Prime dieci pagine
Silvia De Angelis

Ehilà,

gente navigata, come vi va la vita in questa estate agitata?

Oggi vi scrivo per presentarvi una storia toccante, forte, che morde un po’ la coscienza…

‘Non avere paura di ascoltare il rumore della felicità…’ Questo ci dice l’autore in: ‘Eppure cadiamo felici’, di Enrico Galiano, ed. Garzanti. È un romanzo d’amore adolescenziale.

Gioia, una splendida ragazza di diciassette anni, s’imbatte in Lo in una serata burrascosa, in cui la vita sembra proprio dirle un grosso no in faccia. In realtà è la sua famiglia che le nega la felicità, non la vita. Lo, invece, si scontra con la dolce Gioia mentre fugge da tutto e da tutti, perché anche lui è tormentato dai suoi demoni interiori e da paure scatenate da quelle persone che, invece, avrebbero dovuto proteggerlo, aiutarlo a crescere in tutta serenità, sostenerlo e amarlo. Entrambi i giovani sono smarriti e si trovano, in una notte come tante.

A mio avviso, siamo sempre noi, le persone che amiamo e, spesso, quelle che incontriamo sul nostro cammino, a tracciare la rotta… La vita ci segue e, ogni volta che può, ci sostiene.

Questo è anche un ritratto perfettamente realistico di quanto poco funzionino i nostri servizi sociali nazionali. L’autore introduce lo stesso quesito che mi sono sempre posta io, da che ho memoria ma, soprattutto, da quando mi occupo di problematiche dell’infanzia e giovanili. Perché mai, se un minorenne ha un problema o un trauma di qualche tipo, invece di curare o punire severamente chi glielo ha procurato, mettiamo in croce i ragazzi? La loro vita è già sufficientemente difficile da affrontare già così, senza il tumultuoso, pressante e inutile ingorgo di visite dallo psicologo di turno o incontri cosiddetti protetti, che di protetto non hanno niente, tranne che la salvaguardia di un sistema che, purtroppo, non funziona. Infine, io trovo ci sia l’incapacità sostanziale di risolvere i problemi di queste persone. Perché le cose continuano a essere così?

Quale può essere la ragione di questa grave difficoltà sociale e socio assistenziale? Me lo sono domandata a lungo… La risposta che mi sono data tempo fa è questa: quelle giovani vite piegate o spezzate hanno bisogno di una cosa soltanto, di essere amate. Perciò è l’amore la chiave di tutto. Solo questo potrà riportare i ragazzi a ritrovare se stessi e a sorridere alla vita, che è li ad aspettarli, trepidante, per riabbracciarli e portare loro ogni gioia possibile.

L’amore li può condurre a riprendere a lottare per i loro sogni.

Questo non è un elogio alla critica, ma un sentito invito per tutti coloro che si occupano dei nostri cittadini più fragili: cercate di amarli e di capirli, il resto verrà da sè… E se vi capiterà di comprendere che il problema del vostro assistito, o assistita, è la famiglia, levategliela di torno, perché i mezzi a disposizione li avete, signore e signori del mondo assistenziale. Per favore, usateli con cognizione di causa… Non è necessario, anzi, sono del tutto certa, che sia dolorosamente deleterio per loro, tenere aggiornati dei genitori che hanno rovinato i figli, consapevolmente o meno. Se una madre o un padre sono rimasti a guardare di fronte alle violenze del consorte, non merita più la potestà genitoriale e non deve mai più avvicinarsi ai figli, a meno che, naturalmente, non siano questi ultimi a volerlo. Ovviamente questa è solo la mia modesta opinione!

Io penso altresì, che i nostri giovani si meritano un futuro felice e tutti loro devono avere la stessa possibilità di costruirsene uno in sicurezza.

Dunque io, per fare la mia parte, vi lascio questa lettura da assaporare.

È la jedi Silvia che vi scrive.

Vi auguro tante fresche letture e vi aspetto qui, prossimamente, per parlarvi di storie, libri e di mirabolanti avventure…       J.S.

 

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