha scelto di lavorare qui perché gli sembra che qui abbia senso dare una mano ai giovani, così dice. Fa anche del lavoro all’Università in Spagna, ma si dice deluso dai giovani occidentali. Mi chiede le mie impressioni sulla scuola in Italia. L’ambasciatore è giovane, abbastanza alla mano: ma sembra teso e preoccupato. Va via presto, non tocca una goccia di vino. Con Paolo ci dividiamo pesce e verdure grigliate. Tutto molto buono. Il locale è raffinato e molto pulito; è di un italiano. All’uscita ci sono ancora i due soldati, giovanissimi, che ci avevano “perquisito” all’entrata, con tanto di metal detector. Tutto nella norma, sembra. Stasera la temperatura è molto piacevole. Al CAM troviamo di nuovo il prete italiano. Non perde l’occasione di raccontare di sé, della “chiamata al sacerdozio” nel collegio di Pavia, giusto quando aveva trovato una ragazza e aveva cominciato a studiare medicina. “Perché proprio io?” In qualche modo si sente l’eletto, il prescelto. Tra lui e suo fratello, il Signore ha scelto lui. E’ lui il privilegiato?
03 febbraio. Lunedì. Al mattino abbiamo l’incontro con il sindaco di Hamdellay, per capire se c’è la possibilità di ampliare il progetto e aprire nuovi pozzi. Con Hassan si fanno un po’ di discorsi sulla situazione politica: il vecchio presidente, Tanja, era molto amato dalla gente, poco dai francesi. In un’intervista che Hasssan ci fa sentire su youtube dice ai francesi “Siamo una nazione adulta, lasciateci respirare”. Ovviamente è stato sostituito con un colpo di stato.
L’incontro con il sindaco sembra essere incoraggiante. Anche lui è un omone, che suda tanto e sorride con parsimonia.

Mangiamo al CAM; nel pomeriggio andiamo a fare qualche acquisto nella zona dei Tuareg. Appuntamento a cena con Carlo, un altro cooperante. Il luogo scelto ha qualcosa di magico, si accede con un breve tragitto sul fiume: Cap Banga. Foto di un rosso tramonto con pagoda nel fiume.
Molti discorsi sulla cooperazione, sulla situazione del Niger. Carlo, che ha sposato una donna del Niger, dice che i nigerini non sanno apprezzare le loro cose, pensano che quello che viene dall’estero sia meglio di ciò che è autoctono. L’altra sera, da “Le Pilier”, si parlava del fatto che i domestici, nelle case benestanti, non sono mai nigerini: è considerato disdicevole, anche per una donna, fare i lavori di casa, come lavare i piatti.
Carlo ci parla di una nuova direttiva del governo, che pretende la presenza di uomini e donne nei gruppi. Capiamo adesso cosa voleva dirci Rekia il primo giorno, nel suo discorso iniziale.
La sera avanza ed io comincio a sentirmi un po’ nervosa in questo posto così isolato, ma tutti gli altri sembrano assolutamente tranquilli.
04 febbraio. Martedì. Dopo colazione decidiamo di cercare la sede dell’Istituto geografico nazionale, per cercare una carta geografica della zona. Uffici incredibilmente lasciati andare, donne che lavorano al computer in un bugigattolo. Qui pare sempre che siano le donne a lavorare, mentre gli uomini dirigono. Un tizio dall’aria efficiente ci fa vedere a computer il file con la carta di Niamey, dettagliata zona per zona. Ci copia il file richiesto nella nostra chiavetta Usb, facendoci pagare con tanto di ricevuta. La sera scopriremo che il file non si apre!
Facciamo qualche altra spesa nella zona Tuareg, soprattutto io: nei negozi ragazzi con facce interessanti e sveglie. Facciamo anche un giro dai venditori di oggetti in pietra. Riescono a realizzare piccoli oggetti davvero incantevoli! Al rientro ci ferma la polizia. Siamo appena partiti e io non ho la cintura di sicurezza: vogliono farci una multa e, soprattutto, tenersi i documenti della macchina. Alla fine si “accontentano” della solita mazzetta.
Pranzo con Sabine, che ha collaborato a lungo con Filippo e Paolo: donna bella e intelligente, che parla senza remore dei campi profughi al confine con il Mali e della situazione del paese, anche lei molto preoccupata.
Alle 14,30 incontro con l’Ambasciatore e la sua vice. L’ambasciata è nuova, tirata a lucido; intorno alberi rigogliosi. Ci accolgono due carabinieri gentilissimi. Entrambi i nostri ospiti arrivano da un’esperienza in Vaticano. L’incontro ci sembra positivo, anche se un po’ fumoso, come sempre.
Ne parliamo rientrando a “casa”, cercando di scambiarci le impressioni sui colloqui “ufficiali” avuti, sulle possibili prospettive del progetto.
05 febbraio. Mercoledì. Ultimo giorno. Andiamo a trovare Paolo G., console onorario del Niger; carica importante, fino a quando non è stata aperta l’Ambasciata. E’ un piccolo uomo che ha passato la sua vita qui. Non mi pare stia benissimo, fisicamente; ha l’asma, ma continua a fumare. Mostra sicurezza, ma a me pare un uomo un po’ piegato dalla vita e dalle circostanze.
Stasera partiamo ma oggi abbiamo ancora l’incontro con due agricoltori di Hamdellay, che arrivano insieme al loro sindaco.
Nel pomeriggio si fa il punto e la valutazione di questi giorni con Hassan. E’ dispiaciuto non andare nei villaggi, ma è stato positivo poter parlare con le donne in una situazione calma e anche un po’ formale. Hassan fa alcune proposte di lavoro, molto sensate.
Alla sera ci accompagna all’aeroporto. Mi sembra passato tanto tempo dal momento in cui siamo arrivati. A mezzogiorno del 6 febbraio siamo a casa, ognuno nella sua.
08 febbraio. Tornati da due giorni. Continuo a pensare a laggiù. Al fatto che il mondo, sempre più raggiungibile in ogni angolo (quando scrivevo questo era ancora così), sta diventando una gabbia. Fino all’anno scorso si poteva andare nei villaggi, oggi è troppo pericoloso. Tanti sono spaventati. Cerco di seguire cosa succede su Le Monde Afrique. Ci sono queste bande, difficilmente identificabili, probabilmente jiadiste, che attaccano i villaggi, uccidono persone comuni, non solo i militari. A che pro? Quale lo scopo? Come fermarli? L’Occidente sembra impotente. Pare che i militari, anche italiani, siano confinati in una zona dell’aeroporto a non fare nulla. Certo: nessuno Stato ha il mandato dal proprio parlamento di intervenire militarmente sul campo. Dunque: chi protegge i locali? Che tipo di esercito hanno? Quali i veri interessi in gioco?

Nei giorni successivi, fino a quando si è potuto, Paolo e Filippo hanno lavorato molto a una ipotesi di progetto europeo. Hanno preso contatti con la Città Metropolitana, il Comune di Avigliana, ReCOSol.
A un certo punto si è bloccato tutto. Anche questo. Che ne sarà dell’Africa e di noi?

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