Prime dieci pagine
Margherita Candellero

In questa strana estate il Castello di Miradolo, a due passi da Pinerolo, ha offerto, oltre alla mostra sulla fotografia di Oliviero Toscani e a notevoli momenti  musicali di Avant-derrière pensée,  alcuni appuntamenti con autori raccolti nel titolo “Bellezza tra le righe” (La lettura incontra la bellezza nelle Dimore Storiche. Per guardare  al futuro con fiducia.

Nel mese di agosto ho avuto il piacere di essere presente alla “Conversazione al parco” con Paolo Pejrone, architetto dei giardini. Torinese di nascita, Pejrone vive nel Saluzzese, a Revello, nella terra di Bramafam, dove ne ha realizzato uno spettacolare “con l’unione di due povere sorgenti che sgorgano tra le rocce del monte Bracco”,come si legge nel suo libro: I MIEI GIARDINI con le fotografie di Dario Fusaro edito da Mondadori Arte.

L’ascolto dei racconti dell’autore, che ha ideato importanti architetture in Italia, Francia, Svizzera, Arabia Saudita, Grecia, Inghilterra, Germania, intrecciati a letture tratte dai suoi libri nello scenario del parco del castello, ha magicamente trasportato il pubblico, seduto nell’erba sui cuscini messi a disposizione dagli organizzatori, nella bellezza che i giardini da sempre rappresentano e trasmettono.

Il desiderio di poter visitare quello che Pejrone  ha costruito a Revello e, magari, altri disegnati e curati da lui, mi ha spinta alla ricerca dei suoi libri per tentare di cogliere e assaporare la sapienza racchiusa in una conoscenza tanto ricca, vasta, antica.

Così ho letto IN GIARDINO NON SI E’ MAI SOLI e IL VERO GIARDINIERE NON SI ARRENDE, entrambi editi dall’Universale Economica Feltrinelli. Il primo, definito “Diario di un giardiniere curioso”, parla della disciplina di un onesto giardiniere che ha a che fare con delle vite, perché le piante sono vive e hanno una personalità. E queste vite hanno esigenze, necessità, storie di cui si deve tener conto quando si cerca un luogo che le dovrà ospitare e far crescere.

Il secondo volume, sottotitolato “Cronache di ordinaria pazienza”, raccoglie una serie di ritratti di celebri e meno celebri giardinieri che hanno dedicato la loro vita al giardino creando angoli di terra memorabili. A cominciare dai primi incontrati nella sua vita, quella coppia di Valsalice, che lo ha guidato, da piccolo, ad appassionarsi alla cura delle piante (“Avevo cinque o sei anni, la guerra era finita da poco, ricordo benissimo il giorno in cui Giovanni e Maria mi diedero da lavorare un piccolo lembo di terra nel grandissimo orto della famiglia, a Torino, sulla collina di Valsalice: un fazzoletto vicino al rubinetto dell’acqua. Probabilmente pensavano che così, andando avanti e indietro con il mio piccolo innaffiatoio, non avrei potuto fare troppi danni.)

Parla di Russell Page, costruttore di giardini in ogni angolo del mondo, capace di poderose architetture ma anche fedele alla modestia delle sue violette, come del maestro che più di ogni altro ha orientato  la sensibilità della sua arte e di molti altri che hanno contribuito ad ampliare e ad approfondire il suo sapere.

Mentre leggo tra le pagine dei suoi libri di variopinti tulipani,di lillà demodé, di dispettosi papaveri, delle effimere magnolie,  del melograno rustico e austero, delle vigorose camelie, delle facili ortensie….riaffiorano dalla mia memoria piante e fiori che hanno segnato la mia infanzia e rimangono come pietre miliari lungo le strade che ho percorso nel tempo.

Tornano alberi del giardino di casa mia che ancora oggi, a pensarci, mi procurano emozioni e contentezza. Penso al fico che appoggiava i suoi rami carichi di frutti in autunno direttamente sul balcone dove si affacciavano le stanze di casa. Era una delizia raccogliere e mangiare i gustosissimi fichi direttamente dall’albero. Penso alla magnolia che all’inizio della primavera si vestiva letteralmente di fiori rosati, bellissima ed affascinante. Anche Paolo Pejrone parla della magnolia usando questi due aggettivi quando scrive: “Di magnolie ne vorrei tantissime perché sono quasi tutte bellissime e affascinanti: non c’è che l’imbarazzo della scelta.” La magnolia che ha accompagnato i primi vent’anni della mia vita è, in qualche modo, ricomparsa magicamente nel giardino della casa in cui abito ora. Nella piccola porzione di verde accanto al mio balcone, un meraviglioso albero di magnolia, del medesimo colore di quella di allora, rallegra le mie primavere di oggi.

Nel bagaglio dei miei ricordi ci sta un pero, cresciuto vicino alle viti nell’orto, con un basso e lungo ramo nodoso dove mi sedevo protetta dal fogliame per raccogliermi con i miei pensieri di adolescente al riparo dal mondo.

Non potrei dimenticare gli oleandri coltivati in grandi mastelli che segnavano le estati nella casa di Vigone. La sistemazione degli oleandri in giardino era una vera cerimonia. Occorreva il lavoro di più uomini per spostarli dal riparato ambiente adiacente alla cantina, con pavimentazione in terra battuta dove riposavano durante l’inverno per  ricollocarli lungo il bordo del piccolo marciapiede che cintava il giardino. Era una festa ritrovare i mastelli degli oleandri con i loro fiori rosa e bianchi. Anche Pejrone parla con entusiasmo degli oleandri soffermandosi sull’incanto delle tonalità di colore quando scrive: “Evidentemente, i colori tenui danno il loro meglio sotto i cieli del mio amatissimo Piemonte…”  E ancora i lillà, definiti dal nostro autore “demodé”, fuori moda , che mi sono sempre piaciuti per la loro eleganza e il loro intensissimo profumo. Due di queste piante cingevano il cancello che separava il giardino dall’orto  cui si accedeva scendendo tre gradini di pietra.

Ricordo con nostalgia i tappetini di violette alternati ai ciuffi di mughetti, macchie deliziose per l’occhio e gradevoli per le fragranze dei loro profumi.

Tra le delizie della mia infanzia vigonese  posso con certezza annoverare il viale alberato della stazione, la “alea”(di derivazione dal francese “allée”)  di olmi, polmone verde del paese che offriva ombra e frescura alle passeggiate della gente. Sotto quei meravigliosi alberi è esplosa l’infanzia e ancor più l’adolescenza di generazioni intere: luogo di incontri, conoscenze, simpatie, amicizie, giochi, scoperte, abbracci…… Le panchine dei viali, sempre pronte ad accogliere, sono state testimoni di miriadi di storie nate, cresciute, forse finite sotto gli imponenti olmi della stazione.

Ora mi risulta che dopo il 1977, a causa della grafiosi dell’olmo (malattia provocata da un fungo la cui diffusione è facilitata da un coleottero che abita nella corteccia della pianta) questi storici alberi siano stati sostituiti da querce.

Dall’infanzia mi sono portata appresso per anni un ricordo e un dubbio. Talvolta accompagnavo mio padre a Barge  dove intratteneva rapporti di lavoro con i responsabili della fabbrica del tannino. Io lo aspettavo fuori con la mamma ed ero affascinata da un ippocastano dai fiori rosa. Non ne avevo mai visti da altre parti e, per anni non ne ho incontrati sul mio cammino, al punto che, col passare del tempo, credevo di averlo sognato. Eppure quelle fronde enormi, quei fiori a grappolo, quel tenue colore erano dentro di me. Solo molti anni dopo, parlando casualmente con una persona che all’epoca abitava da quelle parti, ho avuto la conferma che il mio ippocastano dai fiori rosa all’epoca era proprio là, dove lo ricordavo, con quel sapore di magia che non mi aveva mai abbandonato.

Torno ai libri di Paolo Pejrone perché tra le tante rarità che le pagine offrono una mi ha richiamato alla mente una lontana curiosità. Un paragrafo riporta questo titolo: Napoleone e il “micocoulier”.

Avevo incontrato questo termine francese, “micocoulier”, molti anni fa sull’insegna di una delle viuzze del borgo antico di Gassin, pittoresco villaggio medievale su un promontorio roccioso      nelle vicinanze di Saint-Tropez. Era una parola mai sentita, di cui ignoravo il significato e che non riuscii all’epoca a trovare nei dizionari di cui disponevo. Mi era però rimasta in memoria per la sua musicalità e per la relazione con il luogo dove l’avevo scoperta. Anni dopo, tornando ancora a Gassin ho ritrovato l’insegna e ho notato che in un angolo della strada tra due case si trovava un albero frondoso come tanti che si vedono nel Midi francese.

Grazie a  una più approfondita ricerca con l’aiuto di un’amica capii allora che il “micocoulier” non era altro che il “bagolaro”, robusto albero comune anche dalle nostre parti.

Pejrone nel suo libro racconta l’aneddoto “secondo il quale Napoleone, in esilio all’isola d’Elba, avrebbe voluto come unico albero di fronte alle sue stanze di Villa San Martino un “micocoulier”. Scrive ancora:”Ricordo lo strano ed esotico nome, e il fascino che da quel nome emanava.(….) L’origine del nome non è sicura: pare sia provenzale, e in Provenza pare fosse chiamato, oltre che “micocoulier”, anche “bellicouqué” o “picoliqué”. Micoccolo è chiamato pure in Sicilia, una eredità forse medioevale…In Italia, “bagolaro” o “spaccasasso”…..La solida e onesta durezza del suo legno, un buon materiale flessibile e leggero per carri, carretti, ecc…”

Mi ha fatto piacere leggere dello”strano ed esotico nome” che per molto tempo ha girato nei miei pensieri.

Le pagine dei libri di Paolo Pejrone, quelli meravigliosamente illustrati e quelli scritti per spiegare e raccontare, sono una fonte di piacevolissime considerazioni e insegnamenti sull’arte dei giardini, ma anche una sollecitazione continua della memoria.

Per me leggere e ricordare è un godibile ritorno al passato, oltre ad uno stimolo a guardare, osservare, cercare di capire la natura e il paesaggio nelle sue forme e nella sua incantevole varietà di espressioni che rimandano la bellezza nel suo continuo mutare.

 

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