Prime dieci pagine
Miranda Martino

“Una media scure” ordinò il boia. Poi uscì ad eseguire la sentenza: no farine. No zuccheri. No latticini. Il bianco uccide. E via anche i lievitati. Li eviti. Così una gentile nutrizionista ha decapitato l’80% dei miei approvvigionamenti. Ne prendo atto: è tutto da rifare. Credevo, io! Di avere un’alimentazione decente. Pensavo, io! Di avere un diploma in dieta equilibrata e invece no. Torno alla scuola alimentare. Eccomi al supermercato, con la lista della spesa che contiene lo spettro cromatico (un fantasma con il lenzuolo color arcobaleno) espresso in verdure e frutta, tranne il bianco. Tolte le fette di prosciutto senza conservanti dagli occhi, tutto mi appare nuovo e mi aggiro curiosa alla riscoperta del reparto ortofrutta.
Osservo i broccoli siciliani che, in evidente stato di appassimento, sono ingialliti, biondi, broccoli normanni. Anche il basilico se la passa male, è in una fase di buio. Pesto. Alle mie spalle una voce femminile chiede: “Secondo lei, come sono i carciofi con le spine?” La domanda segna l’inizio di un’odissea nella mancanza d’ironia che spesso riscontro nei miei presunti simili. L’ironia è un gioco fatto di rimbalzi. Il battitore deve avere il senso del tempo comico e la capacità d’intuire quando è il momento di rimettere la palla all’interlocutore, che riceve e sorride. O ride. Nella più felice delle ipotesi, risponde con lo stesso ritmo. Se questo accade i giocatori sono in sintonia e, una battuta via l’altra, passa la serata. Ma. Una lanciatrice estrema come me, innamorata dello slancio e delle parole non sempre è attenta alla qualità del suo interlocutore. Con il risultato che vado a raccontarvi. Vi assicuro che, al netto degli innesti demenziali, i fatti descritti sono realmente accaduti.
Torniamo a Nostra Signora dei carciofi e alla sua domanda: “secondo lei sono buoni i carciofi con le spine?”. “Ottimi signora, a patto di avere una presa”. Silenzio. Capisco troppo tardi di aver sbagliato soggetto. E faccio silenzio anche io. Un silenzio che vorrei mi conducesse all’oblio. Un silenzio assenzio. Nostra Signora non ha afferrato, la palla battuta è ai suoi piedi. Tento di allontanarmi con stile e mi dirigo verso il reparto cereali. Ma tra il dire e il farro… Nostra Signora è agile, mi raggiunge e dice: “potrei prendere gli spinaci freschi. Ma sono da lavare, ci vuole un sacco di tempo e poi guardi le mie mani, non posso metterle nell’acqua” e mi mostra due palmi rossi e spellati. May day! May day! È un soggetto con la sindrome della sala d’aspetto (disgrazie in 5 minuti): allontanarsi rapidamente e abbandonarla ai suoi guai. Recupero la palla e mi dileguo tra i gli scaffali alla ricerca del farro nella notte della mia dieta. Davanti alla parete di surgelati una seconda signora mi chiede se ho visto gli spinaci. Insomma oggi ricorre il Popeye day. Glieli indico. “Ma sono bio. Non ci sono naturali?” “Bio dovrebbe voler dire che sono naturali” rispondo stringendo forte a me la palla, cercando di controllarmi perché lo so che anche questo colpo potrebbe andare a vuoto. Ma lei incalza (e che calza! Gambaletto su gonna al ginocchio e femminilità in ginocchio): “volevo dire normali. Non c’è più nulla di normale, siamo fuori dalla norma”. Non mi trattengo più: “beh, per la norma dovrebbe prendere le melanzane”. Silenzio. Lo sapevo. Questa volta l’ho detta così veloce che forse non l’ha neanche vista arrivare. Infatti la palla rimbalza sul pavimento alle sue spalle. Un fuori campo. Non c’è speranza. Ripiego sul riso, un risotto ci seppellirà. Ma qui subentra il giallo dello zafferano. Non lo trovo, tra le spezie non c’è. E neanche un addetto vendita a cui domandare. Mi dirigo al gabbiotto della direzione e chiedo: “Scusi, dove posso trovare lo zafferano?”. “È qui”. Già mi prudono le mani, sento che questa volta il punto lo segno. La direttrice si fa sotto con il pressing: “Quale vuole?” . Dico la prima marca che mi viene in mente, aggiungendo: “perché non è tra le spezie?”. “Lo sottraggono. È il prodotto più rubato in questo punto vendita”. Sono sul dischetto del rigore, il gol è già mio. “In questo quartiere c’è uno spaccio di polverina rossa? Negli scantinati del circondario sobbolle risotto milanese di contrabbando? Uno scandalo. È risotto all’onta.” La direttrice trattiene la palla e mi guarda, sfidante: “Non posso comunque consegnarle la confezione. Devo portarla alla cassa presso la quale intende pagare. Solo lì potrà ritirarla”. È il mio momento: “è prevista un scorta armata per il tragitto dal gabbiotto alla cassa? E lei avanzerà tra la folla portando la busta in processione come un’icona? E riguardo a me? Spegnerete tutte le luci per seguirmi con un occhio di bue mentre le sto dietro?”. Lei mi guarda seria. La durezza dei suoi occhi ha parato il mio tiro. Tiene la palla stretta sotto il braccio sinistro e con la mano destra estrae dalla tasca un taglierino a lama retrattile. Chiudo gli occhi per non guardare ma sento: il suono della lama che esce dal cutter, a scatti ma continuo, come una mitragliatrice: tra tra tra… tra un minuto faccio scempio del tuo pallone. Poi un colpo sordo. Poi fff… fine. Mi consolo pensando che la platea non era quella giusta. Recupero il pallone bucato, nella mia mente rimbalza una canzone di Samuele Bersani:

ci vuole molto coraggio a rotolare giù
in un contesto vigliacco che non si muove più
e mantenere la calma adesso
per non sentirsi un pallone perso

Accuso il colpo: sei stato tu! Con ‘sta fregola di lanciarti addosso a chiunque! Davanti alla passata di pomodoro mi prendono i sensi di polpa. Avrei bisogno del sostegno di un terapeuta. Ma l’ultima volta è stato un disastro, un coinvolgimento sovradimensionato, sono rimasta per anni bloccata alla fermata del transfert. Come al solito cercherò conforto nel cibo, l’amico cibo. Scelgo un piatto ipnotico: a me gnocchi!

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