Prime dieci pagine

L’harmattan: un’avventura tra il reale e l’immaginario.

Emanuela Zoia

Direi vecchio. Vecchio? In realtà era passato il tempo in cui persone come Giacomo le consideravo vecchie. Visto che non aveva molti anni più di me. È un privilegio dei giovani pensare agli adulti come a dei vecchi e non riuscire a immaginarsi alla loro età. Comunque, nonostante l’età, Giacomo era ancora un bell’uomo, o almeno un uomo interessante (odio l’espressione “nonostante l’età”). Piuttosto alto, abbastanza robusto senza essere grasso, rimandava un’immagine di sicurezza, di solidità. Non era poco, allora, come di questi tempi. Comunque ci teneva a sembrare sempre sicuro di sé, all’altezza di ogni situazione. Guidava lui nel traffico caotico, però aveva fatto qualche volta il gesto – tra il gentile e lo spavaldo – di chiedermi se avessi voluto guidare io.  Non avevo mai raccolto.

Direi che era un uomo prestante, intelligente e risoluto. Capace di risolvere le situazioni pratiche. Gli piaceva usare le mani, nel senso di aggiustare e creare oggetti. Viaggiava con una piccola borsa di arnesi da cui non si separava, perché non si sa mai. Era stato un ingegnere – era un ingegnere. Si era occupato di dighe per l’Enel. Parlammo del Vajont e del vallone della Rovina, dove c’è una importante diga del cuneese. Mi raccontò dettagli tecnici che non capivo.

Era un gran parlatore, gli piaceva mettersi in mostra, o almeno tenere il bandolo delle conversazioni. Forse a volte parlava troppo e non lasciava tanto spazio agli altri, ma non era sgradevole. Lo coglievo attento ad alcuni particolari, anche se, come in genere gli uomini del suo tipo, non sembrava avere grande dimestichezza con i sofismi psicologici. Però aveva una moglie e due figlie femmine, di cui era molto orgoglioso. Pensai già allora che sapevano metterlo in riga quando esagerava.

Avevo l’impressione che fosse capace di grandi generosità, ma anche di scoppi d’ira repentini. Di quelli che usano la voce grossa per rimettere in chiaro quali sono i confini. Sapeva essere però estremamente paziente e concentrato, se si immergeva in un lavoro.

Ogni tanto lasciava trasparire qualche fragilità che me lo rendevano simpatico: faceva finta di non preoccuparsi ma chiamava al telefono se qualcuno aveva un po’ di ritardo. O chiedeva di controllare la strada da scegliere con il cellulare anche se l’avevamo già fatta alcune volte.

Mangiava un sacco e non aveva paura di provare cibi strani (eravamo pur sempre in Africa) o in condizioni non del tutto igieniche.

Ecco, mi pareva fosse un uomo capace di controllare la paura, la tensione. O almeno, quella che viene dall’esterno.

Avrei dovuto presto ricredermi su questo giudizio. Il viaggio per un po’ era andato bene, non c’erano stati grossi problemi. Avevamo raggiunto il deserto con una certa ansia, non espressa ma presente nei pensieri: lo si capiva dai prolungati silenzi in macchina, anche da parte di quel chiacchierone di Giacomo. Io più che altro temevo di perdermi. Ma Angelo aveva il suo congegno satellitare, che gli permetteva di tenere sempre sotto controllo la strada, o meglio la pista, perché di questo ormai si trattava. La prima sera giunse quasi inaspettata, e quasi inaspettato il freddo. A leggerlo sui vari resoconti, uno non ci crede che l’escursione termica sia così forte e che dal caldo si passi al freddo in modo così repentino. Finché il fuoco rimase acceso mi sembrò che si potesse stare anche bene, l’incanto della notte e del silenzio era tale che pareva di essere in un momento ideale. I miei due compagni di viaggio scherzavano e apparivano perfettamente a loro agio; erano stati tante volte nel deserto e nulla sembrava preoccuparli. Mi fidavo di loro e cercavo di tranquillizzarmi. Mi infilai nel sacco a pelo con almeno tre maglie addosso senza riuscire ad addormentarmi per un mucchio di tempo.

Al mattino c’era la brina sulla tenda e per fortuna Angelo mi portò un tè bollente che mi permise di riprendermi dalla nottata. Aspettavo il sole che stava per sorgere da dietro le dune come immaginavo avevano fatto gli antichi, che lo adoravano come un dio. E in quel momento, più di tante altre volte, capii perché. Lo spettacolo del sole che si sparge sulla sabbia mi riempì gli occhi di lacrime.

Riprendemmo la pista con una certa allegria. Giacomo come sempre guidava e parlava.

Ad un certo punto divenne silenzioso. Anche Angelo. Non capivo. Sentii che mi nascondevano qualcosa.

“L’harmattan” – esplose ad un certo punto Giacomo. “Speravo di non doverlo affrontare”.

Il vento cominciò a soffiare alzando una polvere via via sempre più densa. La sabbia batteva il finestrino più fitta della neve. Intorno si vedeva sempre meno. La pista sparì rapidamente. Fu chiaro ben presto che ci dovevamo fermare. “E’ fatta” pensai “stavolta è proprio un casino”. Non riuscivo ad articolare davvero i pensieri, forse per questo non mi misi a urlare. O forse mi rimaneva una incrollabile certezza nella capacità di cavarsela dei miei due compagni di viaggio, nonostante tutto. Angelo imbevve d’acqua le sciarpe di cotone e ci impose di coprirci il naso e la bocca. Giacomo sembrava immobilizzato dalla paura. “Non abbiamo abbastanza acqua”, disse con un filo di voce. Non l’avevo mai visto così, non lo riconoscevo. Dov’era finita la sua sicurezza? Come – non c’era abbastanza acqua? Lui aveva detto che aveva pensato a tutto!

Intanto la tempesta di sabbia sembrava soffocarci, nella macchina cercavamo di respirare il meno possibile, la polvere sembrava entrarci nelle ossa, l’ansia cominciava a diventare insostenibile. Angelo continuava a dirci di stare immobili e calmi. Giacomo perse invece il controllo di sé: cominciò a urlare il nome delle sue figlie, a battere i pugni sul volante… Chiedeva loro di perdonarlo, di scusarlo per le sue intemperanze. Urlava contro Angelo e contro di me, che lo avevamo trascinato in quella assurda avventura! Noi!

Persi il senso del tempo, non so quanto durò la scena. L’harmattan non dava tregua e mi sembrava fossimo sepolti sotto una montagna di sabbia. Giacomo piangeva…

Poi la natura ebbe pietà di noi. Il vento cessò quasi all’improvviso.

Non parlammo mai più fra di noi di quell’avventura.

 

Leave a reply

Rubrica rampante

Le dita e la memoria

14 Giugno 2020

MEMORIE di una vecchietta perbene

La ricerca della libertà

13 Giugno 2020

NOTE dalla provincia

Divagazioni tra le mura di casa.

14 Maggio 2020

MEMORIE di una vecchietta perbene

Frank Capra: l’importanza della dignità

3 Maggio 2020

Scarabocchi di scuola

Viaggio in Niger: prima e dopo – 3^ parte

28 Aprile 2020

Scarabocchi di scuola

Viaggio in Niger: prima e dopo – 2^ parte

23 Aprile 2020