Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Una mattina come le altre. Beh, non proprio. Intanto eravamo al mare, che si sentiva appena aprivi la finestra o ti rifugiavi in terrazza.

Il rumore delle onde ha qualcosa di ipnotico; puoi fare finta di non sentirlo e immergerti nei tuoi pensieri, oppure puoi ascoltarlo, e allora i pensieri decidono loro dove vogliono andare e a volte ti portano dove non vorresti.

I rumori intorno erano però quelli del mattino, quelli soliti. Si apriva la caffettiera, l’odore del caffè; per fortuna il caffè si faceva con la moka, nonostante la presenza inquietante, sull’angolo, quasi dimenticata, di una di quelle macchinette con le cialde che fanno un caffè senza odore, che a me non sembra caffè.

Caffè nero, forte, potente, ma anche leggero, insinuante, allegro.

L’inizio della giornata, ma anche la pausa, da godere seduti.

L’odore del risveglio: di tutti i caffè della giornata quello che apprezzo di più è quello del mattino, specie se sono ancora a letto e qualcuno armeggia in cucina. So che mi ricorda l’infanzia, specie la domenica mattina, quando sapevo che di là c’era mia madre che faceva il caffè mentre noi tutti dormivamo ancora, e poi metteva sù da mangiare e gli odori della cucina si mescolavano al nostro dormiveglia. Allora ti sentivi protetto da questi rumori, da questi odori.

Poi c’è stato il periodo che all’odore di caffè si associava quello della sigaretta, neanche stessero bene insieme. Però era così, dopo il caffè, la sigaretta. Era un rito, forse più la sigaretta del caffè.

Ora per fortuna non si fuma più, e il rito è ritornato ad essere il caffè.

Caffè alto (a Trieste), lungo, ristretto, macchiato…

Sembra ci sia un intero repertorio sul come prendere il caffè.

Caffè pallido al Nord, caffè scuro al Sud. Però è vero, nel meridione d’Italia il caffè è più buono.

Comunque quella mattina il caffè era solo caffè, sembrava non voler alludere a nulla. Come il mare, che sembrava sempre il solito. Una mattina come si immaginava che ce ne sarebbero state tante, con i riti e i rumori di sempre.

Ci conoscevamo da un sacco di anni, ma, come spesso succede, di certe cose non si era mai davvero parlato. Di certe cose si parla solo quando si è ragazzi, di sesso, per esempio – poi c’è un’età in cui diventa solo argomento di battute. O di ciò che ti fa soffrire profondamente, un amore che non c’è più, perso nella nebbia del tempo, o una mancanza che è solo tua, perché gli altri intorno non l’hanno conosciuta. Per esempio la mancanza di un fratello.

Venne fuori così, senza pensare, senza premesse, senza accenni alla vita precedente. Flora era nella sua vestaglia leggera, elegante: anche al mattino sembrava non risentire delle fatiche della notte, dei sogni, delle stropicciature della pelle. Aveva sempre l’aria composta, come leggi nei libri che lo erano le signore di una volta, ma quelle vere, che c’era subito la cameriera a pettinarle appena sveglie e la sera prima passavano molti minuti a pettinarsi i capelli con il pettine duro, che così i capelli diventavano meglio e restavano accettabili anche durante la notte.

Flora non aveva certo cameriere al suo servizio, non veniva da una famiglia ricca, come nessuno di noi. Vite diverse, soprattutto l’infanzia, ma la stessa matrice popolare. Di quelle famiglie, però, dove studiare era considerato importante, si sapeva che sarebbe stato un buon modo per farsi strada nella vita. Questo, sicuramente, avevano le nostre famiglie in comune. E questo avevamo fatto, tutte noi: avevamo studiato, anche tanto, e ci era sempre piaciuto. Anzi, tutte noi avremmo voluto poter studiare di più. Magari finire l’università senza dover lavorare, senza andare anni fuori corso. Flora ed io non avremmo potuto farlo – studiare senza lavorare. La situazione non ce l’avrebbe permesso.

Per strano che fosse (ma magari non tanto strano) avevamo avuto entrambe padri un po’ particolari, che amavano il canto in un’epoca in cui cantare era considerato un lusso per i ricchi, o per gli eccentrici. E io per tanto tempo non avevo capito la bellezza del canto, non avevo apprezzato il rituale dell’opera; rimanevo solo a bocca aperta quando vedevo le lacrime di mio padre quando ascoltava La Bohème.  Poi conobbi un fidanzato che mi portò ai concerti, andai a stare per conto mio e una delle prime spese fu l’acquisto di un impianto stereo, con tanto di casse esagerate. Ho sentito La Bohème un milione di volte, e anche Il flauto magico. A casa, mio papà non avrebbe mai potuto permetterselo, un po’ per i soldi ma anche perché non avrebbe mai potuto ascoltare musica in pace con tre figli intorno e un appartamento troppo piccolo per cinque di noi. E poi mia madre non glielo avrebbe mai concesso…

Insomma, non è che ste’ cose le avessi pensate quella mattina, e non so a cosa stesse pensando Flora, né cosa stesse pensando Luciana mentre inzuppava i biscotti della pasticceria di Margattia nel suo caffelatte.  Però c’era questa presenza del mare che inondava l’aria, e una promessa di placido autunno che si intrufolava nei nostri pensieri.

 

In realtà fu Luciana che cominciò a raccontare, a ricordare; come al solito, in fondo. A me piaceva da matti sentirla mettere in fila nomi e ragionamenti, fatti e pensieri che avevano accompagnato la sua vita – e in parte quella di tutte noi. La scuola, il sindacato, il partito.

Ad un certo punto venne fuori un qualche accenno alle nostre famiglie e una domanda a bruciapelo su qualcosa di personale di cui non si era mai parlato.

Mi aspettavo quella domanda, come aspettavo altre domande che avrei voluto fare io e che avrei voluto mi si facesse, da tempo.

Ma è come se fosse più semplice evitare di sapere o di raccontare, perché – forse – nonostante gli anni e le esperienze, rimaniamo bambini inermi che non sappiamo dire delle nostre fragilità e sofferenze. Se non per accenni, a volte per metafore. A volte semplicemente attraverso lacrime che ci colgono impreparati. – A me poi capita sempre, ogni volta che si parla di sentimenti, e il mio commuovermi mi è insopportabile come probabilmente lo è per gli altri.

La domanda quella mattina non fu mia e non fu per me, e sapevo che il rapporto tra Flora e Luciana poteva sopportare quella fatica. Ma ci prese tutte un groppo alla gola e si formò un momento di vita sospesa, di attesa di risposte e di impossibilità di darne, come una piccola incrinatura nel vetro della tranquillità. L’onda anomala nella calma del mare.

 

“Non so se ho visto bene, ma secondo me è passato un topolino!”

Un vero topolino, di quelli piccoli come nei fumetti, con la coda più lunga del corpo e con le zampette che si muovono velocissime.

Non poteva esserci contatto più ironico con le cose.

Ci venne da ridere e mi immaginai il topolino, dietro al frigorifero (dove può nascondersi un topolino?) che ci guardava più attonito che impaurito.

 

Il discorso riprese su ricordi più comuni e più vaghi, anche se erano pezzi di vita che per un certo periodo erano sembrati davvero importanti.

“Ma Italo era sempre in ritardo!”

“Ma cosa dici, Italo non c’era ancora!”

“Come non c’era? Non ti ricordi le litigate con Ignazio? Era sempre furioso con il sindacato!”

“Certo, voleva lui il posto di Ignazio. Pensava di essere il più bravo di tutti. A me sembra solo il più aggressivo!”

“Ah! Italo! Io pensavo al treno!”

Si scoppiò tutti in un grande risata, anche Luca, che nel frattempo era arrivato con la sua aria smarrita del primo mattino, con i capelli scompigliati e la voce ancora più baritonale del solito.

Ci portavamo a spasso le nostre vite, le esperienze passate, il nostro essere pensionati (che la sola parola mi fa rabbrividire), ma con una certa leggerezza, condita di ricordi buffi, di pensieri lontani.

 

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