Prime dieci pagine
Samuele Marabotto

Nakamura Fuminori salta fuori dagli scaffali per aggredirti con la grafica di una copertina in bianco e nero, poi le labbra della ragazza raffigurata diventano pericolosamente rosse. Questo mi succede in un istante, mentre pigramente sfarfallo fra un libro e l’altro, pensando se prendere un caffè per poi fumare un sigaro da passeggio. Mi decido e afferro il libro ma sono distratto e poco convito. Mi siedo e, ok, lo affronto.
Un giapponese. Un ladro di portafogli abile e triste. Tokyo, decadente, con il sapore di una metropoli conciata male e vissuta peggio da persone che si trascinano sui treni e nelle metropolitane per raggiungere il proprio destino quotidiano. No, non mi sono piaciute le prime dieci pagine di “Tokyo Noir” di Nakamura Fuminori. Ma ho la sensazione che non dipenda dallo scrittore. Mi pare un problema di traduzione. Naturalmente sto andando a spanne, non ho nessuna certezza. La scrittura è faticosa, disordinata, furi tempo. D’accordo, tradurre dal giapponese… Ma qualcuno lo deve pur fare. Mi salta in mente il solito pensiero “sarebbe meglio leggere cose in lingua originale”, ma in giapponese… Voglio dire, la storia parte bene, potrebbe prenderti ma, per qualche motivo, la magia non scatta. C’è un ladro che si fa un paio di “clienti” nel giro di dieci minuti. Ruba due portafogli con abilità e delicatezza e mentre lo fa racconta i suoi stati d’animo, la paura e la tensione, il contatto veloce e furtivo con il derubato, il mondo che lo circonda e lo giudica. Poi si reca nel bagno della stazione ed esamina il contenuto dei portafogli. Soldi, carte di credito, biglietti da visita di case d’appuntamento, pastiglie strane e colorate. Gli succede una cosa singolare, i furti messi a segno sono stati due ma i portafogli che si trova in tasca sono tre. Il terzo, quello di cui non ha consapevolezza di come gli sia finito in tasca, è quello meglio fornito di contante. Chissà. Il ladro è in qualche modo un gentiluomo perché, dopo avere contato e intascato il denaro, lascia i portafogli intatti infilandoli nella buca delle lettere per permettere alle poste e alla polizia di restituire i documenti al proprietario. La storia parte così, senza tanti dettagli, diretta e asciutta, come se si trattasse di un rapporto di polizia.
Si ha la sensazione di assistere ad una esistenza randagia, senza scopo e destinata a finire male.
Perciò la copertina del libro ha fatto il suo dovere di specchietto per le allodole, mentre scriveva lo scrittore doveva essere estremamente depresso e il traduttore ha voluto farci sapere che tradurre dal giapponese è molto faticoso con tanti saluti all’armonia di un testo.

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