Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Questi tempi difficili ci hanno costretti ad una forzata permanenza tra le mura domestiche. Lo “stare a casa” ha avuto ed ha alcuni inconvenienti, ma anche dei vantaggi, ad esempio quello di farci fermare e di portare la nostra attenzione su aspetti della nostra vita a volte trascurati o lasciati semplicemente in un canto.

Mi accorgo di  trascorrere molto del mio tempo, che si dilata tra le mura di casa, a lasciar correre lo sguardo verso l’esterno che si perde nella ricerca di qualche traccia di movimento o di umanità lungo la strada su cui si affaccia il balcone di casa mia e che conosco come le mie tasche. Più spesso ancora il mio sguardo è rivolto verso l’alto, verso l’aperto del cielo alla ricerca di un senso di libertà che mi sta sfuggendo.

Riscopro però anche la dimensione della casa al di là delle pareti che la delimitano e la contengono. Oscillo dal senso di costrizione al senso di conforto e di accoglienza che mi offre. Ne colgo gli aspetti di benessere che la fanno sentire “mia”, nei suoi spazi, nella sua luminosità, nei suoi angoli raccolti e intimi, nei suoi odori , nei suoi colori , negli oggetti che la personalizzano e che negli anni hanno trovato il loro posto e proprio lì devono stare per tenermi compagnia e raccontarmi ancora la mia storia costruita nel tempo che ha segnato le tappe e lo scorrere della mia vita.

E in questa mia casa di adesso si stratificano le case del mio passato, non scomparse, semmai vivificate nella memoria e riaffiorate in questo  spazio di oggi che mi avvolge e mi fa respirare a fondo.

Torna soprattutto la casa della mia infanzia, la casa che mi porto nel cuore e nei pensieri, il luogo dei miei sogni, belli e meno belli, che sempre ricompare come teatro di ogni mio desiderio, turbamento, richiamo, attesa…..

La casa che mi ha accolta bambina, appena tornata dall’ospedale dove sono nata, e mi ha festeggiata con un vaso di “nevina”, piantina dall’infiorescenza bianca, fiorita nel freddo di gennaio. La casa grande, affacciata su un grande giardino che ospitava nel suo centro un alto pino piantato proprio l’anno della mia nascita. Per me è stato una sorta di giardino incantato e segreto con le sue aiuole piene di rose, i vialetti con la ghiaia, le panchine verdi, il muretto e il cancelletto in ferro battuto con i tre gradini che davano accesso all’orto, enorme, altrettanto ben disegnato e ricco di ogni ben di dio.

Ripenso a quella casa, dove sono stata bambina e dove sono cresciuta calcando ogni passaggio, scoprendo gli angoli più nascosti, le cantine, i ripostigli, l’immenso solaio che raccoglieva oggetti di ogni tipo sotto ragnatele argentate dai raggi del sole al tramonto e dove si metteva ad asciugare la frutta per l’inverno, esposto ai quattro venti con l’affaccio sulla piazza e sui tetti delle case del paese…..

Sono convinta che la casa di allora abbia lasciato dei segni profondi in me e abbia contribuito a formare la mia personalità e il mio carattere.

Posso, allargando il pensiero, azzardare l’ ipotesi che le case in cui si abita, qualunque esse siano, lascino segni indelebili nelle persone.

Ne ho avuto la conferma rileggendo un libro che ho ripreso in mano in questi giorni di Sandra Petrignani: LA SCRITTRICE ABITA QUI edito da Neri Pozza  qualche anno fa. L’autrice percorre una sorta di pellegrinaggio tra le case-museo di sei grandi scrittrici del Novecento (Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar, Colette, Alexandra David- Néel, Karen Blixen, Virginia Wolf) riscoprendole attraverso le case in cui hanno vissuto o dove sono tornate, andando alla ricerca delle loro storie , della loro cultura, delle loro passioni, delle loro manie offrendoci descrizioni di luoghi, presentandoci oggetti, libri, facendoci conoscere persone che sono state care alle scrittrici di cui racconta.

Parlando della residenza di  Monks House dove Virginia Wolf visse col marito Leonard e che lei definiva “Convento, ritiro religioso”, Sandra Petrignani riporta dalla autobiografia di Leonard queste parole: “Sono convinto, e lo dico sulla base della mia esperienza, che a lasciare i segni più profondi nella vita di una persona siano le diverse case in cui abita, più ancora di “matrimonio e morte e separazione.”

Nulla come la casa racchiude il nucleo profondo di ogni persona, diventa custode dei sentimenti più intimi di chi la abita. Nel libro citato è sorprendente come le case delle scrittrici, rivisitate e descritte. diano umanità e dolcezza a grandi donne fuori dal comune, dalla notorietà indiscussa per i loro scritti  e/o per le loro imprese inimmaginabili.

Prima di stabilirsi a Digne nelle Alpi Provenzali verso la Costa Azzurra nella casa di Samten Dzong, immersa tra gli alberi del giardino e colorata da una moltitudine di bandiere con i colori del Tibet a rappresentare le strade e i templi himalayani,  Alexandra David-Néel  a 55 anni, nel 1923, partendo a piedi dalla Mongolia, travestita da mendicante, aveva raggiunto Lhasa, capitale del Tibet, città vietata agli stranieri. Aveva camminato calzando scarpe di feltro arlecchino per otto mesi con un unico compagno di viaggio, il giovane Yongden, come racconterà nel suo libro: VIAGGIO DI UNA PARIGINA A LHASA.

L’autrice del nostro libro sostiene che “la casa dice la verità su chi la abita”. Se questa affermazione è vera, la descrizione di Petite Plaisance, la casa abitata da Marguerite Yourcenar e dall’amica Grace Frick sull’isola di Mount Desert nel Maine ci rimanda l’immagine di una intimità domestica calda, dolce, accogliente, forse inaspettata nell’autrice di MEMORIE DI ADRIANO  e dell’OPERA AL NERO.  Eppure: “Petite Plaisance è una casa tenera, avvolgente, femminile. Un posto impregnato di sentimenti, in cui ogni oggetto ha una storia, un nido fatto di ricordi di viaggio, di poltrone comode, di coperte calde da mettersi sulle ginocchia, di ammirazione per altri scrittori, di compassione per gli animali, di rispetto per le piante.”

Anche Karen Blixen, dopo quindici anni intensamente vissuti in Kenia nella fattoria di Bogani House e raccontati ne LA MIA AFRICA, tornata nella casa della sua infanzia a Rungstedlund in Danimarca, si dedica alla scrittura dei suoi libri nel piccolo studio, la stanza più avanzata verso il mare, la più fredda, situata nell’estrema ala nord, esposta ai venti sui due lati e scrive in una sua lettera a una parente: “Io sto meravigliosamente bene qui; per me è davvero bellissimo che le cose siano rimaste esattamente come prima….è come se tutta questa vecchia, amata casa si raccogliesse intorno a me e mi proteggesse”.

Io sono molto affascinata dal rapporto sentimentale che lega le persone alle case e viceversa.

Conservo ricordi anche lontani di prime volte in cui sono entrata in case di conoscenti di famiglia, di parenti, di amici e sempre ho “letto” gli ambienti domestici in cui mi sono trovata in relazione a chi ci abitava. Anche oggi sono curiosa di cogliere i nessi che legano luoghi e persone fantasticando sui perché  e immaginando le storie esistenti tra quelle mura domestiche.
Ad esempio mi sembra difficile che una casa ridente e armoniosa non sia la dimora di una persona gioiosa, allegra, creativa, piena di vitalità, che ti sa offrire tè e biscotti col sorriso e la voglia di raccontare.

Certe case invece mi sembrano da subito  “stonate” con elementi di dissonanza che denotano uno stato d’animo non tranquillo. Non è la dimensione della casa, ma il “tocco”, la forma, la personalità che traspare da un insieme di piccoli e grandi dettagli che fanno la differenza.

Questa mia particolare sensibilità a cogliere l’ambiente domestico delle case, ancora una volta, ha avuto origine nel piccolo mondo del paese della mia infanzia. Ricordo il fascino e la perplessità che mi procurava l’abitazione del nonno di una mia amica che viveva nella torre del palazzo dei Principi d’Acaja in centro al paese, dove, a pianterreno, aveva il laboratorio di legatoria e salendo antichissime scale di pietra raggiungeva le stanze di abitazione, ai miei occhi, buie, polverose,  ferme in un lontano medioevo.

Nei miei anni di scuola elementare frequentavo spesso la casa di una mia compagna la cui mamma era la donna tuttofare di una casa signorile abitata da due anziane signorine dell’alta borghesia torinese, poi stabilitesi in paese per godere dei benefici della campagna.

Le due vegliarde erano da sole uno spettacolo per il loro aspetto, sempre agghindate con vestiti neri lucenti incorniciati con scialli e pizzi per rimarcarne …..l’eleganza.

A me piacevano gli ambienti della casa: il grande soggiorno che si apriva direttamente sul giardino molto curato, ma soprattutto mi incuriosiva il salotto, dove non si doveva andare, ma dove di nascosto ogni tanto finivamo di intrufolarci durante i nostri giochi. Di questo spazio tutto damascato, ho ancora in mente un gioco del domino in avorio posizionato su un tavolino rotondo con piano di marmo screziato che mi rappresentava un mondo fermo ad un passato ottocentesco  come in un tempo incantato.

Conservo pure il ricordo di un piccolo alloggio fatiscente, ma spettacolare in cui viveva e lavorava un burattinaio che costruiva burattini e marionette meravigliosi. Era un luogo magico. Questo signore, senza età, un po’ strano, con un paio di baffi non curati, vecchio socialista un po’ ai margini della società, sapeva trasportarci con la sua arte nella magia del teatro.

Questo mio divagare in tempo di lockdown, chiusa tra le mura di casa, scombina i miei pensieri. Tornano ricordi lontani mentre la mente va alla ricerca di racconti e di letture che mi riportino al piacere di sentire la “casa” al centro di trame e di intrecci emblematici  di storie che la letteratura ha reso mitiche.

Ho ripreso a leggere lo stupendo romanzo di Edward Morgan Forster “Casa Howard” che si presenta con le parole scritte in una lettera alla sorella da Helen, una delle protagoniste del romanzo: “Carissima Meg, non è affatto come ci aspettavamo. E’ vecchia e piccola, e nell’insieme deliziosa –in mattoni rossi. (….) Dal vestibolo si va o a destra in sala da pranzo o a sinistra in salotto. Il vestibolo stesso è praticamente una stanza. Apri un’altra porta ed ecco le scale, che salgono in una specie di cunicolo al primo piano. Lì tre camere da letto in fila, e altre tre a mansarda di sopra. In realtà la casa non è tutta qui, ma è tutto quello che si vede guardandola dal giardino sul davanti: nove finestre.

C’è poi un grandissimo olmo riccio – a sinistra della facciata –che si piega un poco sulla casa e sorge al limite tra il giardino e il prato. Io amo quell’albero.”

In questa casa nei primi anni del Novecento si intrecciano i destini di tre famiglie di diversa estrazione sociale: la famiglia Wilcox, ricca ed altolocata, la famiglia Schlegel di borghesi  illuminati e filantropici, la famiglia Bast, proletaria.

Casa Howard non è una semplice tenuta di campagna: è un luogo intriso di magia e di tradizione che raccoglie i drammi familiari e sentimentali dei personaggi a partire dal momento in cui la signora Wilcox stringe una profonda amicizia con Margaret Schlegel e decide di lasciarle in eredità la sua amatissima dimora di campagna. Questo cottage, fulcro delle vicende che intrecceranno le vite dei vari personaggi, oggetto di tensioni nei passaggi di eredità, diventerà quasi una metafora della stessa Inghilterra, simbolo dei complessi rapporti tra le classi sociali, tra mondi e mentalità agli antipodi tra di  loro.

Non posso pensare a questo bellissimo romanzo senza fare un accenno al riuscitissimo film che nel 1992 ne trasse James Ivory attraverso un’acuta analisi sui componenti del romanzo avvalendosi di un cast di attori di grande livello: Emma Thompson, Anthony Hopkins, Helena Bonham Carter, Samuel West, Vanessa Redgrave…

In questi tempi di silenzioso raccoglimento merita sicuramente una rivisitazione.

 

 

 

 

 

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